ANGELO PETRELLA.
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POMPEI.
L'incubo e il risveglio.
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2014. RCS Libri, MILANO.
ISBN978-88-17-07468-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
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Pompei, 79 d.C.  una donna tenace e dal fascino spietato, Camma. Prima schiava nei lupanari, nel Tempio di Cibele coltiva in segreto l'arte dei veleni. Ha un solo desiderio: vendicare la sua famiglia, uccisa dall'esercito romano. Ma  una donna paziente, e sa aspettare il momento giusto per uccidere chi le ha rubato tutto. Nella
stessa citt, lasciva e corrotta periferia dell'Impero, il prefetto Quinto Terenzio Massimo sta preparando una congiura ai danni dell'imperatore. Avido e senza scrupoli, per realizzare il suo piano deve spegnere una rivolta: con una schiera di ribelli, l'ex centurione Silano sta seminando il terrore alle pendici del Vesuvio.
 finito al centro di giochi pi grandi di lui, ma non si tira indietro di fronte al pericolo. Sar il cuore a tradirlo: quando perde la testa per Camma, non pu immaginare che la donna, come chiunque a Pompei, ha un conto da saldare ed  pronta a tutto per farlo. Ma mentre soldati e banditi si fanno la guerra, la tragedia
esplode, ineluttabile: la terra trema e una pioggia di fuoco e lapilli solca il cielo abbattendosi sulla citt, destinandola alla leggenda.
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Il passato sepolto di Pompei fa da sfondo a un romanzo potente ed evocativo, che ci mostra il volto pi oscuro della storia romana. E ci ricorda come in un solo giorno
tutto pu cambiare. Per sempre.
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L'AUTORE.
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ANGELO PETRELLA (Napoli, 1978)  scrittore, giornalista e sceneggiatore per il cinema e la tv. Ha pubblicato romanzi noir, tradotti in Francia e Germania. Gli ultimi suoi titoli sono La citt perfetta e Le api randage, entrambi pubblicati da Garzanti.
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Pompei.
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ERA UNA CITT RICCA, SIMBOLO DELL'IMPERO. PRIMA DEL FUOCO. GLI IMPERI CROLLANO. LA TERRA TREMA. GLI UOMINI RESISTONO.
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Sangue.
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Ora tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli di che fosse stato loro consentito d'esercitare qui tanto potere.
Marziale, Epigrammi. Qaurto, 44.
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1.
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Britannia, 78 d.C, anno 831 dalla fondazione di Roma.
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Un accampamento provvisorio in mezzo al nulla, sulla
cima di una collina sferzata da venti maligni.
Nell'accampamento, una tenda allestita in fretta e furia per
il consiglio di guerra.
Il legato Gneo Pompeo Quintiliano parla con voce sommessa,
stringendo tra le mani una coppa di vino che a stento
ha assaporato. I suoi uomini lo fissano impassibili, pronti
all'azione: sanno che manca poco all'assalto. I nemici sono
dall'altro lato della vallata e con le loro rozze asce si preparano
a morire. Non prima di aver spaccato crani, lacerato tendini
e tagliato teste romane. Non possiedono un armamentario
all'altezza, ma hanno qualcosa che ai soldati dell'impero
manca da tempo: la fame, l'impotenza. La disperazione. La
stessa che il divino Cesare in persona, nel suo De bello gallico,
ammoniva di non sottovalutare.
Per questo, Quintiliano vuole che sia chiara a tutti la posta
in gioco.
Sottomettiamo questi barbari e, a nord, l'impero non avr
pi confini! Gli Ordovici sono un popolo senza legge, infido,
con un esercito di appena ventimila uomini. Noi siamo almeno
il triplo: perci li affronteremo a viso aperto e il loro sangue
bagner il nostro trionfo. Per Cesare, per la gloria di Roma!
I tribuni militari prorompono in un urlo che non si addice
al ruolo. Ma sono eccitati. Sanno che la lunga campagna che
li ha portati via dalle loro citt sta per concludersi. Manca
poco, pochissimo: un ultimo sforzo e i due anni di sacrifici
saranno ricompensati. Non solo con la gloria, ma con monete
sonanti. Senza contare il bottino da depredare a quel popolo
di belve randagie.
Quintiliano approfitta del morale degli ufficiali per illustrare
subito il suo piano di battaglia. Poggia il calice d'argento
sul tavolo, il vino trabocca e macchia il margine della mappa,
dove  riprodotta la vallata sulla cima della quale sono
accampati.  una gola scoscesa, aperta su due lati verso un
bosco di betulle ed un piccolo ruscello. Il vento ha ghiacciato
la neve autunnale e intorpidito i sensi. Al punto che i soldati
di guardia fuori dalla tenda sbattono con forza le suole delle
caligae sul terreno mentre si danno da fare per alimentare il
fuoco, affilare le spade o ripulire i resti del toro sacrificato
qualche ora prima per propiziarsi gli di.
L'unico che non sembra condividere l'umore generale  il
tribuno Quinto Terenzio Massimo. Basso di statura, dai capelli
crespi e lo sguardo famelico, sorseggia il suo vino con fastidio
e affonda i denti nella sua porzione di carne insipida. Poi getta
un'occhiata all'aquila d'oro che troneggia sopra le loro teste.
Stupido patrizio senza esperienza mormora tra s e s.
Decisamente non ama il suo comandante: pensa che sia uno
di quelli che hanno fatto carriera solo per via del nome che
portano. Certo, ha combattuto in Giudea e poi in Cappadocia,
falciando decine di villaggi. Ma non ha l'esperienza n
l'ambizione per tornare a Roma da vincitore: non sa cosa sia
la povert, non ha mai digiunato per poi cibarsi degli avanzi
trovati per terra, non ha mai dormito con la schiena nuda
sulla neve fredda o sulla sabbia infuocata del deserto. Non
sa che i barbari sono pi furbi di quello che sembra.  gente
che ignora le leggi romane, ma la guerra la sa fare molto
bene. Perfino le loro donne, paragonate a quelle di Roma,
sembrano delle gladiatrici pronte per calcare l'arena. Le ha
viste di persona il giorno prima, mentre perlustrava con i suoi
centurioni l'altro crinale della collina.
Marte  con noi. Ma non baster questo toro senza sapore
a proteggere le legioni...
La frase rimbomba nella tenda come il passo di un ciclope.
Gli ufficiali si girano verso Massimo col sorriso che muore
loro tra i denti. Ma il legato non perde la calma.
Cosa vuoi dire? chiede Quintiliano.
Che anche questi selvaggi forse hanno degli di che li
ascoltano. E che conviene trattarli di conseguenza. Perch
rischiare la vita dei nostri soldati? Ieri mi sono imbattuto in
un villaggio a poche leghe da qui.
Me lo hai gi riferito... Ci sono altre priorit.
S, ma... basterebbero un paio di manipoli: accerchiamo il
villaggio, catturiamo le famiglie pi influenti e le incateniamo
davanti alla prima linea. Sfido qualunque guerriero ordovico
a non perdere la testa.
Gli ufficiali si sforzano di rimanere muti, impassibili. La
strategia  ottima, ma non osano contraddire il legato: una
volta tornato in trionfo a Roma, sar infatti Quintiliano a decidere
del loro futuro.
Il legato ripiega con cura la mappa e la ripone nello scrigno.
Poi finalmente vuota la coppa di vino e gira attorno al
tavolo. Fa cos freddo che il fiato sembra disegnare figure
mortifere nell'aria: perfino l'acqua nel catino  ricoperta da
una sottile pellicola di ghiaccio.
Quale pensi sia la differenza tra un soldato che serve l'imperatore
Vespasiano e un barbaro ordovico? chiede, immergendo
le mani e il volto nell'acqua gelida.
Sicuramente non il cibo che mangiano... sorride
Massimo.
Ma gli ufficiali no. Le loro facce lo scrutano con paura,
come se una sciagura dovesse abbattersi a momenti su tutti
loro. Il tribuno allora si corregge.
L'equipaggiamento. La legge romana. E gli di, che sono
dalla nostra parte.
Dimentichi la cosa pi importante: l'onore militare
risponde Quintiliano, asciugandosi il volto. Senza onore un
servo di Roma resta solo un servo.
Massimo  nervoso, sbircia fuori dalla tenda e vede che la
neve ha ripreso a cadere. L'aria della Britannia ha un sapore
malefico, ottura le narici e apre i pori alla paura.
Per questo  deciso. Nessuno stratagemma o altre azioni
vigliacche. Affronteremo il nemico faccia a faccia, e lo spezzeremo.
E chiunque sia il dio che lo protegge, dovr inchinarsi
alla gloria di Cesare!
Quintiliano ormai urla,  in estasi. Gli uomini lo appoggiano,
l'aria nella tenda si riscalda al sole dell'entusiasmo.
Massimo  messo definitivamente in minoranza. E un brutto
presentimento gli si affaccia nella mente.
 chiaro che la macchina della guerra ha iniziato a girare
rapidamente.
Il centurione prima lancia Lucio Sesto Silano aspetta il segnale
per ordinare ai suoi uomini di iniziare l'avanzata.  da
poco sorto il sole e l'esercito  gi schierato sulla cima dell'altura.
Spaventa, per la sua compattezza: i fanti in prima linea,
la porpora sugli scudi e sui vessilli, i cavalieri con le armature
leggre, i legionari che preparano catapulte e baliste.
Nel freddo del mattino, i capelli che fuoriescono dall'elmo
sembrano stiletti di ghiaccio. A furia di vivere in quelle terre
di barbari, Silano ne ha acquisito un mucchio di abitudini:
indossa i loro monili colorati, beve la loro birra, intona le
loro melodie e porta i capelli lunghi e incolti. Che svolazzano
attorno alla fronte ampia e rendono irresistibile il suo sorriso,
nelle rare occasioni in cui appare sul suo volto pensieroso.
Conslati, quando ti staccheranno la testa, faranno difficolt
ad afferrarla...
Il suo amico Procolo Rufo scherza, come al solito.  il suo
modo per sdrammatizzare ed incanalare l'adrenalina. In teoria
non potrebbe: a nessun soldato imperiale  consentito fiatare
dopo l'adunata. Ma per lui Silano fa un'eccezione. La sua
allegria non distrae, anzi,  contagiosa: prepara gli uomini a
morire con gioia.
Pensa a non farti uccidere, piuttosto. Altrimenti a Roma
mi toccher consolare tua moglie, e lo sai che odio mangiare
carne gi morsicata da altri.
I centurioni ghignano. A vederli da vicino, magari senza
corazze, con i denti marci e i visi sfigurati da cicatrici, si direbbe
che siano loro i veri barbari.
All'improvviso, l'eco di uno strano suono si diffonde nella
vallata. Sembra la risacca del mare, ma  molto pi cupo: da
lontano, una sottile striscia nera colora il verde della collina.
Ecco i bastardi... mormora qualcuno.
Sono loro, gli Ordovici. Urlano a squarciagola qualche
sconcia canzone di guerra e agitano le asce sopra la testa, con
i volti dipinti di colori irreali. Sembrano pochi, pochissimi,
in quella vallata brulla e abbellita solo da qualche cerchio di
pietra per i riti religiosi.
I tribuni danno l'ordine di suonare i corni e la battaglia
pu avere inizio.
Silano fa muovere la sua centuria, gli scudi alti in prima
linea e le lance pronte appena dietro. I passi rimbombano e
la terra trema. A met discesa sopraggiungono gli arcieri, che
si piazzano su tre lunghe linee e puntano con perizia le frecce,
scagliandole nel cielo grigio. Dal lato opposto, i nemici si
sono appena lanciati in una corsa furiosa e sregolata, a testa
alta e senza elmi a proteggerli. I dardi centrano i bersagli al
primo colpo, conficcandosi nei petti, nelle gole, negli occhi.
 una pioggia di morte e di sangue, che per non arresta la
corsa dei superstiti. Si sentono grida e bestemmie ovunque,
i Romani sono irrequieti ma gli ufficiali ordinano di serrare i
ranghi e procedere compatti. Hanno appena messo a segno
un punto senza ancora sguainare le spade, e non vogliono
perdere il vantaggio. Aumentano il passo soltanto un po', ormai
sono a poche decine di passi dall'impatto.
I barbari si staccano le frecce di dosso e, come demoni,
scavalcano i propri compagni morti e calpestano le pozze di
sangue e visceri. Parte una seconda tempesta di dardi, cos
fitta da oscurare il cielo per un istante. Ma questa volta l'esercito
nemico si  sparpagliato e i danni arrecati sono pochi.
Ormai sono vicini, vicinissimi: Silano riesce a distinguere le
loro urla e a scorgere perfettamente le barbe rossicce e le armature
colorate. Ordina ai suoi uomini di formare una testuggine
e sguaina il gladio, attendendo l'inevitabile.
Prima fila, prepararsi! grida.
La carica  potente, fragorosa.
Il rumore metallico si somma alle urla bestiali e genera un
concerto assurdo, raccapricciante.
I Romani a fatica contengono la rabbia nemica dietro i
grandi scudi. Qualcuno degli Ordovici si arrampica sulle teste
e si butta nella mischia, riuscendo a ferire di striscio pochi
soldati, prima di venire ucciso. Gli altri premono per trovare
un varco, ma le lance li tengono a distanza.
Seconde file, assalto!
Gli scudi si aprono a ventaglio e gli uomini partono cercando
di centrare ciascuno il proprio bersaglio. Gli Ordovici
per sono caotici, disorganizzati, ed  questa la loro forza:
le file non retrocedono alla vista delle armi. Anzi. Si gettano
nella mischia in maniera ancora pi furibonda.
Silano capisce che non pu contenere a lungo l'avanguardia
nemica. Si gira attorno, cerca di individuare il vessillo della
coorte per capire la prossima mossa, ma non c' niente da fare:
 stato risucchiato dalla battaglia. Dall'altro lato i barbari hanno
addirittura sfondato la prima linea e stanno combattendo un
corpo a corpo senza esclusione di colpi. Il profilo della centuria
si  curvato verso il basso, in direzione del bosco e del ruscello.
La collina  un formichiere colonizzato dalle legioni romane.
Allora Silano brandisce il gladio e si getta nella mischia urlando.
Colpisce un avversario al collo, lacera la coscia di un altro
e mira al petto del terzo. Il suo amico Rufo  incontenibile:
ha strappato l'ascia di mano a un barbaro enorme e lo sta martellando
sulla testa, senza accorgersi che  gi morto. Per ogni
romano colpito vi sono dieci nemici morti, eppure la loro furia
non sembra diminuire. C' qualcosa che non torna, nell'aria.
A pochi passi da lui, un ufficiale  stato disarcionato dal
cavallo ed  finito dentro una buca. In due cercano di approfittarne
e di ucciderlo a mani nude, colpendolo alla testa. Rufo
si fa largo tra la mischia e corre in suo soccorso, tagliando la
gola ad un barbaro. Silano gli copre le spalle, mette in fuga l'altro
ordovico e poi porge una mano all'ufficiale per aiutarlo a
risollevarsi. Si tratta di Quinto Terenzio Massimo: non  il comandante
della loro coorte, ma  un tribuno molto noto.
Nella legione si vocifera della sua efferatezza e del suo cinismo.
Grazie, soldato...
Massimo fissa Silano per un istante, esitando, quasi imbarazzato
per essersi mostrato vulnerabile. Poi gli strappa di
mano la lancia, prende la mira e la scaglia nell'aria, trafiggendo
perfettamente al centro della schiena il suo aggressore in fuga.
Il centurione vorrebbe dirgli qualcosa ma, prima che abbia
modo di aprire bocca, un suono agghiacciante rimbomba nella
vallata e li fa sussultare. Si tratta di un corno, ma non  romano:
 un corno barbaro. Qualcuno sta invocando un'adunata.
E all'improvviso, come demoni usciti dagli inferi, migliaia
di Ordovici spuntano fuori dal bosco di betulle poco oltre il
ruscello. Sono grossi. Sono delle bestie.
 chiaro, ormai. Lo scontro frontale  stato una manovra
diversiva.
Di pi: una trappola.
Il tribuno Massimo ha creduto davvero di morire. Forse
per la terza o quarta volta in vita sua: la sua statura, gi minuta
per un comune romano,  addirittura sproporzionata
rispetto a quella di un barbaro. E cos, i due che l'hanno disarcionato
da cavallo per poco non l'hanno anche spedito nei
Campi Elisi. Si sente stordito, il sangue gli cola dall'orecchio
destro e i suoni gli arrivano ovattati, rimbombano nella sua
testa.
Ma ora non ha tempo di pensare alla morte: altri pericoli
sono in agguato. Lo sentiva, anzi, ne era certo. Eppure il legato
Quintiliano non ha voluto dargli ascolto. Gli Ordovici sono
gente infida, che sa come sacrificare la vita di pochi per la vittoria
di molti. Lo scontro a viso aperto gi per la collina serviva
solo a far allargare le maglie dell'esercito imperiale, cos che il
grosso dell'esercito nemico potesse attaccare lateralmente.
Il rumore cupo dei corni continua a risuonargli nei timpani.
I barbari si sono radunati poco oltre il ruscello, sul limitare
del bosco. Ormai non strepitano pi: non ne hanno
bisogno. Le legioni romane, pur numerose, sono prese come
in una morsa, nonostante abbiano ancora il vantaggio di trovarsi
in una posizione pi elevata.
Avanti con le catapulte! urla il legato in persona da un
costone di roccia, protetto da una trentina di soldati a cavallo.
Centurioni, date ordine alle prime file di arretrare!
gridano i tribuni di rimando.
Nella vallata si continua a combattere, i soldati aprono una
specie di varco e risalgono brevemente la collina, lasciandosi
inseguire. Dall'alto, le catapulte vengono caricate con massi
ricoperti di pece infuocata. Gli ufficiali ordinano di mirare al
bosco di betulle, dove ci saranno all'incirca diecimila barbari
pronti allo scontro. I proiettili si alzano in aria e ricadono
pesantemente dopo poche centinaia di passi: affondano nella
terra o sradicano interi alberi, ma senza ulteriori danni.
Il gelo del ruscello e la neve sui rami impedisce al fuoco di
attecchire.
Al legato Quintiliano non resta che ordinare una nuova
carica, anche se questa volta le legioni non sono cos compatte
ed il numero dei nemici  aumentato esponenzialmente.
I Romani si tuffano nella battaglia, ma la pianura  fangosa:
i piedi affondano nel terreno umido e rallentano i movimenti.
Le braccia possenti dei barbari assestano colpi pesanti, in
breve il ruscello si riempie di sangue e cadaveri.
Giove fottuto, cos ci massacreranno! bestemmia
Massimo.
Accanto a lui c' Zeno, un centurione di origine greca che
lo segue fedelmente fin dai tempi delle campagne in Giudea.
Ha il viso cattivo, da topo, e una cicatrice vistosa sul mento.
Con i suoi uomini si  schierato a testuggine e protegge il
tribuno dagli assalti dei nemici. Deve urlare, per farsi sentire
tra il clangore delle spade.
Mio signore, non  prudente rimanere qui. Uniamoci alla
terza coorte e proviamo a sfondare su quel lato dice, indicando
il fianco della collina.
Massimo ha per altro per la testa. Quelle grida di dolore,
quelle membra squartate gli comunicano un senso di impotenza.
Non dureranno pi di tre ore, in questo modo. E
vedere i suoi uomini morire cos lo fa infuriare. Perch c'
una cosa peggiore del disonore militare, pensa tra s e s: si
chiama sconfitta. Ed esiste un solo modo per tentare di convertirla
in gloria.
No. Da' ordine di risalire in cima. Gireremo attorno al
crinale e scenderemo dall'altra parte.
Zeno resta interdetto, stranito. Non sa come trovare le parole
giuste.
Ma... cos diventeremo... disertori. E dove ci dirigiamo?
Il cavallo si leva su due zampe imbizzarrito. Massimo strattona
le redini e lo calma, accarezzandolo sulla criniera. Poi
rinfodera il gladio e monta in sella, ravviandosi i capelli crespi.
Al villaggio nella radura risponde. Andiamo a caccia di
donne e bambini.

2.

Il giorno prima.

Oltre il bosco, a circa tre leghe dalle fortificazioni romane,
una donna si spinge con il figlio fin dove l'alveo del fiume si
allarga.
Qui va bene, madre?
Ancora un po' pi su e siamo arrivati...
Si tratta di Camma, la moglie del capotrib Taranis.  alla
ricerca di acqua ma anche di qualcosa di commestibile. L'inverno
ha decimato le provviste ed il poco miglio rimasto al
villaggio non riesce a sfamare tutti. Cos, ha deciso di inoltrarsi
dove il fiume  pi pescoso, sperando di catturare un
luccio o quantomeno una trota: gi pregusta il sapore della
carne tenera, lo sfrigolio delle squame sul fuoco e l'odore di
brace. Il figlio mantiene il bastone mentre Camma srotola il
filo di stoffa che ha avvolto attorno al polso e inizia a fissarci
un piccolo uncino. La rudimentale lenza  quasi pronta e, a
giudicare dal luccichio tra le rocce, qualcosa si sta muovendo
nell'acqua controcorrente.
La donna sta inserendo un insetto ancora vivo sulla punta
dell'amo, quando un rumore dall'altro lato del ruscello attira
la sua attenzione.
 a mezza lega pi in l, mio signore...
Sono voci: voci straniere. Camma non riesce a capire cosa
dicano, ma sente il rumore di passi che affondano nella neve
fresca e intuisce che si tratta del nemico. Lascia cadere la lenza
nel fiume e rotola dietro un grosso masso, trascinando il
figlio con s.
Madre, ma cosa...
Camma gli tappa la bocca e gli ordina di tacere, poi cerca
di trattenere il fiato e mettersi in ascolto.
 vestita di bianco e di sicuro non verr notata, a meno che
quei soldati non decidano di attraversare il fiume. Dalla sua
postazione per riesce a vederli bene: sono otto, no, dieci,
a cavallo e armati di tutto punto. Quello basso e vestito in
maniera pi regale di sicuro  il loro comandante. Li sente
parlottare nella loro lingua oscena e avverte il proprio cuore
accelerare.
Basterebbe attraversare questo corso d'acqua e prenderli
di sorpresa. Stamattina sono arrivato fino al centro del bosco
e si vedevano le prime capanne.
Prima dobbiamo convincere il legato.
Quintiliano  un cane bastardo...
Come ti permetti, soldato?!
Mio signore, ma sei stato tu a dirlo per primo, ieri notte...
Seguono delle risate sguaiate, divertite. Se ora la vedessero
non esiterebbero a ucciderla, e anche il bambino. Camma
ha incontrato popoli e scoperto culture diverse, da quando
 sposata a Taranis. Ma nessuno con la ferocia e l'arroganza
dei Romani. Trasudano odio, e anche le loro armi hanno un
che di mostruoso: Camma li immagina gi scagliare le lance
in cielo con le loro mani sporche e callose, per falciare vite e
seminare terrore tra la sua gente. Le viene quasi da piangere,
ma continua a tenere la mano premuta sulla bocca del figlio
e a stringere gli occhi.
Poi, all'improvviso, le risate svaniscono.
Se ne sono andati, come fantasmi. Camma esce dal nascondiglio,
si accerta che non ci sia nessuno e getta un'occhiata al
fiume.
Chi erano?
Uomini malvagi, Conall. Romani... risponde lei.
Nell'acqua, attorno alle rocce, un luccio sta giocherellando
con il filo della lenza ormai abbandonata.
Dobbiamo andare via di qui, adesso! Ti ripeto che erano
soldati e stavano cercando qualcosa... Di sicuro erano in
esplorazione ed oggi potrebbero arrivare fin quaggi!
Tu parli la loro lingua?
Camma fissa il padre, uno dei pi anziani nel villaggio, con
occhi impotenti. Poi scuote la testa rassegnata.
E allora non hai motivo di dire che siamo in pericolo.
Questo posto  ben protetto, nessuno ci pu scoprire. Altrimenti
sarebbero gi qua, o sbaglio?
Ma li ha visti anche lui protesta lei, indicando il figlio.
Il padre la fissa con un sorriso benevolo e accarezza la testa
al nipote. Alla luce della lampada, Camma  ancora pi
bella. La pelle chiara, i seni piccoli, i capelli corti e la bocca
che si storce impercettibilmente quando si innervosisce: non
poteva che diventare la donna del capotrib e suo padre ne
 orgoglioso.
Non possiamo mettere in allarme l'intero villaggio, ci
sono donne che aspettano i loro uomini pregando gli di. Gli
stessi uomini che tra poco si scontreranno con i Romani per
ricacciarli da dove vengono, di l dalla collina.
Camma d un'occhiata fuori dalla capanna. Nel villaggio
c' silenzio e poco movimento: la luna getta una luce sinistra,
ingigantita dal fuoco che brucia al centro della radura. Poco
pi in l, alcune donne pregano attorno a un cerchio di pietre
mentre i bambini e i vecchi si occupano del cibo. Fa freddo e
non ci sono abbastanza pelli per coprirsi.
E poi Taranis  stato chiaro, ed  lui il capo: non possiamo
muoverci da qui fino al suo ritorno aggiunge l'uomo.
Conall si stende sul giaciglio e chiude gli occhi, per lui 
stata una giornata faticosa. Camma vorrebbe ribattere qualcosa,
ma sa che sarebbe inutile: gli di parlano per bocca degli
anziani e alle donne non  consentito contraddirli. Cos, si
inginocchia accanto al giaciglio e afferra la cassa di legno con
gli utensili domestici.
Il padre la fissa incuriosito, Camma apre il coperchio,
prende un grosso coltello e la pietra per affilarlo. Se il destino ha
deciso il suo corso, lei non si far trovare impreparata. Il figlioletto
si rigira sul pagliericcio, poi apre gli occhi un po' impaurito,
mentre vede le scintille sprizzare dalla lama.
Che sta facendo? sussurra al nonno che  l vicino.
Si protegge dai demoni della notte sorride il vecchio,
sornione.

3.

La paura  gi un ricordo, cos come il clangore degli scudi
durante la battaglia. Massimo corre per la landa brulla e innevata
alla testa della sua coorte: sono meno uomini di quanti
ne occorrerebbero, ma hanno sete di sangue. E di vittoria.
Hanno appena abbandonato il campo di battaglia per seguirlo
nella folle impresa che gli consentir di vendicare i compagni
uccisi dalle asce nemiche.
Il cielo si  oscurato e la neve punge gli occhi, mentre attraversano
di corsa il fiume e si infilano nel fitto del bosco,
diretti verso la radura. Massimo ha in testa mille pensieri: non
si preoccupa tanto delle conseguenze del suo gesto, quanto
della possibilit di una vittoria. Dovr essere abile e rapido,
dovr servire al legato il trionfo su un piatto d'argento:  un
enorme rischio, ma  l'unica occasione per aprire le porte alla
sua carriera militare, chiuse da troppo tempo.
Ci siamo quasi, mio signore... grida Zeno, indicando un
punto imprecisato tra gli alberi.
Massimo schiva con destrezza le betulle e cerca di guadagnare
terreno, gli uomini lo seguono con le armi sguainate.
Un po' di fumo si alza nel cielo livido e finalmente si intravedono
le prime capanne. Ai Romani per poco non viene un
colpo: non si aspettavano un villaggio cos grande. Ci sono
tende, carri, strumenti agricoli, qualche capo di bestiame e
perfino un tempietto tirato su con le pietre. Gli Ordovici
hanno l'usanza di spostarsi con le loro famiglie per la guerra:
e cos, quello che in origine era un piccolo villaggio in poco
tempo ha visto quintuplicare la sua popolazione.
Non abbiamo tempo per razziare o cercare denaro. Fallo
capire a tutti: dobbiamo catturare quanti pi barbari possibile
ordina il legato a Zeno.
Il centurione annuisce e raduna i soldati, poi si sincera del
numero di cavalli disponibili per trasportare i prigionieri. 
un buon soldato, Zeno: non si tira indietro davanti alle missioni
pi scomode e gli ha sempre dato fiducia. Massimo sa
che dovr premiarlo, prima o poi.
Gli uomini chiedono come devono comportarsi se incontrano
resistenza. Voglio dire, da parte delle donne...
Lo sanno bene, cosa devono fare. Avanziamo in due gruppi
dai lati!
La coorte si divide e si prepara a calare nel villaggio. Qualcosa
infastidisce Massimo, come ogni volta che si trova davanti
a popoli stranieri. Non sa cosa sia, sente solo un odio
profondo per i colori, i cibi, la lingua di quella gente. E poi, le
loro donne: certo, sono belle, la pelle  bianca come il latte...
Ma hanno quello sguardo astioso negli occhi che ti fa venire
voglia di punirle. Vorrebbe ucciderle, sterminarli tutti per
poi tornare subito a casa, a Roma, e ottenere la ricompensa
che gli spetta.
Quando arriva al limitare del villaggio, Massimo  talmente
in preda al suo istinto animale da non accorgersi di aver gi
afferrato la lancia. Il primo a morire  un vecchio seduto su un
masso, intento a spargere sale e cereali su quello che sembra
un piccolo altare. Non fa in tempo a concludere la preghiera
n a guardare in faccia il suo assassino: la lama gli trapassa il
petto e la stele di pietra sulla quale stava pregando si colora
del suo stesso sangue.
Eccoli, i demoni della notte.
Non hanno code n lingue di fuoco, ma sguardi truci e
l'alito che sa di marcio.
Camma si sveglia in preda allo spavento. Ha passato la
notte a lottare con gli incubi e solo all'alba  riuscita ad addormentarsi
per pochi minuti. Ora il sole  gi alto: suo marito
sar sul campo di battaglia ad approntare strategie utili alla
vittoria contro il nemico.
Si alza e si sciacqua il volto in un catino, poi indossa una
tunica con i bordi dorati. Conall dorme ancora, mentre il
vecchio padre  fuori a discutere con altri anziani. Ridono,
come se non fossero in guerra. E forse  proprio cos, per
loro che hanno resistito all'usura del tempo e ai pericoli della
vita. Fuori fa meno freddo: il cielo  luminoso, la neve sembra
sciogliersi e preannunciare una primavera che stenta ad
arrivare. In un istante, Camma dimentica tutte le premonizioni,
le ansie ed i sogni cattivi della notte. Sta quasi pensando
di svegliare il figlio e ritornare al fiume per pescare, quando
sente le urla da lontano.
Dapprima le sembrano grida di bambini, o forse di una
donna che sta per partorire. Poi sente i passi dei cavalli, vede
la gente fuggire in preda al panico e la polvere alzarsi ai confini
del villaggio. In un attimo, tutto le  chiaro.
I Romani, arrivano i Romani!
Le urla di panico le fanno rizzare i peli del collo. Lo sapeva,
maledizione. I nemici lanciano torce in fiamme sui tetti
delle capanne, chiunque provi a scappare viene tramortito
dagli zoccoli dei cavalli, i vecchi sono uccisi o massacrati di
botte. In pochi minuti il villaggio si trasforma in un mattatoio
di sangue, fuoco e lamenti di dolore. Camma trascina dentro
il padre e corre ad afferrare il coltello che ha cos doviziosamente
affilato. Poi si accuccia per terra, facendo scudo
ai propri cari, e brandisce la lama davanti a s. Il figlioletto
piange, anche lei non riesce a fermare il tremore delle mani.
Guardate dovunque, mancano tre tende da quella parte...
Da una fessura tra le pareti di legno si riesce a sbirciare
cosa accade fuori. I Romani sono inferociti, i loro volti tumefatti
e odiosi si muovono in tutte le direzioni: hanno caricato
gi quasi un migliaio di donne e bambini su carri e cavalli. Li
hanno legati con delle corde e bloccati come fossero bestie.
Non capisce le loro intenzioni, ma prega che nella confusione
si dimentichino di lei e della sua capanna.
L dentro avete cercato? Il tribuno ha detto che ci servono
altre donne!
Camma sente i passi avvicinarsi all'uscio, poi un silenzio
che sembra fermare il tempo. Allora si scaglia in avanti con
tutta la forza che ha. Colpisce il soldato e prova a scaraventarlo
fuori. Non vuole che frughi all'interno: vuole offrirsi in
sacrificio per salvare il figlio e il padre. Ma lo stratagemma
non sortisce effetto.
Cagna bastarda! urla il soldato.
La corazza ha attutito il colpo. L'uomo ha solo un graffio
sull'avambraccio, ed  inferocito. Cerca di strapparle la
lama di mano, Camma riesce a vibrare inutilmente altri due
fendenti, poi viene respinta dentro la capanna. Sulla soglia si
affacciano altri tre soldati.
Legala e caricala sul cavallo. E prendi anche il ragazzino
e il vecchio.
No, questa puttana ha provato a uccidere Decio Moreno!
Deve prima avere una lezione grida un soldato.
Gli altri due si guardano in faccia e sogghignano. Camma
non sa cosa dicano, ma capisce che non hanno buone intenzioni.
La afferrano e la sbattono sul giaciglio, poi le strappano
i vestiti di dosso e le sono sopra in due. Legano le mani a suo
figlio e lo tirano per i capelli fuori dalla capanna. Il vecchio
padre prova a reagire, ma il soldato infuriato non gli lascia
nemmeno aprire bocca: con il coltello che ha preso alla donna
lo colpisce al petto, poi gli taglia la gola.
Padre! urla Camma.
Si sente morire dentro. Non sa cosa fare: non sa se pensare
alla rovina del villaggio, al bambino che le stanno portando
via o al corpo senza vita del padre, che giace l accanto. I
soldati grugniscono, la violentano ripetutamente e la picchiano,
una caviglia le sembra esplodere con un crac orribile. I
colpi le fanno male, ma non quanto il pensiero di ci che sta
accadendo ai suoi cari. Non si rende conto di quanto tempo
stia passando:  scioccata, confusa. Distrutta, come se avesse
ingerito una delle potenti droghe dei druidi. A un tratto le
pare di notare un soldato vestito in maniera diversa. Ma ha gli
occhi pesti, e non riesce a mettere a fuoco i suoi lineamenti.
Vede solo la macchia nera dei capelli e il rosa scuro del viso.
Probabilmente si tratta di un ufficiale. Per non sa nemmeno
dire se si tratti di un anziano oppure di un giovane.
Che succede qui? chiede il tribuno Massimo.
Questa donna ha provato a pugnalare il legionario Decio
Moreno, mio signore...
Camma sente quelle due parole pronunciate pi volte. E
l'unica cosa che capisce e che, in futuro, ricorder: "Decio
Moreno". Forse si tratta di un nome di persona, del nome del
soldato che l'ha violentata con pi ferocia. O forse  il nome
dell'ufficiale che ora le  vicino e le sta accarezzando con cupidigia
i capelli. Camma non sa cosa fare. Si sente umiliata.
Le d fastidio la puzza di quell'essere sporco e insignificante,
che tutti trattano con rispetto. Quando la mano dell'uomo
le passa a poca distanza dal viso, in un attimo di lucidit la
morde con rabbia. Quello urla di dolore e la ritrae subito, i
soldati intervengono e riprendono a investirla di calci, pugni,
sputi.
Ormai il viso della donna  pieno di sangue e lividi. La
caviglia rotta le fa male, dagli occhi quasi non vede pi. Sente
solo le risate ed il corpo dell'ufficiale, che ora si strofina contro
il suo.
Queste puttane mordono come cani, ma se le domi sono
docili come agnelli...
Isoldati lo guardano compiaciuti mentre condivide con
loro il corpo della donna. Ridono, sembrano bambini che si
divertono. Poi, quando il tribuno ha soddisfatto la sua carne,
la legano con corde strette e la trascinano per una gamba
fuori dalla capanna. Camma sbatte la testa, il petto, il collo
contro lo stipite e le pietre. Ma ormai non sente pi nulla.
Ilsuo cuore  ferito, e la natura ha misericordia del suo
dolore, facendole finalmente perdere i sensi.

4.

Questa volta gli di non ci hanno ascoltato: temo che ci
rimarremo, tra queste valli incolte.
Allora hai tempo per convertirti, fratello. Mi basta una
goccia d'acqua per battezzarti...
Rufo riesce ancora a scherzare nonostante la situazione. I
suoi movimenti goffi e il corpo da orso non danno l'idea di
un soldato. Se non fosse per i paramenti militari, lo si direbbe
piuttosto un contadino.
Sono passate otto ore dall'inizio della battaglia e i barbari
stanno mettendo in seria difficolt i Romani. Ormai i due
eserciti sono scomposti, combattono in un corpo a corpo furioso,
senza l'aiuto di armi d'assalto o cavalli. Sembrano ammonticchiati
come formiche alle pendici delle due colline ed il
centurione prima lancia Silano  al centro esatto della mischia.
Non  ferito, ma  stanco: gli Ordovici e le loro facce dipinte
hanno risorse d'energia inimmaginabili. Uno in particolare lo
colpisce per la sua ferocia: ha un elmo composto da un cranio
animale sormontato da una calotta di metallo. La barba  lunga,
la bocca si muove cos velocemente quando uccide un romano
da far sembrare quasi che ne stia assaporando le carni.
Di sicuro  uno dei capitrib, e assieme alla sua avanguardia
sta soffocando nel sangue le legioni imperiali.
Poi, dall'altro lato del fiume, accade qualcosa. Silano se ne
accorge dal volo dei pochi uccelli, che fuoriescono dal bosco
come scappando da un mostro invisibile.
Che accidenti sta succedendo?
Dove? chiede Rufo.
Laggi... indica il centurione, e alcuni soldati si girano a
guardare nella stessa direzione.
Si trascinano, sono sporchi e nudi, sembrano morti usciti
dalle tombe. E invece sono donne e bambini: dai capelli
lunghi e dalla carnagione chiara si direbbe che siano barbari.
Hanno le mani legate da pesanti corde e tremano, impauriti
e malconci. Dietro di loro, un'intera coorte di legionari a
cavallo procede a passo d'uomo con le lance spianate. Silano
vede qualcosa di inaudito: l'esercito barbaro si blocca all'unisono
per pochi istanti che sembrano durare un'eternit. Il
clangore di spade e scudi lascia spazio al suono dell'acqua
del ruscello. Il tempo si ferma in quell'istante e nessuno ha il
coraggio di muoversi o respirare.
Tra i legionari a cavallo sbuca Quinto Terenzio Massimo.
Ecco che fine aveva fatto: non era scappato, come si vociferava
nella quinta coorte dopo il lancio con le catapulte. Aveva
un piano di riserva, probabilmente studiato a tavolino per cogliere
i nemici di sorpresa.
Arrendetevi o morite con le vostre famiglie! urla
Massimo.
Silano non riesce a udire le parole, nonostante la distanza
non sia eccessiva. Vede solo i barbari mormorare e girarsi frenetici.
Poi uno di loro esplode di nuovo in un grido di battaglia
feroce ed il combattimento riprende. Ma Silano intuisce che
qualcosa nell'equilibrio delle forze  cambiato.
Nessuno comprende il linguaggio oscuro degli Ordovici,
eppure  chiaro che il loro esercito si sta spaccando. Cos
come il loro morale. C' chi vorrebbe liberare le donne e si
lancia a testa bassa verso il fiume: ma i Romani usano i prigionieri
come scudi umani e riescono a colpire senza essere
colpiti. La furia dei nemici non  sufficiente a garantire precisione,
anzi. Cadono in molti, tra i prigionieri. Bambini, donne
giovani, anziane. Un barbaro stringe a s il figlioletto mentre
una freccia li trafigge entrambi, unendoli per sempre. Un altro
prova a sfiorare la moglie mentre due spade gli squarciano
il collo, tranciandogli di netto la testa. Il sangue innaffia i volti
della sua famiglia, che strilla ormai senza pi voce.
Silano e Rufo sono annichiliti. Non  una strategia e non
 nemmeno una vendetta:  una carneficina. Non riescono a
dirselo, ma entrambi provano disgusto profondo per ci che
sta accadendo. A Rufo  la fede cristiana a suggerirlo. Ma Silano
ha in mente qualcos'altro, che non  la disciplina militare
n semplicemente il codice d'onore:  l'idea stessa di Roma.
Suo nonno era un fervido repubblicano e gli ha trasmesso le
sue idee sul mondo. Roma  stata scelta dagli di per civilizzare
l'universo. E i suoi cittadini sono chiamati a una missione
che va ben oltre le conquiste, il potere o la gloria.
Non riesco a credere che il legato si sia spinto a tanto. Per
di pi, senza darci nessun ordine.
Probabilmente non  opera sua...
Che vuoi dire? chiede Rufo.
Silano, mentre risalgono la china e tengono a distanza i nemici
con le frecce, guarda l'esercito di barbari dividersi definitivamente
in due tronconi. Una parte si ammassa attorno al
fiume e viene rapidamente decimata, l'altra prova a resistere
sulle colline: ma ormai i Romani si sono compattati. Il morale
 alto, non c' che dire: qualunque sia il dio degli inferi che lo
ha guidato, ora gli sta regalando la vittoria.
Quel Massimo sarebbe disposto a tutto per farsi bello agli
occhi dei soldati. E magari scavalcare lo stesso Quintiliano...
risponde Silano.
Nel mare di corpi che si agitano, si spingono, si graffiano,
Camma cerca uno spiraglio di luce per guardare dall'altra
parte. Gli occhi sono gonfi e le lacrimano, la testa le gira e ha
dolore in tutto il corpo. Ma vuole sapere che fine ha fatto suo
figlio. E anche suo marito.
Conall! Taranis! grida.
Le sue parole si prdono nel mare di lamenti che proviene
dalla sua trib, ormai decimata. Le poche donne superstiti si
accucciano contro i tronchi degli alberi, come topi in attesa
del falco che li divorer.
Taranis! grida ancora la ragazza.
E, tutto a un tratto, lo vede.
Come se fosse un regalo degli di, o forse un'ennesima maledizione.
C' un ultimo guerriero, un uomo alto e possente,
che combatte praticamente nudo. Il suo elmo e il suo scudo
sono a terra, persi tra il fango e il fetore dei morti. Il capotrib
sta morendo da eroe. Lotta con le ultime forze contro dieci
soldati romani: rotea l'ascia, tenta di colpire alle gambe e poi
si ritira. Ne uccide due prima di essere accerchiato. Lo disarmano
e lo trafiggono con i gladi da ogni lato. Poi gli mozzano
la testa e la issano sulla lancia, urlando a squarciagola.
Vittoria! Per l'impero e per Vespasiano!
Camma non ha pi lacrime, ma solo orrore. Resta a fissare,
impotente, i capelli del suo uomo che gocciolano sangue e
sventolano la loro sconfitta.
Roma ha vinto.
Il grido risuona per l'intera vallata, che  diventata un immenso
cimitero a cielo aperto. I corvi gracchiano, mentre ripuliscono
il terreno. Ormai il mondo non ha pi senso, Camma
vorrebbe sprofondare nel sottosuolo e raggiungere il suo
uomo. Ma c' ancora Conall, forse, in giro. Questo pensiero
sembra l'unica cosa che impedisca alla sua anima di lasciare
il corpo.
Mio figlio... qualcuno ha visto mio figlio? implora
disperata.
Una vecchia le si accosta, tremando per il freddo. Poi indica
qualcosa a dieci passi di distanza.
Forse  l, in quella buca nella neve...
S,  l. E ha il volto traumatizzato. Non riesce a muoversi,
nonostante non sia legato da corde o catene. Le sue guance,
non solcate dalle cicatrici comuni a tutti i coetanei della sua
trib, sono pi pallide del solito. Guarda un punto fisso in
mezzo agli alberi, il suo corpo non trema. Camma cerca di
spostarsi, ma ha i piedi legati a quelli di altre schiave, e se si
allontana rischia di far inciampare tutte o magari di spezzarsi
anche l'altra caviglia.
Ferme, cagne bastarde! urla un soldato strattonando la
corda e tentando di tenerle a bada.
Ti prego, portami da mio figlio, l... biascica Camma.
Si aggrappa ai piedi del soldato, si umilia, glieli bacia.
Che dice questa strega celta? chiede il romano a un suo
commilitone.
L'altro alza le spalle, poi osserva la donna indicare qualcosa
nella neve e capisce.
Conall! Conall! urla ancora lei.
Infischiandosene degli avvertimenti, striscia con il corpo
sul terreno tentando di avvicinarsi a lui. Le altre schiave protestano,
Camma fa ricorso a tutte le sue energie e lo sforzo le
fa cacciare fuori grida disumane. I soldati guardano divertiti,
mentre le nuvole si addensano sul campo di battaglia.
La donna scivola e affonda la faccia in pozze di sangue e
interiora, che in condizioni normali la farebbero vomitare.
Ma ora no. Si mette in ginocchio, muove qualche passo nonostante
il dolore lancinante alla caviglia. Continua a chiamare
il figlio, che sembra non riconoscerla. Arriva a sfiorargli una
gamba con la mano tremolante quando...
Che credi di fare?! urla un soldato.
Le strappano via Conall, sollevandolo e portandolo nel
gruppo dei bambini. Il panico si impadronisce di lei:  convinta
che sar l'ultima volta che lo vedr in vita sua. Allora
scatta, trovando chiss dove la forza di ribellarsi. Si aggrappa
al soldato e riesce a buttarlo a terra. Lo colpisce con i pugni,
con le unghie, con i denti. Ma non serve a molto.
Subito gli altri le sono attorno. E uno di loro afferra il gladio
per il piatto e le vibra una pesante mazzata con l'elsa sulla
nuca.
Le ultime luci di Camma si spengono del tutto.

5.

Il carro trainato da quattro cavalli arriva qualche giorno
dopo, al mattino.
Il sole  accecante, un vento proveniente da sud ha spazzato
via le nuvole e disciolto la neve. Le montagne sono tornate
verdi e la vista si spinge lontano, quasi fino allo stretto di
Menai.
Uno schiavo si accovaccia per fungere da predella e Tito
Flavio, figlio dell'imperatore Vespasiano, scende. I soldati si
schierano a protezione e lo salutano, lui si cala il cappuccio
della toga fin sulla fronte per ripararsi dal gelo e si affaccia
quasi sul precipizio. Ha indossato la porpora, per onorare
la battaglia, per onorare suo padre e per onorare anche se
stesso: il vecchio imperatore  ammalato e tra non molto gli
ceder la corona. E lui gi da qualche tempo si muove tra le
province di Roma per controllare con occhi e mani la consistenza
del futuro regno.
La vallata  stata quasi del tutto ripulita dai cadaveri. La
guerra nelle terre di Britannia  finita e i confini sono salvi. I
soldati si preparano a tornare a casa dopo oltre due anni di
assenza: porteranno con s un bottino fatto di denaro, schiavi
e soprattutto leggende da raccontare la notte davanti al vino
delle taverne.
Ti saluto, principe. Hai fatto buon viaggio?
Salute a te, legato. E onore alla tua impresa.
Quintiliano scende da cavallo e si avvicina a piedi, inchinandosi
al cospetto di Tito. Nota la veste porpora, che contrasta
con il grigio delle terre del Nord, e presagisce che quell'incontro
sar decisivo. Anche se non sa bene per quale motivo.
Saremo a Roma fra diciotto giorni, forse venti. E festeggeremo
il trionfo di tuo padre.
E anche il tuo, Quintiliano. L'imperatore dice sempre che
il vero potere  nelle mani di chi sa combattere.
Questo mi onora, principe aggiunge il legato, con sincero
imbarazzo.
La sua corporatura esile ed atletica, il volto glabro e la fronte
alta lo rendono molto diverso da Tito, che invece ha i tratti
grossi di un contadino.
Cosa sono quelle carovane laggi?
Tito ha intravisto due lunghe file di gente seminuda e incatenata,
che lentamente si dirige verso sud.
Schiavi, ne abbiamo catturati molti. Sono robusti e resistenti,
varranno quasi pi del denaro saccheggiato.
Il principe annusa l'aria. Quel paesaggio cos verde e silenzioso
gli fa provare una strana sensazione, di pace e timore
al tempo stesso. Come se Giove si preparasse a scagliare un
fulmine e squarciare il suolo per farvi precipitare dentro colpevoli
e innocenti.
Ho sentito che hai usato donne e bambini al posto degli
scudi e che questa strategia ti ha garantito la vittoria. Personalmente,
non ho nulla da eccepire. Ma mio padre  un uomo
di lettere ed ha il cuore tenero, lo sai. E di sicuro guarder alla
tua crudelt pi che ai tuoi grandi meriti.
Quintiliano calpesta una lumaca che tenta di risalire un
masso e poggia l'elmo per terra.
Ti hanno bene informato, principe. Ho peccato di superbia,
credendo di avere ogni uomo sotto il mio controllo...
Spigati meglio dice Tito.
Uno dei miei ufficiali ha preso un'iniziativa di cui non ero
informato.
Tito fa un cenno al suo schiavo e questi corre dentro al
carro imperiale. Ne esce con una brocca di vino rosso e due
calici: dorati, intarsiati di gemme.
 Falerno, direttamente da Capua fa il principe, porgendo
al legato il suo bicchiere.
Quintiliano tracanna d'un fiato. Non solo per l'avidit di
assaggiare qualcosa che non gusta da lungo tempo. Ma anche
perch sa che la sua vita adesso  su un crinale: pi impervio
di quello su cui si trovano in quel momento.
Come si chiama questo tuo ufficiale?
... il tribuno Quinto Terenzio Massimo risponde Quintiliano,
non  un cattivo soldato, anzi. Ma  fin troppo
esuberante.
Il futuro imperatore sorseggia il suo vino, ma subito lo risputa
per terra, come se avesse appena assaggiato sterco di
animale.
Le cose prdono sapore o si guastano, allontanandosi da
casa... mormora.
In ogni caso, la responsabilit di quello che  accaduto 
interamente mia, principe. E sono disposto a subire qualsiasi
castigo.
Tito sorride e batte una mano sulla spalla del legato. Poi
abbandona la coppa per terra e lo schiavo si affretta a raccoglierla.
Lontano, i soldati hanno quasi terminato di smontare
l'accampamento.
Apprezzo la tua umilt e ammiro il tuo coraggio.  inutile
nasconderlo: solo gli di sanno quando, ma prima o poi
mio padre abbandoner questo mondo. E a me occorreranno
amici fidati.
L'intito di Quintiliano corre veloce, come la sua ambizione.
Senza accorgersene, subito assume un tono di voce
servile.
Certo, mio signore dice prontamente.
Quanto a quel Massimo, ci penser io al nostro ritorno.
Se lo punisci tu, rischi di fare un male peggiore: gli altri soldati
penserebbero che la vita di qualche barbaro valga pi
di quella di un romano. In fondo, ha contribuito in maniera
determinante alla vittoria...
E cosa pensi di fare, se posso permettermi?
Si  alzato un vento che trasporta l'odore della foresta gi
per la collina. Tito respira a pieni polmoni: la porpora della
sua veste fa lo stesso effetto di un incendio, contro il grigio
dei rami.
Intendi con te o con lui?
In verit, con lui.
Neutralizzarlo nella maniera pi indolore per tutti.
Offrendogli un premio.
E invece con me...? chiede Quintiliano speranzoso.
Tito ride, divertito. Ne ha conosciuti tanti, di generali romani.
Uomini feroci in battaglia, ma che sembrano deboli
rametti pronti a spezzarsi quando hanno a che fare con senatori
o sovrani. Bisogna riempirli di tante piccole batoste e poi
all'improvviso premiarli con un dono che li risarcisca di ogni
cosa.  l'unica strada: solo cos la loro fiducia sar corroborata
dall'ingordigia.
Tra qualche tempo si liberer una carica di proconsole
nella provincia ispanica... dice, scandendo le parole in maniera
studiata. Credi di esserne all'altezza?

6.

Roma, venti giorni dopo.

La strada per la capitale  stata lunga. E, in un certo senso,
incredibile. All'inizio Camma aveva pensato di morire: la febbre
ed i deliri si sono impadroniti di lei per i primi dodici giorni
di marcia. Le altre prigioniere l'hanno aiutata, vestendola,
preparandole infusi e medicamenti. La caviglia non  guarita
del tutto: la frattura si  sanata, ma in maniera scomposta. Cos
ora Camma zoppica vistosamente, come una Venere storpia.
Forse l'unico pensiero che l'ha tenuta in vita  qualcosa che
si  impadronito del suo cuore, come la malattia, fino a diventare
un'idea fissa: un'ossessione.  la testa di suo marito che
sventola in cima ad una lancia.  il coltello che taglia la gola di
suo padre. Sono le mani di quell'uomo che l'ha violentata e dei
suoi compagni che le hanno strappato via il figlioletto.  Decio
Moreno. Quelle due parole dal sapore orrendo le rimbombano
in testa come tamburi di guerra. E la portano a pensare che
ormai ha perso ogni speranza, ogni illusione, ogni cosa che per
lei contasse. Non le resta che un unico obiettivo da perseguire.
Poi, che gli di si prendano pure la sua anima! Vuole trovare
quelli che le hanno portato via la vita e vuole fargliela pagare.
Vuole vendetta.
Ma per ora non pu che rassegnarsi e attendere l'occasione
giusta. Roma  una citt mostruosa, tentacolare. Eppure
c' un fascino assurdo in quelle case di mattoni rossi, in quei
templi, in quella folla vestita di mille colori che bercia parole
incomprensibili.
La carovana attraversa la via Aurelia, poi scavalca il Tevere
e si immerge nel vivo della citt, fino a risalire verso il
foro. Camma e le altre prigioniere si guardano attorno con
stupore. Qualche bambino si avvicina, le insulta e sputa loro
addosso. Accanto a una gigantesca arena in costruzione, quasi
perfettamente circolare, alcuni cittadini romani vestiti di
stracci raccattano dal suolo avanzi di cibo e spazzatura. A
pochi passi da loro, gli schiavi trasportano a mano immense
lettighe decorate con stoffe orientali, sulle quali sono adagiate
ricche donne dagli sguardi annoiati.
Rallentate, siamo quasi arrivati urla uno dei quattro soldati
e, per farsi capire, strattona le catene che legano i prigionieri.
Il lotto di schiavi di cui Camma fa parte  composto da una
ventina di donne e pochi bambini. Appena dieci giorni prima
erano il doppio, ma la fame e la pestilenza li hanno sterminati.
La carovana attraversa la Suburra e passa sotto un arco,
poi si ferma nei pressi di un colonnato. Il Foro di Augusto 
brulicante come non mai: soldati, venditori, semplici curiosi
che osservano le mercanzie trasportate dai quattro angoli
della terra: tappeti, monili, marchingegni di ogni tipo e animali.
Ce ne sono alcuni che Camma ha solo sognato nella sua
fantasia: gialli e con il collo sproporzionato, marroni e con le
gobbe al posto del dorso, grigi e con denti curvi e bianchissimi.
Dappertutto, gente che strilla e che urina al suolo. In
un angolo c' perfino una donna che copula con un vecchio.
Mettetevi in fila, cagne! urla di nuovo il soldato.
Iprigionieri sfilano sotto il portico e vanno a sistemarsi
su un basamento rialzato. Camma capisce che il loro turno
 arrivato. I mercanti di schiavi si avvicinano per tentare di
concludere i loro affari.
Quella puttana non pu valere tremila sesterzi...
Ma guardala bene, per Giove!  pulita, ha tutti i denti
a posto ed  forte. Pu lavorare in casa o cucinare, se glielo
insegni.
E come, se non parla neanche la nostra lingua? E poi mi
servono gladiatrici da addestrare, non cuoche risponde il
mercante.
Il soldato  spazientito. L'asta si  protratta fino al pomeriggio
e parte del foro si  svuotata. Sono rimaste pochissime
schiave da piazzare. Il turno di Camma  quasi arrivato e la
ragazza si sente alquanto intimorita.
D'accordo, dammene quattromila e ti prendi tutte e due
insiste il soldato, indicando Camma.
E che me ne dovrei fare di quella?
Guarda com' bella. Farebbe una grande figura nell'arena,
e poi  anche forte. Ha provato a scappare ed a ribellarsi
un mucchio di volte esagera il soldato.
Ma il mercante, la pancia grossa e l'aria di chi la sa lunga,
non vuole farsi ingannare. Si avvicina a Camma, ne scruta
attentamente i tratti del volto, la bocca, i lineamenti fieri e i
muscoli. Poi gli viene un'idea.
Facciamo una prova dice.
I due soldati si guardano straniti, ma il mercante insiste.
Afferra due daghe da allenamento da una sacca che ha con s
e ne porge una alla ragazza. Poi fa un gesto ai due per liberarla
dalle catene.
Se me la rovini, per, me la ripaghi per intero... dice uno
dei soldati.
Il mercante fa un gesto a Camma e le ordina di farsi sotto.
Qualcuno si affolla e inizia ad applaudire, ridendo. La ragazza
non capisce,  stranita: in mezzo a quella confusione,
tutto le sembra ingigantito, grottesco. Poi qualcuno le d uno
schiaffo sulla nuca e il dolore pungente le fa risvegliare l'istinto.
Quegli uomini, quei romani, sono la stessa gente che l'ha
violentata e ha ucciso la sua famiglia. Non sa se si tratti di un
gioco o di una prova di resistenza. Non sa cosa voglia dire
quella ridicola spada di legno, ma capisce che l'unico modo
per far tacere quelle voci e quelle risate sguaiate  colpire a
morte il mercante grasso con gli abiti che puzzano.
Camma solleva la daga e si avvicina lentamente, poi fa uno
scatto e prova a menare un fendente dall'alto, ma l'uomo lo
schiva facilmente. Allora ci riprova, questa volta facendo roteare
la finta lama di lato: l'avversario para la stoccata e la
colpisce sulla schiena, quasi mandandola a sbattere contro
una colonna. Qualcuno ride, la gente inizia a divertirsi.
 agile, ma  rozza. Da dove viene? chiede.
Dal nord, terre di Britannia...
Almeno quella parola la capisce, Camma. "Britannia", la
terra dei suoi padri. Forse vogliono umiliarla ulteriormente,
mostrando la scarsa resistenza degli Ordovici nei confronti
dei Romani. Il dolore alla caviglia  enorme, ma Camma tenta
di nasconderlo e attacca sempre con la guardia destra, per
questo i suoi colpi sono cos deboli. L'uomo a un tratto intuisce
qualcosa e finge di scoprirsi, lasciando una larga porzione
di ventre libera.
Muori! urla Camma nella sua lingua con una voce
agghiacciante.
Qualcuno dei ragazzini accorsi per assistere alla lotta sembra
spaventarsi. Perfino qualcuno degli schiavi. Ma non il
mercante: appena lei tenta di affondare la punta della daga
nel suo petto, lui si sposta agilmente di lato e le fa lo sgambetto.
Camma prova a saltellare per rimanere in piedi, ma il
dolore alla caviglia  troppo forte e le fa perdere l'equilibrio.
Finisce per terra con un tonfo sordo.
Il mercante sorride e recupera le sue armi. Si avvicina, le
esamina accuratamente la gamba e nota la brutta stortura
all'altezza del collo del piede.
Questa donna non pu combattere... E non vale pi di
duemila sesterzi: solo per la sua bellezza dice.
I soldati si guardano in faccia imbarazzati. Parlottano e si
sono quasi rassegnati ad accettare l'offerta quando vedono
l'altro sistemare la bisaccia sul dorso del suo mulo e dare ordine
di preparare gli schiavi al trasporto.
Non mi serve una storpia. Mi accontento delle altre che
ho gi comprato aggiunge, allontanandosi.
Camma fa per rialzarsi in piedi, ancora turbata. All'inizio
aveva pensato che volessero umiliarla, invece dalle facce innervosite
dei soldati capisce che quella era una prova: una
prova per decidere del suo destino.
E adesso che ce ne facciamo? chiede uno dei due.
Ilforo  quasi vuoto, ormai. Sulle scalinate del tempio i
mendicanti sonnecchiano, alcuni visibilmente ubriachi. Attorno
alla statua di Marte Ultore restano solo avanzi di cibo
e sudiciume. Un uomo sbuca fuori dall'ombra del colonnato
e si avvicina ai soldati.  vestito in maniera appariscente, con
stoffe di lino arancione e blu, e anelli e collane di ogni tipo.
Per duemila sesterzi la compro io dice.
I soldati lo fissano, un po' straniti. Pi che un mercante
sembra un eunuco, magari un liberto al servizio di una famiglia
importante. Ma in fondo  uguale, il denaro  denaro.
D'accordo, la donna  tua dice il soldato. Poi afferra
Camma per un braccio e le indica il suo nuovo padrone. La
ragazza vede la borsa zeppa di monete passare di mano in
mano, e capisce che non vedr pi i suoi carcerieri.  stata
venduta a quell'uomo strano, vestito come una specie di strega
e con lo sguardo a met tra il ridicolo e il raccapricciante.
Mentre i soldati contano le monete, abbastanza soddisfatti,
il mercante indica a Camma una grande lettiga all'angolo
del tempio, dove giacciono altre schiave. Sono pulite, profumate,
vestite come donne ricche. I tessuti che rivestono la lettiga
sembrano morbidi e un odore di incenso si libra nell'aria.
Uno strano presentimento le si fa avanti nella testa.
Come ti chiami? chiede uno dei soldati all'uomo,
mentre va via.
Sono Pericle, per servirti.
E dove la porti, quella donna?
A Pompei risponde lui e poi, sottovoce, aggiunge a Camma
nella sua lingua: Nel miglior lupanare della via Stabiana.

7.

 il trionfo.

Il trionfo dell'impero. Il trionfo di Vespasiano. E anche
quello di Quintiliano.
Al condottiero  stato concesso l'onore pi alto che possa
essere tributato a un militare romano. Dopo oltre due anni di
lontananza, di stenti e di pericoli, le legioni romane sono rientrate
nell'Urbe vittoriose, portando in dono i confini della
Britannia e i tesori saccheggiati. Pochi, per la verit. I barbari
non hanno ricchezze come quelle ricavabili a Oriente, in
Africa o in Giudea. Cos, Quintiliano ha gonfiato la parata
allestendo i carri con grandi massi dipinti d'oro e sormontati
dal bottino di guerra: animali, sculture, stoffe pi o meno
pregiate e forzieri zeppi di monete.
Lo stratagemma ha effetto soprattutto sui plebei, che
guardano alla cerimonia come a una ghiotta occasione per
racimolare cibo e svaghi di ogni genere. Il percorso del Campo
Marzio  disseminato di gente che urla, acquista cibi dai
venditori improvvisati, si dimena per scorgere da vicino il
trionfatore: Quintiliano  seduto sul carro pi alto e si guarda
attorno salutando la sua gente. Indossa un mantello porpora,
sulla testa ha una corona d'alloro e il volto  dipinto di colori
improbabili.  un misto tra un barbaro e Giove in persona: 
la quintessenza della vanit e del potere romano. Quando il
corteo fa l'ingresso trionfale nel tempio di Giove Capitolino,
petali bianchi cadono dalle cime dell'edificio e formano un
tappeto sulla lunga scalinata. Il legato discende dal carro e saluta
ancora la folla in delirio, poi si avvia a ricevere il premio
che gli spetta, scortato dai tribuni militari della sua legione.
C' anche Massimo, tra gli ultimi.
Il principe Tito lo attende oltre il colonnato, affollato da
uno stuolo di senatori e magistrati. Il vecchio imperatore 
in disparte, su una lettiga attorniata da ancelle e dall'altro
figlio, Domiziano: ormai il morbo che si  impadronito di
lui ne sta decimando le difese e non manca molto prima del
suo trapasso. Vespasiano non riesce nemmeno pi a spiccicare
una parola. Il vero potere  tutto nelle mani del
primogenito.
Onore a te, legato! gridano in coro i senatori.
Quintiliano si sveste degli abiti da cerimonia e, a testa
bassa, si introduce nella piccola folla. Al centro del tempio
 pronto il toro che verr sacrificato per l'occasione. L'aria
che si respira  solenne, regale.  stato Tito a ideare tutto. In
genere i trionfi vengono tributati in occasioni davvero rare,
ma con questa mossa il principe ha ottenuto due cose: distogliere
l'attenzione da s, diffondendo un'immagine di umilt
e modestia, e rendere intoccabile il suo uomo di fiducia.
Sei stato lungo tempo lontano da casa. Ma, come ebbi
modo di dirti, ne  valsa la pena.
Tutto quello che ho fatto  stato per l'onore del Senato e
dell'imperatore.
Senza dimenticare il popolo... aggiunge il senatore Caio
Giunio Balbo.
Quintiliano lo fissa imbarazzato, annuendo. Gli altri prorompono
in una risata.
Il senatore Balbo per ha ragione. A che altro serve avere
un impero se non si ha un popolo da educare e guidare? Il
legato Quintiliano ha riportato l'esercito sano e salvo a Roma,
ha reso intoccabili i confini e ha cancellato qualsiasi minaccia
a nord. Il popolo romano  al sicuro, almeno con le razze
celtiche. Altri pericoli per si addensano altrove, per esempio
nelle terre ispaniche... dice Tito.
Il legato resta in silenzio ad ascoltare e fissa i volti dei magistrati.
Sono tutti rapiti, il principe  insuperabile in questo
genere di cose: esordisce parlando di ovviet ma alla fine sa
sempre spostare l'attenzione dove vuole lui. E sa convincerti
che quello che dice  giusto e inviolabile.
Un comandante come il legato Gneo Pompeo Quintiliano
non  solo una risorsa:  una barriera indispensabile per
placare i dissapori che si agitano ai margini di Roma. Quei
dissapori che mio padre l'imperatore ha combattuto per una
vita continua, indicando la lettiga.
I senatori ora si esaltano. Qualcuno sta al gioco, altri sono
sinceramente inorgogliti, convinti di partecipare a qualcosa
che rester nella Storia. E in effetti  proprio cos: il loro mormorio
si eleva nel grande tempio di Giove, e perfino il toro in
attesa di essere sacrificato muggisce, come unendosi al coro.
Per questo, alla scadenza dell'attuale mandato, propongo
di nominare Quintiliano nuovo proconsole della Spagna
Betica.
La piccola platea esplode in un grido di giubilo. Quintiliano
non sa contenere l'emozione: quella di proconsole era una
carica che non aveva mai neanche sperato di ottenere. Sorride
e si sfiora la nuca calva, mentre saluta e riceve manifestazioni
di affetto dai senatori. Anche i suoi ufficiali, schierati dietro
di lui, sembrano entusiasti. Tutti tranne uno: Quinto Terenzio
Massimo, che se ne resta in disparte, come indispettito per
quell'enorme messinscena.
Tito d disposizione di preparare il sacrificio animale. Il
sacerdote afferra il gladio, mentre un profumo di incenso si
diffonde sotto l'enorme navata. Quintiliano prende posizione
davanti alla grande bestia e le afferra le corna con le mani,
poi si inginocchia recitando una preghiera in coro con il
sacerdote.
Quando tutto  pronto, la spada trafigge il collo del toro
e il sangue inonda il volto e la tunica bianca del futuro
proconsole.
La platea di magistrati, senatori e tribuni  in estasi: in
qualche modo,  qui e ora che comincia il principato di Tito.
Quando la cerimonia finisce, poco prima che il toro venga
esposto e dato in pasto alla plebe, i tribuni militari si accalcano
a congratularsi con il loro comandante. Non  solo una
manifestazione di affetto o di servilismo:  anche il modo per
ricevere il tanto agognato compenso. Uno alla volta, Quintiliano
fa conoscere ai propri ufficiali il destino di ciascuno.
Chi viene promosso a un rango superiore, chi riceve un incarico
politico, chi una magistratura. Sembrano tutti perfettamente
soddisfatti e anche emozionati di poter partecipare
personalmente al futuro di Roma.
Quando tocca a Massimo, l'atmosfera solenne della cerimonia
si  ormai stemperata. Il sole caldo del pomeriggio
taglia radente le colonne del tempio. Il tribuno si avvicina al
legato e, con un inchino, pronuncia la consueta formula di
rito: quella che dovrebbe invitare il trionfatore alla modestia,
ma che in realt non fa altro che testimoniare la propria
sottomissione.
Ricrdati che sei un uomo, mio signore...
Quintiliano tocca la spalla di Massimo e lo fa sollevare. Nei
suoi occhi brilla la luce dell'odio, il tribuno ne  certo. Come
potrebbe essere altrimenti: Massimo  sempre stato indisciplinato,
ha sempre cercato di metterlo in imbarazzo davanti
agli altri ufficiali per ostentare la propria superiorit e l'altrui
inadeguatezza. E gli di hanno aspettato a lungo prima di
punirlo. Ma ora  giunto il momento in cui tutti i nodi sono
venuti al pettine.
Finalmente siamo di nuovo a casa come speravi, Massimo.
Per servire il Senato e il popolo, mio signore.
Tito  accanto all'imperatore Vespasiano, sulla lettiga. Fa
caldo, le ancelle cercano di rinfrescargli la fronte con acqua e
agitano larghe piume di struzzo. Il principe vede i due parlare
e si avvicina incuriosito.
Cos, lui  l'arma segreta che ci ha consentito di sconfiggere
gli Ordovici esordisce.
In realt sono quello che si  lasciato guidare dalla rabbia
per la morte dei suoi uomini, pi che dal cuore... Massimo 
colto alla sprovvista. Si inginocchia e gli bacia la mano, dissimulando
una sincera emozione, ma Tito non si lascia ingannare.
Sa essere pi scaltro: sa essere anche pi cattivo.
Un uomo come lui  una risorsa per l'impero. Ed  sprecato
a dormire in tenda o a dividere il freddo con altri soldati
dichiara il principe, rivolto a Quintiliano.
Credo che tu abbia ragione. Anche se, per un ufficiale,
 un segno di grande onore saper rinunciare ai privilegi per
saggiare le sofferenze con i propri soldati.
Vuoi dire che il tribuno Massimo  amato dai suoi?
Diciamo che  rispettato e sa comandarli molto bene. Sul
suo conto fioccano gi leggende, che si diffondono di bocca
in bocca perfino tra il popolo.
Massimo  stranito, irrequieto. Si tocca l'orecchio destro:
da quando ha ricevuto quel colpo in Britannia non  mai
guarito del tutto, anzi, l'udito  calato. Ascolta in silenzio il
futuro imperatore ed il futuro proconsole: due dei romani pi
influenti del mondo che parlano di lui. Non  un buon segno
e, come se non bastasse, non trova neanche il modo per
inserirsi nel discorso. Ma  Tito a venirgli subdolamente in
soccorso.
Un bravo comandante  anche qualcuno bravo ad amministrare.
Non ne convieni, Massimo?
S... principe.
Pensi di poter essere una risorsa per l'impero?
S-sono... al tuo servizio e a quello di Roma, principe
continua lui, balbettando.
Tito sorride. Ancora una volta, ha portato il suo interlocutore
esattamente dove voleva. Anche Massimo lo sa, ma la
cosa peggiore  che non pu farci niente.
I confini sono importanti, ma le minacce all'interno lo
sono altrettanto. Le scintille della discordia si stanno accendendo
in alcune province al di sotto di Roma. E, come sai, in
questa stagione calda basta un attimo perch i campi e il raccolto
prendano fuoco... Conosci la citt di Pompei? chiede.
Massimo deglutisce. Ha gi intuito quale sar il suo destino.
Lo ha capito fin dal primo momento: la periferia di Roma. Abbastanza
vicino per essere controllabile, abbastanza lontano da
essere ininfluente.  peggio di una trappola:  un'imboscata.
Principe, io... prova a dire, ma Tito gli blocca la parola
con un gesto sapiente della mano.
Si dice che ci siano banditi che imperversano sulle montagne
attorno alla citt. Pompei  uno dei gioielli italici e, una
volta debellata quella gentaglia, potrai godere dell'amministrazione
di una delle citt pi ricche a sud di Roma. Ti senti
in grado di farlo?
Quintiliano guarda ammirato il suo futuro imperatore.
Dietro il corpo rozzo da contadino si nasconde una volpe.
Massimo non sa cosa rispondere: se accettasse si ritroverebbe
fuori dai giochi militari, in un limbo ozioso e inutile. Ma se si
rifiutasse sancirebbe la fine della sua carriera, e forse anche
della sua vita. Lo manderebbero via, magari a combattere in
Oriente, in una sorta di confino per salvare le apparenze con
i soldati e il popolo che sta iniziando ad amarlo.
Prende tempo fissando la statua di Giove, che da quando
era piccolo gli ha sempre procurato un senso di inquietudine.
Poi china la testa, come se fosse lui la prossima bestia da
sacrificare.
Certo, principe. Per la tua gloria e quella del futuro proconsole
Quintiliano risponde.
Tito  soddisfatto.
Allora  deciso. Potrai portare due coorti di soldati, a te
la scelta.
Grazie, principe... dice Massimo, cercando di trattenere
in ogni modo la furia e l'umiliazione.
Il sacerdote e gli schiavi, intanto, hanno portato fuori la
carcassa del toro. Il sangue ha gi iniziato a rapprendersi e
le mosche ci svolazzano attorno furibonde. La folla esplode
in un grido di giubilo che dura parecchi minuti. E nessuno
avverte i gemiti dell'imperatore Vespasiano, ormai prossimo
al suo viaggio verso i Campi Elisi.
...
Terra.

Non  facile emergere per coloro alle cui virt 
ostacolo la scarsezza dei mezzi.

Giovenale, Satire III, 164.

8.

Pompei, due mesi dopo.

Onnipotente Giove... Sei soltanto un'inutile cagna:
andrai a morire nelle miniere di rame!
Il vento freddo scaccia via gli insetti e spolvera le strade
di Pompei. Ma non l'odore di marcio: le fabbriche di garum,
la rinomata salamoia di pesce, sono a pochi passi di distanza
dalla via Stabiana. E all'ingresso dei lupanari si respira un'aria
mista di sesso e cibo, incenso e profumi orientali, che inebria
lo spirito pi del vino o delle droghe.
Il nuovo padrone di Camma  infuriato. La schiava non
solo non ha ancora imparato bene la lingua latina, ma si rifiuta
di apprendere i fondamenti dell'arte amatoria. All'inizio
si  addirittura ribellata, finendo per aggredire i clienti o
cospargersi di escrementi allo scopo di diventare indesiderabile.
Il padrone ha provato a insultarla, bastonarla, ridurle il
cibo o l'acqua, ma non  servito a nulla. Disperato, l'ha anche
minacciata di morte, ma ha poi desistito per il timore di lasciarsi
sfuggire un investimento. Proprio adesso che Pompei
si  ripopolata, dopo l'insediamento del nuovo duumviro e
delle sue coorti di soldati, rischia di perdere un mucchio di
denaro.
Con il suo comportamento Camma infastidisce anche le
altre prostitute, che in realt ne invidiano la bellezza e i tratti
fieri. L'unico con cui abbia stretto una sorta di amicizia  il
liberto Pericle, che  anche il solo a spiccicare qualche parola
nella sua lingua.
E in effetti,  appena intervenuto a sedare l'ennesima discussione
che rischia di finire in tragedia: Camma ha graffiato
il petto di un cliente che  andato via inferocito e ha preteso
la restituzione dei soldi pattuiti.
Lascia fare a me, non c' modo peggiore che bastonare
un asino per farlo camminare...
Un asino che non cammina  buono solo per finire sul
fuoco e poi in pentola brontola il padrone, allontanandosi
indispettito.
La stanza in cui Camma passa la maggior parte del tempo
 abbastanza grande, ma ugualmente soffocante. La finestra
ha una maglia di sbarre cos fitte da farla piombare nella penombra:
le candele sono la vera fonte di luce, che risplende
soffusa sul viola dei tappeti e del grande letto quadrato. Il lupanare
 composto di due edifici affiancati ma non collegati.
Le nuove prostitute popolano il primo, e in genere sono di
provenienza diversa, cos che abbiano difficolt a comunicare
tra loro e si concentrino esclusivamente sul lavoro.
La tua fortuna  che il padrone ha un debole per te. Ho
visto donne essere mandate nelle miniere per molto meno
dice Pericle nella lingua ordovica.
La sua fortuna  che sono azzoppata, altrimenti sarei fuggita
molto tempo fa... si sfoga lei.
Pericle sorride. All'inizio i suoi modi effeminati e i suoi
monili variopinti la mettevano a disagio. Ma Camma ha imparato
a riconoscerli come vezzi di un uomo curioso, che ha
viaggiato molto e ha fatto sua una piccola abitudine per ogni
posto visitato. Nel cuore, la vendetta continua a dominare i
suoi pensieri e a svegliarla di notte per mezzo di orrendi incubi.
Ma quando parla con Pericle, in qualche modo, riesce a
distrarsi. Forse addirittura ad alleggerirsi.
Uno schiavo che fugge  uno schiavo morto. Anche se
non ci credi, qui tra queste mura sei protetta.
E come? Passando dalle mani di un uomo a quelle di un
altro come una... come una... balbetta Camma.
Come una meretrice.  quello che sei, adesso. Nessuno
pu cancellare il proprio destino conclude lui.
Se la mia vita sar sempre cos, preferisco morire.
No che non lo preferisci. Passer molto tempo, ma una
schiava bella e una meretrice brava possono guadagnare cos
tanti sesterzi da pagarsi la libert. Tu per ora sei solo bella...
Pericle si avvicina al tavolino di avorio e bronzo, afferra
la brocca e riempie due coppe di vino, prendendo a sorseggiarne
una. Camma stringe la sua tra le mani, ma non beve.
Non ha mai pensato al suo futuro in questi termini. Eppure,
la parola "libert" in bocca a quell'uomo le procura una sensazione
strana.
Detesto il sapore delle bevande romane dice lei.
Pericle ride. Si siede accanto alla ragazza e giocherella con
uno dei suoi anelli.
Ti racconto una storia di quando ero soldato a Roma, prima
di disertare ed essere catturato. I miei commilitoni erano
tutti grandi ubriaconi, ma io non sopportavo il vino: il sapore
acido mi disgustava e l'aroma penetrante mi procurava rossore
agli occhi. Eppure, non volevo mostrarmi diverso dagli
altri quando la sera andavamo in giro per le taverne. Cos
adottai uno stratagemma...
Il liberto si alza in piedi e si avvicina all'altro tavolino,
quello delle vivande. Afferra la terrina del miele, ci intinge
un dito e poi lo lascia colare lentamente nella coppa di vino.
Riempii il fondo con il miele senza mescolarlo. Il sapore
di qualcosa  acido solo dopo averlo bevuto: ma esistono molti
modi per ingannare il palato. Devi solo trovare il tuo dice,
allungandole la coppa.
Poi si sposta dietro di lei, le accarezza i capelli, prende a
massaggiarle il collo e le bacia il marchio a fuoco che la identifica
come schiava. Camma  irrigidita: Pericle non si  mai
comportato cos, finora.
Che... stai facendo?
Ti insegno a diventare brava le risponde.
Poi le spinge la coppa verso le labbra e la invita di nuovo
a bere. Camma sorseggia il vino con un po' di incertezza, ma
quando arriva in fondo si rende conto che non  poi cos
amaro... Un calore leggero le riverbera nello stomaco e subito
nella testa. Pericle la spoglia, desideroso di insegnarle i suoi
segreti dell'arte amatoria. E, infine, le  dentro.
Senza nemmeno accorgersene, Camma riassapora per la
prima volta da lunghissimo tempo il piacere. E una domanda
le sorge spontanea dal fondo perduto della sua coscienza,
quello dove riposano i desideri e i segreti pi inconfessabili.
Inclusa la vendetta.
Hai detto che sei stato soldato... gli chiede. Ma in quale
legione?

9.

Quattro mesi dopo.

79 d.C, anno 832 dalla fondazione di Roma.

Sorseggia il suo Greco di Tufo e fa cenno all'oste di portarne
un'altra brocca. Rufo ormai  quasi ubriaco, e la sua
corporatura sproporzionata gli conferisce un'aria pi goffa
del solito. Non che gli piaccia troppo, il vino di Romolo Silla,
ma a parit di condizioni  quello pi a buon mercato. E, ci
nonostante, le monete sul suo tavolo sono quasi finite.
Non so tu, ma io mi divertivo di pi in Britannia dice.
Silano  al suo fianco, a giocare un'interminabile partita ai
latrunculi con un altro soldato. Hanno stabilito una posta di
due sesterzi per ogni partita, e lui ne sta vincendo quasi venti.
Quando eravamo l, nella neve, dicevi che avresti dato un
testicolo per ritrovarti in una taverna ubriaco e con una donna.
Paga il tuo debito! grida lui, afferrandolo per la tunica e
fingendo di agguantargli i genitali con le mani.
I commilitoni ridono, qualcuno sputa della birra sui capelli
di Rufo e altri si rituffano nel loro piatto di farro e
verdure. La taverna di Romolo Silla  una vera bolgia. Situata
a ridosso delle mura nolane, a nord della citt, attrae
clienti da ogni dove: mercanti, plebei, forestieri in viaggio,
mendicanti in cerca di un sorso di vino e, soprattutto, soldati.
Da quando Quinto Terenzio Massimo  stato nominato
duumviro di Pompei, le sue due coorti di soldati si sono
accampate in pianta stabile nella citt. E, a parte dare infruttuosamente
la caccia ai banditi, c' poco altro da fare se
non ubriacarsi.
Gli avventori della taverna si affollano ai tavoli, per terra,
in piedi, sulle scale. Accanto al fuoco un ragazzo intona una
canzone in greco, che probabilmente narra le avventure di
Odisseo. I soldati ascoltano mentre infastidiscono le donne,
e una di loro sta montando a turno un gruppo di centurioni
su un tavolaccio di legno. Il vino scorre a fiumi, cos come le
monete, e le grida divertite dei clienti si sentono risuonare
sino al centro della citt.
Pensavo che, in ogni caso, non sarebbe male morire in un
posto del genere dice Rufo, che si  calmato e ha ripreso a
bere. C' il vino, ci sono le donne ed il cibo  buono. Cos'altro
manca?
Lo sai come la penso.
S, s... la solita storia: ti manca l'azione e per uno con il
tuo talento la peggiore tortura  stare lontano dal campo di
battaglia...
No, quella  roba vecchia. Oggi il mio unico desiderio
sarebbe di abbandonare il gladio, sposare una donna giovane
e trasferirmi in campagna a zappare la terra e badare ai
maiali.
Silano sposta una pedina sulla tavola e non si rende conto
di aver fatto la prima mossa azzardata della serata. L'avversario
quasi non ci crede: salta un pezzo in diagonale e immobilizza
il dux di Silano, vincendo la partita e recuperando
finalmente due sesterzi. Rufo afferra la brocca e beve direttamente
dal collo, inzuppandosi la barba e buona parte della
tunica.
E con chi ti sposeresti? Con Camma, la puttana di quel
lupanare? domanda sornione, poi si gira verso il resto della
tavolata: Soldati, chi di voi ha infilato il membro in quella
donna?.
Gli uomini sollevano le mani e strillano all'unisono,
ridendo a crepapelle. Silano non si scompone, come sempre.
Accarezza il cane del taverniere, che si struscia contro la sua
gamba, poi afferra un piatto di minestra.  vero, si  invaghito
di quella donna: forse perch gli ricorda i giorni passati
nelle terre celtiche, i loro splendidi abiti, le canzoni. Forse,
pi semplicemente, perch  molto abile nel fare l'amore.
Non sei tu a dire sempre che il tuo dio frequentava solo
pubblicani e prostitute?
S, ma lui non era un tribuno militare. E non spendeva
nei bordelli met della sua paga risponde Rufo, segnandosi
la fronte con la croce.
E nemmeno nelle taverne... lo apostrofa Silano, indicando
la brocca ormai vuota.
Rufo si alza in piedi barcollando e stringendo i pugni, ma
all'amico basta una leggera spinta per rimetterlo a sedere.
Intanto, dal fondo della sala sopraggiunge un eunuco, chiamato
da uno dei soldati.  truccato come una prostituta e ha una
folta parrucca bionda a ricoprirgli la testa. Con la sua voce
stridula intona un motivo musicale, poi si avvicina a Silano
e finge di palpeggiarlo sensualmente. Dalla cintura estrae un
lungo fallo di bronzo, mentre recita l'epigramma di un poeta
diffusosi di recente.
Dopo aver fottuto ti piace cacare, allora dimmi le tue preferenze
quando tifai inculare.
Rufo ride, all'unisono con gli altri soldati, e tossisce al punto
da scivolare in terra.
Silano scuote la testa e se la prende fra le mani. Poi finalmente
scoppia a ridere anche lui.
Ormai la luna  alta sul Vesuvio e per strada non c' pi
nessuno, a parte qualche randagio e i mendicanti accampati
sotto il tempio di Venere.
I soldati e gli altri avventori giacciono sbronzi ai tavoli da
gioco o sonnecchiano accanto al camino. Perfino le puttane
sono troppo stanche per guadagnare qualche soldo facile.
Romolo Silla, il locandiere, ramazza alla meno peggio i cocci
delle brocche e la lordura accumulata su tutto il pavimento:
quando inciampa nel corpo disteso a terra di un qualche
cliente ubriaco, subito parte una bestemmia o un'imprecazione
nei suoi confronti.
Che Priapo ti faccia cadere il cazzo, maledetto oste!
Silano sorseggia la sua coppa di Greco leggendo le iscrizioni,
qualcuna romantica e qualcun'altra oscena, incise sul
legno del tavolo: "Sesto ama Lucilla", "Massimo lo succhia
a tutti". Si perde nei pensieri, ricorda le ultime battaglie,
il ritorno a Roma e il successivo trasferimento a Pompei.
Tutto  avvenuto troppo in fretta, quasi con violenza. Adora
la Campania, quel golfo sterminato e la vegetazione lussureggiante,
ma per un soldato essere relegato in una piccola
citt a fare da guardia alle mosche  un supplizio sciagurato.
Se solo avesse qualche soldo da parte, o una piccola
propriet, Silano si congederebbe di corsa dall'esercito e
cambierebbe vita. In quelle condizioni, d'altronde, non c'
nemmeno speranza di fare carriera: il duumviro Massimo 
in disgrazia sia con il nuovo imperatore Tito che con l'ex legato
Quintiliano. E lui, come suo soldato, ha preclusa qualsiasi
via di fuga.
Silano getta il fondo di vino del suo bicchiere nel fuoco e
lancia uno sguardo a Rufo. L'amico russa di gusto, sprofondato
com' nel sonno dei beati. Silano lo copre con un cencio di
lana e sta quasi pensando di tornare da solo nella sua dimora
quando un rumore dall'ingresso della taverna lo fa sussultare.
Qualcuno ha spalancato con forza la grossa porta e si precipita
gi per le scale. Sono per lo meno dieci, quindici uomini,
e il rumore dei passi rimbomba sordo nell'ampio locale.
Forza, ripulite questa feccia romana! E se ci sono armi,
prendete anche quelle.
Silano  colto alla sprovvista e, come lui, i pochi altri soldati
ancora sufficientemente sobri.  una sortita: hanno atteso
che la notte calasse ed il vino ottundesse la mente per saccheggiare
l'intera taverna. In un attimo gli  chiaro che non si tratta
di normali malfattori. Nessuno si sognerebbe di depredare
i soldati del duumviro.
Che state facendo, figli di una cagna?!
Qualche soldato si riprende dal torpore ed alza lo sguardo.
Ma i banditi sono rapidi, efficaci. Li rapinano di borse, monili
o altri gioielli, spazzolano via le monete sparse sui tavolacci
di legno e confiscano daghe e pugnali. Un centurione si alza
in piedi e prova a colpire uno di loro con uno sgabello, ma
viene raggiunto da una pesante mazzata che lo fa stramazzare
al suolo. Gli altri si ribellano e subito nella taverna scoppia
un'incredibile baruffa: i soldati sono disarmati e si difendono
come possono. Qualcuno afferra i tizzoni ancora ardenti del
camino e li lancia contro i banditi: ma gli altri sono armati di
asce, coltelli, gladi.
Uno in particolare si destreggia sui tavoli come un demone:
combatte con due spade, ferisce un soldato e ne trafigge alla
gola due. Fioccano grida e minacce, ma l'uomo non si lascia
intimidire. Ha il volto bastardo, met nordico e met arabo,
forse. Un occhio  coperto da una benda, la barba rossiccia gli
camuffa il mento e le mani sembrano grandi pinze da fabbro.
Non sapete contro chi vi state mettendo. Siamo soldati
pompeiani e ve la faremo pagare! urla Rufo.
Poi afferra una brocca di vino e fa per scagliarsi contro
l'uomo, ma Silano ha la prontezza di tirarlo per un braccio.
E gli salva la vita, perch l'aria viene tagliata dal sibilo di una
freccia, scagliata proprio nel punto occupato un istante prima
dal corpo dell'amico.
Stupido centurione: siamo venuti qui proprio perch sapevamo
di trovarvi. Dite al vostro duumviro che torneremo ancora
e ancora, finch non rester pi nulla da depredare. O finch
tutti i suoi soldati non saranno passati dalla nostra parte!
I banditi, sulle scale, urlano di gioia e intonano una sorta di
inno per il loro capo. A Silano si accappona la pelle: PRI-SCO!
PRI-SCO! li sente esultare. L'uomo con la barba rossiccia  lui:
il loro capo, il ricercato numero uno dalle forze pompeiane.
Ma non  l'unica cosa a farlo rabbrividire. C' anche lo sguardo
dei suoi soldati che, mentre i banditi vanno via, resta come
rapito. In un attimo gli  chiaro che hanno recepito attentamente
le parole di Prisco. Come se si trattasse di una proposta.
Anzi, peggio: di una profezia.

Sia maledetto Giove con tutti gli di!
Mio signore, clmati. I soldati non potevano sapere della
sortita...
Se non si ubriacassero tutte le notti non avrebbero bisogno
di guardarsi le spalle!
Sono soldati, che altro possono fare?
Il sole getta una luce tenera sul palazzo del duumviro e le
colonne che delimitano il peristilio sembrano lunghe bolle
di latte. La casa  situata su una leggera altura non lontana
dall'anfiteatro. Dal giardino, Massimo ha ai suoi piedi l'intera
citt: dai vigneti al quartiere dei panettieri, dal teatro alle
mura stabiane, dalle terme ai templi di Apollo e Venere.
Nonostante possa dirsi ormai il padrone di quelle terre,
Massimo non prova alcuna gioia. Sono mesi che si  installato
nella nuova villa, e la sua vita  gi scandita dalla monotonia:
incassare i tributi, mettere pace nell'aristocrazia pompeiana,
giudicare i ladri e punire i tagliagole, verificare la manutenzione
delle strade. E, infine, dare la caccia ai banditi capeggiati
da Prisco.
 questo il compito cui  stato chiamato dal nuovo imperatore
Tito: ed  questo che gli d realmente filo da torcere. Sulle
prime, Massimo pensava che sarebbe bastato circondare la
montagna e rastrellarne le pendici, magari di notte, con cani
e fiaccole per dare fuoco alle sterpaglie e stanare i ribelli. Ma
il Vesuvio  enorme, irregolare, pieno di cavit e fenditure,
grotte e cunicoli che farebbero impallidire Teseo.
Come se non bastasse, Prisco  tenace ed insiste nelle sue
incursioni notturne a danno di taverne ed abitazioni ai margini
della citt. I soldati delle due coorti militari di Massimo non
hanno pi lo smalto di una volta: sono stanchi, gi sfiancati
da una vita che li ha costretti a essere cani da guardia, mentre
vorrebbero tornare a caccia.
Che cosa posso rispondergli adesso? A quel figlio di una
puttana serve solo un pretesto per schiacciarci tutti. Te compreso!
grida Massimo.
Zeno, divenuto ormai la sua ombra segreta,  imbarazzato.
Non  colpa sua se la milizia cittadina in breve  caduta preda
dell'ozio e del lassismo. Ma allo stesso tempo sente su di s il
peso di quella situazione.
Massimo passeggia avanti e indietro per il giardino, sputa
nella fontana e fa fuggire i pesci, poi si ferma davanti al tempietto
dei Lari, forse a mormorare una preghiera. In mano
stringe il dispaccio appena giunto da Roma, che un messo ha
portato quella mattina all'alba. L'eco delle scorribande dei
banditi  arrivata fino alla capitale, non ultima quella della
sortita alla taverna di Romolo Silla, in cui hanno perso la vita
due soldati. Per l'imperatore, la misura  colma: cos ha deciso
di inviare nientemeno che il proconsole Quintiliano con
la sua legione, direttamente dalla Spagna Betica. Giunger
come osservatore per coadiuvare il duumviro nelle operazioni
di cattura dei banditi: ma, in sostanza, prender possesso
della citt.
Non  detto, mio signore. Quando il principe ti ha investito
del ruolo di duumviro, lo ha fatto davanti a tutto il
Senato: non pu alzare un dito contro di te dice Zeno.
I tempi sono cambiati. Vespasiano  morto e Tito non 
pi un semplice principe. N Quintiliano un semplice legato.
Massimo  irrequieto. Una nuvola ha coperto il sole e per
un istante il Vesuvio appare in tutta la sua maestosa indifferenza,
alle spalle della casa.
Zeno coglie un acino d'uva dalla vite che cresce accanto
alla fontana, poi lo mette in bocca. Il sapore  abbastanza
dolce. E allora lasciamolo agire. Non dobbiamo fare altro
che accoglierlo, aspettare che le sue coorti sconfiggano i banditi
e poi salutarlo. Lui otterr la gloria e andr via contento.
Cos riavremo in mano la nostra citt e potremo riprendere
gli affari.
Ma Zeno si sbaglia.

Quel pomeriggio, il proconsole Quintiliano fa un ingresso
trionfale nella citt con la sua intera legione: un nucleo
sterminato di uomini a cavallo, che calpestano il terreno e
sollevano una nube di polvere che investe l'intera Pompei.
Massimo lo attende con le sue due coorti schierate in formazione
d'onore all'ingresso delle mura ercolanesi.
Accoglie Quintiliano con riverenza, lo ospita alle terme,
lo sollazza con un cruento spettacolo gladiatorio. Poi a sera
offre in suo onore un sontuoso banchetto nella sua casa, alla
presenza di tutti i principali esponenti dell'aristocrazia
pompeiana.
La serata  magnifica, gli schiavi si sono dati da fare per
sistemare l'arredamento e allestire l'incredibile cena: ricci di
mare con spezie e miele, daino con datteri e cipolla, prosciutto
bollito con fichi, medusa e uova. A condire il tutto, ovviamente,
urne ed urne di vino.
A notte fonda, quando gli ospiti sono ormai sfiniti dal cibo
e dall'alcol, Massimo e Quintiliano si appartano nel tablino.
Che sfarzo... e pensare che fino a dieci giorni fa ero accampato
in una misera tenda ai confini con la Gallia.
Pompei  una citt ricca, e piena di opportunit per chi le
sa cogliere risponde Massimo.
Ma Quintiliano non si lascia abbindolare.
Forse c' qualcuno che ne coglie troppe...
Cosa stai insinuando?
Diciamo che l'improvvisa ed eccessiva ricchezza  una
delle cause che hanno spinto i banditi quaggi. E, dato che le
tue coorti non fanno che rendere quel Prisco pi baldanzoso,
l'imperatore mi ha dato l'incarico di stabilirmi qui.
Finch non verranno sconfitti i banditi... afferma Massimo,
pi come una speranza.
E anche oltre. Cesare mi ha investito del titolo di prefetto:
d'ora in poi sar io a gestire l'ordine e l'amministrazione
della citt. Inclusa quella finanziaria.
Quintiliano porge al duumviro un dispaccio:  un editto
suggellato dal marchio imperiale. Massimo non pu che
prenderne atto, dissimulando la rabbia ma soprattutto la
paura.
Da quando  giunto a Pompei, infatti, ha stravolto le regole
del gioco. Accanto all'ordinaria amministrazione, si  dato da
fare per confiscare terre, edifici, attivit: ha venduto cariche
e licenze incrementando la corruzione. Ha perfino coniato
di nascosto nuova moneta per garantirsi la fedelt dei suoi
soldati. E se il nuovo prefetto scoprisse tutto questo, per lui e
per Zeno - che ha reso concrete le sue idee come uno schiavo
quelle di un ingegnere - sarebbero guai seri. Anzi: sarebbe
sicuramente la morte.
Mi addolora l'idea che Cesare non mi ritenga all'altezza
di amministrare una citt, quando anche grazie a me ha vinto
una campagna contro i barbari del Nord... dice Massimo,
non risparmiando una frecciata velenosa. Non di meno mi
inchino al vostro volere.
Quintiliano siede tronfio, soddisfatto dell'esercizio del suo
potere. Vuota l'ultima coppa di Falerno, poi si alza in piedi e
saluta il duumviro con un abbraccio.
Massimo resta solo, passeggia lentamente per la stanza, poi
afferra la coppa e la schianta contro la parete. L'affresco che
ritrae la caccia di Diana si lorda di rosso. E un'idea si fa largo
nella mente del duumviro.
Dovr cambiare strategia.
Dovr fare proprio come in Britannia.

10.

Quando potr rivederti?
Ogni volta che hai desiderio. E denaro da spandere...
Silano ride, mentre si riveste e beve l'ultimo sorso di vino
dalla coppa.
Si dice spendere. Nella nostra lingua, "spandere"  un'altra
cosa.
Camma lo guarda con aria interrogativa. Il centurione afferra
una manciata di polvere d'ocra che la ragazza usa per
truccarsi e ci soffia sopra, facendola svolazzare per la stanza.
Camma sorride. Quell'uomo le  simpatico:  bello,  muscoloso
e ha un buon odore, non suda come i mercanti di stoffe
o i ricchi aristocratici che vengono per sfogare di nascosto la
loro libidine. Ignora che neanche un anno prima entrambi
abbiano condiviso, ciascuno nel suo ruolo e a pochi passi di
distanza, un momento che ha segnato le loro vite per sempre:
la battaglia finale nelle terre di Britannia. Quella che ha visto
trionfare l'esercito romano e soffocare nel sangue il popolo
ordovico.
A quando vorr il dio Pluto, allora.
Il soldato va via e Camma resta da sola. Si sciacqua nel catino,
rassetta la piccola stanza e le vivande, poi ritocca il trucco.
Ormai la sua stanza  zeppa di cofanetti di legno, ampolle
di vetro soffiato, boccette di alabastro e conchiglie riempite
di cosmetici di vario tipo. Alla sua pelle gi bianca non occorre
che un po' di polvere di bismuto attorno agli occhi e di
antimonio per scurire le sopracciglia.
Ricrdati che un uomo innamorato  un uomo fedele. Ma
un uomo ossessionato  un uomo pericoloso... Pericle entra
nella stanza di Camma e la bacia sulla testa. Ormai riescono a
parlare quasi interamente in latino.
E cosa significa?
 un precetto che il poeta Ovidio insegnava nella sua
Arte amatoria.
Anche lui si intendeva di prostitute?
Pericle ride ed accarezza uno degli affreschi che decorano
la stanza: un minotauro con un gigantesco fallo penetra una
donna da dietro. Accanto, una scena di sodomia tra due
giovinetti.
Forse s. Volevo solo dire di stare attenta a non confondere
i sentimenti con il lavoro. Quel soldato  la quarta volta che
torna nell'arco della stessa settimana... Ora che avrai sempre
pi clienti patrizi, le cose si faranno ancora pi delicate.
Spigati dice Camma.
Il padrone mi ha appena chiesto di spostarti nel palazzo
delle veterane. Ti considera una risorsa e mi ha mandato a
dirti di radunare tutti i tuoi oggetti.
Camma sorride. E non le serve molta fatica per simulare
la gioia: in qualche modo le fa piacere sentirsi apprezzata dal
liberto. Negli ultimi mesi, tranne quel cliente insolitamente
romantico e un'altra schiava proveniente dalla Gallia Lugdunense,
 riuscita a parlare solo con Pericle. Non sa quale dio
lo abbia messo sulla sua strada, ma da quando ha saputo che
era stato un soldato dell'esercito romano ha avvertito una
sorta di ronzio nella propria esistenza: un rumore di fondo
lento e costante, quasi fosse la voce del suo destino. Camma
sente che  giunto il momento di inseguire concretamente
quel desiderio che cova in lei fin dal giorno in cui le hanno
portato via suo marito e suo figlio.  riuscita a costruire una
facciata solida e insospettabile: ora pu pensare a scavare la
propria via di fuga verso la vendetta.
Se io ti chiedessi di occuparti di una cosa che mi sta a
cuore, lo faresti?
Pericle si affaccia sulla strada e sputa sul selciato. Alcuni
ragazzini giocano con delle pietre, un cane rovista in un cumulo
di frutta marcia. Gemiti di godimento provengono da
tutte le finestre.
Dipende da quello che vuoi chiedermi risponde lui.
Mi servirebbero notizie su una persona. Ho pensato che,
visto che sei stato un militare, avresti potuto ottenerle senza
difficolt... Sono disposta a pagarti.
E perch ti serve avere queste informazioni?
Camma afferra i cosmetici, lo specchio, gli abiti e li adagia
sulla stoffa che ricopre il letto. Poi la lega a mo' di fagotto e
la porge al liberto.
Questa  l'unica cosa che non puoi chiedermi. L'uomo
si chiama Decio Moreno, ed  un soldato o forse un ufficiale
che ha combattuto in Britannia dice lei, accorgendosi che la
voce  percorsa da un leggero tremito.
Pericle la scorta poco oltre, infilandosi nell'altro edificio
del lupanare. Guardando Camma, i commercianti di garum
strillano qualcosa dalla bottega di fronte. Lei gli fa un gesto
di stizza e di scherno. Quando arrivano in quella che sar
la sua nuova stanza, Pericle la affida ad una delle donne pi
esperte. Poi va via a piccoli passi, ma non prima di averle
sussurrato: D'accordo.
Camma si sente pi contenta, alleggerita. Lo ringrazia,
mentre disfa il suo bagaglio. Non si fa illusioni: per ora si
gode questa sensazione senza pensare a cosa far quando
otterr quelle informazioni. Perch  chiaro che la sua vita
cambier.
Non  la prima volta che ti vedo dice l'altra donna,
indicando la sua stanza al primo piano, e ho notato anche che
tratti Pericle come un amico.
Camma si gira e la fissa un po' spaesata. La donna veste un
abito di lino e ha i lineamenti di una greca. Le sopracciglia
sono sottili, il mento  leggermente appuntito e le conferisce
un'aria furba:  bella, anche se la pelle  consumata da rughe
di disperazione e stenti, che deve sapientemente ricoprire
con spessi strati di trucco. Camma intuisce una storia simile,
forse gemella, alle sue spalle:  diversa dalle altre donne
straniere che ha incontrato nei primi mesi di permanenza al
lupanare.
Pericle  mio amico. E tu chi sei? risponde un po'
indispettita.
Qualcuno intanto ha bussato sull'uscio e sta richiamando
l'attenzione con gesti lascivi. E un gruppo di mercanti capuani
che fa ritorno a Pompei una volta al mese. La donna si
sistema rapidamente i capelli e fa per andarli ad accogliere.
Poi afferra un'ampolla dalla tasca, ne spezza il beccuccio e ne
beve l'intero contenuto.
Mi chiamo Calliope. E ti do un consiglio: stai attenta a
quelli che chiami amici. In questo mondo, e in particolare in
questa citt, sono quasi sempre gli amici quelli che prima o
poi ti piantano un pugnale di ferro nel cuore.
Prima che Camma possa ribattere qualcosa, la donna esce
dalla stanza calpestando i cocci dell'ampolla di vetro. Gli uomini
quasi l'assalgono con gesti osceni, poi la spingono su un
letto per possederla in gruppo. Calliope spoglia il primo tra
loro e gli afferra l'enorme pene con la bocca.
Nei giorni seguenti Camma dimentica l'avvertimento di
Calliope.  tutta presa dalla nuova stanza, dai nuovi clienti e
dal nuovo abbigliamento che le  richiesto di adottare: quasi
non le sembra pi un lavoro umiliante, con le vesti orlate di
colori accesi e l'aspetto impeccabile dei ricchi pompeiani venuti
a cercare conforto...
Poi una sera, quando il portone del palazzo  ormai chiuso,
Pericle la incontra nell'atrio. Il padrone ha fatto dividere le
vasche dell'impluvium: una  destinata alla raccolta di acqua
per s e per la propria famiglia. L'altra, al cui centro troneggia
un'imponente statua di Priapo,  per consentire alle sue meretrici
di lavarsi. Camma  seminuda e sta tentando di lisciare
i suoi capelli arruffati e nodosi. Il liberto sopraggiunge alle
sue spalle e la fa sussultare.
Ho qualcosa per te dice.
Camma si gira di scatto e porta una mano al cuore, poi
sorride.
Mi hai spaventata.
La schiava non pensa a coprire il seno nudo. E non per
abitudine, ma perch Pericle, con tutti i suoi monili, i colori
sgargianti, la voce stridula e gli anelli infilati alle dita - nonostante
quell'occasione in cui ha potuto sperimentarne la virilit -,
le ha sempre dato l'idea di un pederasta o addirittura
di un eunuco.
Eppure, in quel preciso momento ha uno sguardo strano,
quasi minaccioso. E a me hanno spaventato le notizie che mi
hai chiesto di procurarti...
Hai scoperto chi  Decio Moreno?! chiede lei, tra l'eccitato
e l'allarmato.
Il liberto annuisce, raccoglie alcune alghe dal bordo della
piscinetta e poi si asciuga le mani sulla veste di Camma. Lei
lo lascia fare.
Mi avevi detto che era un militare che ha combattuto in
Britannia. Non mi avevi detto in quale luogo della Britannia:
allora ho recuperato altre informazioni in giro. E ho scoperto
chi sei veramente tu...
Che... vuoi dire? balbetta lei.
Il soprannome di Decio Moreno  "Verro", e visto che
non credo che tu possa esserti innamorata di un semplice e
grasso soldato, il motivo per cui cerchi sue notizie deve essere
un altro: e magari ha a che vedere con il tuo villaggio distrutto
e la tua gente trucidata.
Camma si accorge che, all'improvviso, nel loro rapporto
qualcosa  cambiato. Sente il terreno franarle sotto i piedi.
Le tornano in mente le parole di Calliope, e adesso inizia a
capirne il senso: stai attenta a quelli che chiami amici.
Non so cosa hai in mente di fare, ma so che  pericoloso.
E una semplice borsa di denaro non basta a comprare il mio
aiuto continua lui.
E cosa vorresti in cambio?
Pericle si sfila i sandali ed entra nell'acqua. Camma, senza
nemmeno accorgersene, indietreggia. Nell'atrio vuoto le loro
parole echeggiano come pioggia in uno stagno.
Voglio tutto dice lui.
Prima che lei possa fermarlo, le  addosso. Le strappa le
vesti e la lascia completamente nuda, poi inizia a stringerle i
seni e ad accarezzarle il sedere come mai ha fatto. Non  pi
l'amante che le ha insegnato l'arte di donare piacere.  un
uomo come tanti altri: un uomo viscido.
Ti dar i guadagni dei prossimi mesi... lasciami! si
lamenta lei.
Ma in Pericle emerge una furia inedita.  spaventato ed
eccitato al tempo stesso. Le infila due dita nella vagina, poi la
spinge nell'acqua, le afferra il collo e la fa andare gi.
E con il rischio cui mi hai esposto, come la mettiamo?
Se succedesse qualcosa al Verro e i soldati ai quali ho chiesto
informazioni lo venissero a sapere, di me che ne sarebbe,
puttana?!
Camma  sotto quattro palmi d'acqua. I polmoni sono vuoti,
ha sprecato ossigeno nel tentativo di gridare. La vasca ora le
sembra un oceano: un oceano senza appigli n zattere di salvataggio.
 quasi certa di essere sopravvissuta al massacro della
sua gente solo per morire nell'atrio di quella citt sperduta. Le
sembra buffo il suo destino: e le sembra buffa la morte.
Ma la schiava ignora che gli di, per oggi, hanno altri
progetti.
Le mani di Pericle allentano leggermente la presa, Camma
riemerge e per un istante vede apparire una sagoma alla luce
della luna. Qualcuno  sopraggiunto in silenzio e si  appostato
alle spalle del liberto. Qualcuno che ha in mano un coltello
dalla lama affilatissima. Ma non la affonda nella schiena
di Pericle: si limita a passargliela sul collo, ferendolo appena
superficialmente.
Che accidenti... dice lui, girandosi di scatto, ma le parole
gli muoiono in gola.
Si porta le mani allo stomaco, una strana bava schiumosa
subito gli fuoriesce dalla bocca. Poi stramazza a testa in gi
nella piscinetta. Morto.
Camma riprende fiato mentre piange e finalmente incrocia
lo sguardo intimorito ma soddisfatto di Calliope.
Perch mi hai... aiutata?
Nuda, con il corpo splendido ma il passo claudicante,
Camma sembra un pulcino spaurito.
Perch da tempo questo bastardo meritava di morire.
Ne ha uccise altre: e ne ha anche abusato. Ti avevo messo in
guardia contro di lui mormora Calliope.
Le nuvole hanno coperto il compluvium, l'apertura nel tetto
in corrispondenza dell'impluvium, e la pioggia ha preso a
scrosciare. Camma trema, indossa la veste sgualcita e osserva
la piccola ferita sul collo del liberto, che gi si  cicatrizzata.
Intuisce che Calliope ha usato un potente veleno, ma non ha
il coraggio di chiederle nulla, per ora. L'unica cosa che riesce
a balbettare : Cosa succede adesso?.
Calliope non sembra preoccupata, quanto piuttosto meditabonda.
 come se avesse progettato l'uccisione da tempo e
ora stesse ragionando sulle mosse da fare.
Nascondiamo il corpo da qualche parte. C' un campo
incolto appena fuori le mura: la pioggia ci aiuter dice lei.
Poi fa cenno a Camma di afferrare il cadavere per i polsi.
L'acquazzone improvviso allaga il marmo dell'atrio e parte
dell'ingresso: le altre schiave e il padrone sono nelle loro
stanze o ai piani superiori, a ripararsi dal temporale. Calliope
solleva il corpo morto del liberto per i piedi, e assieme lo trasportano
oltre il portale della casa. Nella piccola scuderia del
commerciante di garum, di fronte al lupanare, ci sono un carretto
zeppo di biada e l'asino l accanto che la sta brucando.
Calliope si guarda attorno, la strada  diventata una specie di
laguna che trascina con s spazzatura, resti di cibo e fogliame.
Il fragore  assordante e non c' anima viva.
Allora fa uscire l'asino e sistema briglie e carro, poi torna
indietro e con grande sforzo si fa aiutare da Camma a gettare
il cadavere in mezzo alla biada.
Sali le dice con tono secco, poi aggiunge, abbassando la
voce:  ovvio che di questa storia n io n te ne sappiamo
nulla. Se gli di ci assistono nessuno verr mai a scoprirlo.
Camma annuisce e monta sul carro. Sente le gambe tremare,
e non per il freddo. Un fulmine, lontano, colpisce la cima
del Vesuvio producendo un frastuono orribile.
Mentre l'asino inizia a muoversi, ragliando, qualcuno si
affaccia dal secondo piano del lupanare e guarda gi.  un
ragazzo, e l'urlo che caccia fuori  pi potente della tempesta
che si  appena scatenata.
Assassine! Aiuto, hanno ucciso Pericle!
 il figlio del padrone.
Camma scatta in piedi, in preda al panico. Calliope mormora
una bestemmia, la spinge a sedersi con un gesto, poi
frusta l'asino e lo lancia alla corsa.
Prima che le guardie o il padrone possano fermarle, sono
gi oltre le mura di Pompei.

11.

Tra tutti gli impianti termali, Massimo preferisce l'unico
fuori dalla citt. Non solo perch  meno frequentato, ma perch
esistono vasche di acqua fredda che arriva direttamente
dal mare. Il duumviro adora gli sbalzi di temperatura, i brividi,
il pizzicore che invade le gambe e penetra i tessuti:  convinto
che il sale marino a bassa temperatura aiuti a eliminare
i fluidi malvagi dall'organismo, oltre che temprare il corpo.
Appena pu corre a fare un bagno, anche quotidianamente.
Mi hai fatto chiamare, mio signore?
Spgliati. E immergiti qui con me.
Zeno obbedisce, abbandona la toga sulle panche di pietra
e scende piano i gradini. L'impianto  piccolo, l'atmosfera 
raccolta e distensiva: a parte lui e Massimo non ci sono altri
frequentatori. Il vapore dalla grossa vasca a quaranta gradi risale
per le volte dell'edificio e sbuffa fuori, dalle piccole aperture
che affacciano sul golfo e sul verde della costa campana.
Ieri ho parlato faccia a faccia con il legato Quintiliano.
Vuoi dire il proconsole?
Massimo sorride ed annuisce.
Lui. Le peggiori previsioni che potessimo immaginare si
sono avverate. Quel bastardo si  impadronito delle chiavi
della citt e del tesoro, con l'appoggio dell'imperatore.
Di dell'universo...
Il duumviro indica la vasca fredda dall'altro lato della sala.
Assieme la raggiungono e si tuffano dentro. Zeno rabbrividisce,
ma non per la temperatura.
Stanotte sono rimasto sveglio e ho riflettuto a lungo. Abbiamo
qualche giorno, forse poche settimane, prima che il
nuovo prefetto capisca la verit su questa citt. Se vogliamo
avere una possibilit non dobbiamo limitarci a difenderci.
Che cosa vuoi dire, mio signore? chiede Zeno.
Massimo nuota a pelo d'acqua. Poi si ferma accanto a uno
dei fori di carico dell'acqua e lo indica.
Gli ingegneri che hanno progettato queste terme hanno
sfruttato antichi canali che arrivano fino al mare. Cos a volte
cpita addirittura che un piccolo pesce o un qualche altro
animale giunga fin qui risalendo i condotti che attraversano
la costa. Ma una volta arrivato, resta intrappolato: la pressione
dell'acqua in entrata  troppo forte perch la possa
contrastare.
Massimo emerge dalla vasca e fa cenno all'altro di seguirlo
nella stanza accanto. Due schiave tamponano i loro corpi
con panni di lino, quindi li cospargono di unguenti e provvedono
a ripulirli con i raschietti.
Dobbiamo sfruttare il nostro vantaggio. Quintiliano resta
pur sempre uno straniero, noi invece conosciamo Pompei
meglio di lui e abbiamo denaro a sufficienza. Dobbiamo fargli
perdere la fiducia della sua legione: dobbiamo convertire
i suoi legionari alla nostra causa.
Zeno si gratta la cicatrice sul mento, che con il cambio di
temperatura ha preso a pizzicargli. Un'intuizione si fa largo
nella sua coscienza.
Quale causa, mio signore?
La nostra, quella di Pompei... risponde Massimo, quella
che ci porter a capo della sua legione e ci consentir di
tornare a Roma.
Cos, gi dal giorno seguente, Zeno si mette all'opera.
Nessuno sa che si tratta del braccio destro di Massimo, il
testimone di tutte le sue nefandezze e il consigliere che giorno
dopo giorno lo aiuta a tessere i suoi terribili intrighi.
Credono sia solo un centurione, magari molto zelante.
Zeno frequenta le taverne, il foro, le terme, offre da bere,
regala visite nei lupanari della citt, corrompe i soldati di
Quintiliano e lascia cos sguarniti i luoghi di cruciale importanza,
abbandonandoli all'assalto dei banditi. Allo stesso
modo gira in incognito per le strade ed i quartieri poveri
di Pompei mettendo in giro strane voci. Sui muri appaiono
scritte inquietanti: "Il nuovo prefetto  venuto per derubarci",
"Viva Prisco! ", "Morte ai Romani".
La sua strategia  semplice quanto efficace: diffondere il
malcontento tra la popolazione e i soldati pompeiani. Sobillarli
contro i legionari al soldo di Quintiliano, spingendoli
alla diserzione, e costringerli, cos, a ingrossare le fila dei banditi.
Quindi, quando la situazione si sar resa insostenibile,
attendere che una scintilla faccia scoppiare la rivolta.
E quella scintilla non tarda ad arrivare.
Dopo circa due settimane di meticoloso lavoro, a Zeno
si offre un'occasione irrinunciabile. Il pretesto, come spesso
accade,  il gioco d'azzardo: una semplice partita con gli
astragali.
 una giornata tiepida, forse la prima vera giornata che
annuncia l'imminenza della primavera. La folla sta defluendo
verso il foro, dopo la cerimonia religiosa durante la quale
sono stati sacrificati vitelli e capre.  il giorno del Quinquatria,
la festivit in onore di Minerva, durante la quale sono
previsti giochi, spettacoli e scontri gladiatori.
Ai soldati  stato dato ordine di mobilitarsi attorno al tempio
della dea sebbene ora, a cerimonia conclusa, il maestoso
colonnato dorico sia quasi vuoto. Da lontano si sentono le
grida dei cittadini che si accalcano per prendere parte ai banchetti,
offerti dal duumviro in persona. Alcuni soldati della
guardia pompeiana siedono sulla scalinata appena ripulita
dal sangue, a poca distanza dai legionari al soldo di Quintiliano.
L'atmosfera  tesa, la convivenza forzata genera attriti
e invidie che da giorni si accumulano senza sosta: tutti attendono
l'ora del cambio di turno per recarsi nelle taverne o nei
bordelli e dimenticare quella giornata logorante.
Alcuni si uniscono per giocare d'azzardo: tirano fuori gli
astragali placcati in argento e stabiliscono la posta in gioco,
un sesterzio a punto. Silano e Rufo osservano disinteressati,
in disparte. Zeno attende che l'atmosfera si scaldi, poi si
inserisce nella combriccola, poggia sul tavolo la borsa con il
compenso settimanale appena ritirato e decide di rischiare.
Perch non aumentiamo? Giochiamo cinque sesterzi a
punto...
I suoi commilitoni lo fissano straniti, i legionari di Quintiliano
invece confabulano e alla fine accettano. Zeno afferra
gli ossicini e li lancia sul marmo: vince la prima mano ma
perde le restanti quattro. Qualcuno ride, qualcun altro lo insulta
per la sua cicatrice e lui finge di indispettirsi: Bastardo
sfregiato! gridano. Poi spunta un'urna di vino e in breve i
soldati iniziano a ubriacarsi e a eccitarsi.
Prima di passare la mano all'avversario, Zeno riesce a sostituire
uno degli ossicini con un altro di sua fabbricazione.
Il legionario stenta a crederci: vince ben sette mani differenti
e davanti a s si ritrova un bottino di oltre quaranta sesterzi.
Minerva mi ha benedetto! Avr denaro per puttane e
vino sufficiente fino all'estate! grida.
I suoi compagni ridono e intonano un canto osceno. Nel
gruppetto dei pompeiani, invece, serpeggia l'irrequietezza.
Non  possibile vincere sette mani di sguito... borbotta
qualcuno.
Che stai insinuando? sibila Zeno.
Forse gli astragali non erano del tutto regolari...
Zeno lascia che la tensione aumenti, quindi si alza in piedi
e raggiunge il soldato che gi festeggia regalando sesterzi e
promettendo doni di ogni genere ai suoi. Gli afferra il polso,
gli strappa di mano gli ossicini e finge di esaminare accuratamente
quello che lui stesso ha sostituito. Poi capisce che
l'occasione attesa per giorni  finalmente arrivata. Tutti sono
carichi al punto giusto, come balle di fieno inzuppate di pece
e pronte per essere incendiate.
Figlio di una scrofa, quest'osso  truccato!
Bugiardo...
Guarda qui! insiste lui, mostrando uno dei lati abilmente
smussato.
Poi lancia per terra l'ossicino e questo, dopo essere rotolato,
si ferma mostrando la faccia che assegna il punteggio pi
alto. Zeno afferra l'urna di vino ormai vuota e si getta addosso
al rivale, spaccandogliela sulla nuca.
Tornatevene in Spagna, bastardi! grida.
Non ci vuole molto prima che la discussione si trasformi
in un'enorme rissa di venti, trenta soldati sulla gradinata del
tempio. Volano pugni, calci, gomitate. Silano e Rufo intervengono
tentando di richiamare all'ordine almeno i loro uomini,
ma  tutto inutile. Zeno incassa una testata, il gladio
gli schizza dal fodero e va a scheggiare il basamento di una
colonna. Qualcuno lo raccoglie e si getta nella mischia con
foga: si iniziano a sentire le prime bestemmie, le prime grida
di dolore, poi la situazione precipita.
I soldati pompeiani si sentono spavaldi e sfoderano le loro
daghe. Rufo sta tentando di trascinare Zeno via dalla mischia,
ma uno dei legionari gli arriva alle spalle e solleva l'arma con
l'intento di calargli un pesante fendente sulla testa. Silano
non pu che reagire d'istinto e impedire quella che rischia di
diventare una decapitazione: si tuffa sull'uomo, lo blocca per
la gola e rotola con lui sulla gradinata. I due lottano furiosamente,
frattanto altre guardie e cittadini comuni sono giunti
dal foro, attirati dalla confusione.
Silano ha il cuore che gli batte all'impazzata: in un istante
gli tornano in mente le sensazioni della battaglia, l'eco sorda
dei colpi vibrati dal nemico, l'istinto di sopravvivenza che ne
guida le mosse. Poi afferra la daga e fa per allontanarsi, ma
l'avversario si aggrappa alle sue gambe facendolo scivolare
e la punta dell'arma si conficca nella gola di quello e gliela
trapassa. Il sangue del soldato schizza in alto, investe i volti
dei suoi commilitoni e lorda perfino il marmo della statua di
Minerva.
La rissa si cheta per un istante. Silano si alza in piedi e
guarda con orrore ci che, pur involontariamente, ha fatto.
Per terra c' l'uomo che ha ucciso, la gola squarciata. Ma ce
ne sono anche altri, attorno a lui: tutti morti. Tutti legionari
al soldo di Quintiliano.
Prima che possa dire qualcosa, le guardie sopraggiunte dal
foro issano le lance in formazione di assalto. I soldati si sparpagliano
e fuggono via, anche Rufo riesce a mettersi al riparo.
Sulla gradinata restano solo Silano e pochi altri commilitoni,
con le corazze logore e i vestiti strappati.
Catturate questi assassini ribelli! ordina il pi alto in
grado.
Silano  stordito, impaurito. Abbandona per terra la daga
e si accorge che lo stanno afferrando sotto le braccia, per
arrestarlo.
Non... volevo... riesce a balbettare.
Ma ormai  troppo tardi. Le guardie portano via lui e gli
altri colpevoli. La gradinata del tempio si svuota.
Resta solo Zeno, nascosto dietro una colonna, che se la
ride.
 solo l'inizio.
Il loro piano sta riuscendo.

12.

La notizia della rissa ha fatto il giro della citt in brevissimo
tempo, riecheggiando tra i banchetti, il teatro, le terme
e le botteghe. La versione ufficiale  che alcuni soldati
pompeiani, ubriachi, abbiano deliberatamente aggredito e
ucciso altre guardie disarmate al servizio del prefetto. Poco
importa che non sia andata realmente cos. Quintiliano ha
preteso giustizia e sangue: e ha ottenuto quello che voleva.
Massimo ha finto di prendere le difese dei suoi uomini, ma
li ha consegnati volentieri alle mani del carnefice. E il fato
ha voluto che il giorno della sentenza coincidesse proprio
con l'apertura dei giochi gladiatori, nell'anfiteatro a nord-est
della citt.
Gli spalti sono pieni di gente che urla in attesa dei propri
idoli.
Nel programma della giornata sono previsti, infatti, due
scontri tra donne e nani, uno tra gladiatori e belve feroci,
nonch la ricostruzione della battaglia britannica contro gli Ordovici.
Il palco dove siedono Quintiliano e Massimo  a cinque
passi dalla sabbia dell'arena. L'aria del mattino  fresca,
ma le due massime autorit cittadine sudano, forse per la gran
folla di schiavi e nobili invitati ad assistere ai combattimenti
dalla loro postazione. Il popolo invoca il nome del duumviro
e Massimo mima gesti di modestia, poi  Quintiliano ad alzarsi
in piedi e zittire la folla, annunciando che prima dell'inizio
dei giochi verr eseguita la condanna capitale.
Sono soldati che hanno disonorato l'impero: e hanno disonorato
Pompei! Approfittando della mitezza di alcuni loro
commilitoni disarmati, li hanno pugnalati a morte per derubarli.
Ma la legge di Roma non ha fallito e li ha prontamente
catturati. E ora, su questa sabbia, saranno chiamati a rispondere
dei loro crimini!
Il prefetto grida con la passione che ha sempre conquistato
l'animo dei suoi legionari.
Ma Massimo nota che, questa volta, qualcosa non va.
I pompeiani non ci stanno a condannare i soldati che fino
al giorno prima hanno protetto la citt. Anzi: giudicano quella
sentenza come un sopruso vero e proprio compiuto da
Roma ai loro danni.
Sugli spalti si avverte un mormorio misto a rari applausi,
che si trasforma in un caos di fischi e imprecazioni quando
il prefetto d ordine alle guardie di condurre i prigionieri al
centro dell'anfiteatro.
I plebei urlano le stesse frasi che Zeno ha pronunciato nelle
loro orecchie per giorni, e che ha perfino fatto scrivere
sui muri di tutta la citt: "Usurpatore! ", "A morte il prefetto
Quintiliano", "Assassini, tornatevene in Spagna!".
Che succede? Che cos'hanno da strepitare?!
Massimo scuote la testa all'indirizzo di Quintiliano, simula
profondo imbarazzo. Poi beve un sorso dalla coppa di vino
che ha accanto a s e, con la coda dell'occhio, osserva Zeno
dall'altro lato del palco.
Il suo braccio destro sta sorridendo in maniera arcigna.
Silano apre gli occhi di colpo e sussulta. Era affondato nel
buio pi scuro, ma l'imminenza della realt lo ha destato.
 incatenato, i polsi gli fanno male e ha il viso incrostato
di sangue e terreno. Ha ricevuto un mucchio di colpi nelle
prigioni della citt ed  stato scaricato come un animale da
macello nei sotterranei dell'anfiteatro. Ora, una guardia viene
a prelevare lui e gli altri commilitoni.
Qualcuno trema, qualcuno prega gli di di risparmiarlo,
qualcun altro ancora non ha la forza di aprire bocca per via
del trauma. Le guardie li scortano per un corridoio, poi la
grata viene sollevata e i prigionieri si ritrovano nella luce abbagliante.
La folla  infinita, strepita, fischia di disapprovazione,
ma non nei loro confronti: al centro dell'arena  disposto
un enorme gladiatore, circondato da una guarnigione di
soldati.  un mirmillone, in mano stringe un pesante ed affilato
gladio con cui li decapiter tutti.
Ci rivedremo a breve nei Campi Elisi, fratelli... dice Silano,
le parole che gli tremano.
Uno dei soldati scoppia a piangere, un altro risponde con
una battuta acida e sprezzante che lo fa ridere con isteria.
Bugiardo. Con tutte le schifezze fatte in guerra, per noi ci saranno
solo gli inferi e il culo di Ade in persona ad accoglierci.
Sono sei in tutto. In realt solo tre di loro hanno realmente
ucciso altri legionari, sebbene per difesa. Ma la furia del prefetto
ha preteso che venissero giustiziati tutti i soldati catturati
nella retata: vale a dire, in realt, tutti i pi coraggiosi o quelli
che avevano esitato a scappare via dai gradini del tempio.
La folla fischia ancora pi forte, uno a uno i soldati vengono
portati davanti al loro boia e le teste rotolano gi. La
sabbia rossa dell'arena diventa porpora, le bestie nelle gabbie
iniziano a innervosirsi, cos come gli stessi soldati di guardia.
Sentono l'odore della morte e quello della paura: e sanno che,
se l'aria non si ripulisce in fretta da quella fragranza velenosa,
qualcosa di grave potr accadere.
Silano  nella fase successiva all'accettazione. Ripensa alla
sua infanzia, all'adolescenza nella Suburra di Roma, alla vita
militare ed alle assurde scelte che lo hanno portato fin l.
Tutto gli sembra accaduto troppo in fretta, senza avergli dato
il tempo di respirare e godersela. Sognava per s un destino
diverso: magari la gloria della carriera nell'esercito, oppure la
tranquillit di una vita campestre con moglie e figli... Ma sicuramente
non una fine ingloriosa, decapitato come l'ultimo
dei tagliagole.
Con lo sguardo cerca il suo amico Rufo, di sicuro nascosto
tra la folla che ora strepita e si dimena. Ma non lo trova.
Individua invece il duumviro e gli altri ospiti sul palco delle
autorit. Silano non biasima Massimo per la sua scelta e
nemmeno per non essersi opposto a Quintiliano. Ma se solo
avesse approfondito i motivi reali della rissa...
Il soldato lo spinge con la punta della lancia fino al ceppo
dove il mirmillone si prepara a tagliargli la testa. Silano sa che
 il suo turno: tre prima di lui sono gi morti, i resti dei corpi
e le vertebre sparpagliate al suolo. Deglutisce a fatica, sputa
per terra e si avvicina al gladiatore, ne scruta l'orrendo elmo
da battaglia, poi si inginocchia e fa per disporre la testa sul
legno. Ma qualcosa all'ultimo istante lo blocca.
Anzi, fa bloccare tutti.
Sugli spalti  scoppiata una specie di rissa, che in breve
raggiunge proporzioni inaudite. L'intera curva a sinistra del
palco  come investita da una marea, da un'ondata che spinge
la gente gi per le gradinate e fa disegnare alla folla strane
coreografie. Da uno degli ingressi, dove gli spettatori si accatastano
in un'orgia di corpi e vesti strappate, esplode un
gruppo di soldati attrezzati di tutto punto. Silano intuisce
qualcosa: non si tratta di una semplice rissa.  un assalto. Un
nutrito nucleo di commilitoni ha deciso di ribellarsi. A loro si
sono uniti altri cittadini evidentemente in rotta con il potere
militare di Quintiliano.
Si ammassano sull'orlo delle gradinate, poi saltano gi
nell'arena con le armi in pugno. I soldati di guardia attorno
al boia sono presi alla sprovvista e, seppur schierati in formazione
di difesa, dentro di loro tremano. Perch capiscono che
 in atto una rivolta.
Capiscono che i soldati pompeiani sono giunti fin l per
salvare Silano e gli altri compagni ancora vivi.
Il pubblico dell'altra grande curva dell'anfiteatro  stranito:
pensa si tratti di una nuova trovata spettacolare e inizia
grottescamente a battere le mani e invocare i gladiatori. Il
sole  scomparso sotto le nuvole ed ha conferito all'intero tratto
di costa tra il mare ed il Vesuvio un aspetto sinistro.
Nell'arena, si combatte come dopo un'imboscata.
Le guardie ed il boia provano a delimitare il terreno, ma
vengono circondate dai rivoltosi e iniziano un corpo a corpo
feroce. Silano  a mani nude e si lancia sul mirmillone, cercando
di atterrarlo: riesce a fargli cadere il gladio di mano,
ma si ferisce contro la corazza e l'elmo appuntito. Il gladiatore
solleva la visiera e usa l'enorme scudo per colpire Silano.
Lo fa rotolare al suolo due, tre volte, nonostante l'altro tenti
costantemente di rialzarsi. Poi gli schiaccia un polso con il
piede e gli prende a calci il fianco, fino a farlo sanguinare.
Silano  stremato e sudato, assapora sui denti il gusto metallico
del suo sangue e non gli piace: con la coda dell'occhio vede
svuotarsi il palco delle autorit in preda al panico, e poco pi
sotto le fiere dimenarsi nelle gabbie.
I soldati ribelli stanno avendo la meglio; l'accerchiamento
ha consentito loro di infilarsi tra le linee di difesa e rendere
inefficaci le lance delle guardie: ne hanno uccise ben otto e le
altre ora indietreggiano, cercando riparo verso le cancellate
che conducono ai sotterranei.
Il mirmillone, intanto, solleva lo scudo e lo afferra per un
bordo, puntandolo verso il collo di Silano: l'ex centurione prima
lancia raccoglie una manciata di sabbia e gliela scaglia negli
occhi, poi lo colpisce ai testicoli e lo fa crollare al suolo. Il gladio
rotola poco pi in l. Silano, con un salto e una mezza capriola,
riesce a impadronirsene: lo impugna a due mani, lo fa roteare e
infine ne infilza la punta affilata nel cuore del gladiatore.
Il pubblico sulle gradinate esplode in un boato di delirio.
Getta sassi, cocci di anfore e scorze di frutta. Qualcuno tenta
di scavalcare il muro che separa le gradinate dal settore riservato
ai patrizi. Le guardie che presidiano i varchi e gli accessi
non hanno pi strumenti per contenere l'agitazione, e devono
ritirarsi per evitare di essere linciate. All'improvviso, al
centro della curva appaiono una fiaccola e un'urna ripiena di
pece: non si sa come sia stata trasportata n chi l'abbia fatta
entrare nell'anfiteatro. Qualcuno vorrebbe appiccare il fuoco
al palco delle autorit: ma, mentre versa la pece sulle tende e
i drappi che lo riparano dal sole, l'urna gli scivola di mano e
si infrange sulle gradinate. Un po' di pece schizza sulla fiaccola
accesa e l'inferno si apre sull'anfiteatro pompeiano. Le
guardie si assembrano in massa sull'orlo del settore inferiore
per non essere lambite dalle fiamme: ma sono troppe ed in uno
spazio troppo ristretto. Le vibrazioni dei passi e il caos che si
 generato sulle gradinate producono troppe sollecitazioni: il
muro di contenimento crolla e porta con s, nell'arena, almeno
una decina tra le guardie. La maggior parte sono gravemente
ferite, le altre morte.
Silano aiuta i soldati ribelli a ricacciare indietro definitivamente
i nemici. Riconosce molte facce, alcune delle quali
appartenenti alla sua centuria. Non ha tempo per farlo, ma
vorrebbe piangere per la gioia. Hanno rischiato la vita per salvarlo.
C' il soldato Marco Varrone, i gemelli Quinto e Publio
Curzio, il gigante alto e biondo, ottimo arciere, che tutti chiamano
"Prometeo". Manca solo il suo vero e unico amico Rufo.
Radunate gli altri ordina ai gemelli, dobbiamo trovare
il modo di andarcene da qui!
L'anfiteatro  trasformato in un campo di battaglia. Molta
gente  fuggita via, ma quelli che sono rimasti continuano
ad agitarsi sulle gradinate in fiamme. Urlano il suo nome a
squarciagola come se fosse lui il vero gladiatore: SI-LA-NO!
SI-LA-NO!.
Qualcosa  successo. Doveva morire e invece gli di lo hanno
risparmiato: hanno ispirato gli animi pi coraggiosi, i soldati
pi fedeli, a ribellarsi contro il destino gi segnato. Silano
sa che dovranno fuggire e nascondersi. Riorganizzarsi e inventare
un modo per uscirne puliti. O forse per fuggire da Roma.
Ma ora nessuno pu nulla contro di loro. Sono una piccola
armata e sono gi vincitori. A dividerli dalla salvezza c' solo
la porta delle mura vesuviane.

13.

Il prefetto non si aspettava una reazione simile. Era imprevedibile,
anzi: inconcepibile. I soldati romani sono abituati a
dare la vita, l'orgoglio e perfino la propria anima all'impero,
se occorre. Invece qualcosa  accaduto, una variabile ha preso
possesso dell'anfiteatro e della sabbia dell'arena, gettando
Pompei nel panico.
Quintiliano, Massimo, Zeno e poche altre guardie sono
fuggiti e si sono riversati in strada, dove una folla impazzita
gi schiumava per i vicoli e le strade, saccheggiando le botteghe
e seminando il terrore tra donne ed anziani.  la rivolta,
la rivoluzione. Di cui la stessa popolazione ignora il motivo.
Dobbiamo superare la palestra e raggiungere il mio palazzo
propone Massimo.
No,  troppo rischioso! Conosco io un rifugio migliore...
Perdonami, mio signore. Ma credi di conoscere la citt
meglio di me? gli chiede il duumviro sprezzante.
Il prefetto non si lascia per prendere dai risentimenti personali.
 lucido, come sempre in battaglia. Ed evidentemente
ha un piano.
Devi fidarti. Dobbiamo solo uscire da quelle mura dice,
indicando la porta di Sarno a poche centinaia di passi.
Il piccolo gruppo si muove tra i vicoli e al riparo dei portici.
Zeno individua l'ingresso di un edificio quasi diroccato
e della bottega saccheggiata al suo interno. Vi entra per un
istante e ne esce con alcuni sacchi di canapa, di quelli per
conservare il frumento. Massimo e Quintiliano li indossano
rapidamente sopra le toghe, poi raggiungono la strada principale
ed avanzano tra la folla inferocita. I soldati che li scortano
sono inquieti: la folla li osserva con sguardo maligno, finch
qualcuno non li addita come assassini e in breve inizia a circondarli.
Il prefetto e il duumviro non sanno come reagire:
i pompeiani aggrediscono i cinque soldati e strappano loro
lance e spade di mano, poi i loro corpi scompaiono sotto la
folla. Si sentono solo grida laceranti di dolore, pi forti del
chiasso della gente.
Zeno tira per mano i due e, finalmente, riescono a passare
indenni sotto il grande arco del portale. Sembra un altro
mondo, la campagna aperta che corre fino ai monti di Sarno:
niente caos, niente violenza, solo un profilo dolce di alberi e
piccoli stagni.
 l... possiamo aspettare finch la situazione non si sar
calmata.
Il prefetto indica una piccola costruzione devastata:  il
vecchio tempio di Marte Ultore, abbandonato anni prima e
ormai in disuso. Massimo  scettico, ma il prefetto lo guida
all'interno e lo conduce fino a un grosso mucchio di massi.
La visibilit  scarsa, l'umidit  forte e le statue in rovina del
dio e degli eroi delle guerre puniche sembrano scrutarli con
fastidio, in maniera sinistra.
Zeno aiuta il prefetto a scostare le pietre, e finalmente appare
un passaggio che, grazie a una breve scalinata, conduce
a una sorta di sotterraneo. Quintiliano cerca una lampada ad
olio e una pietra focaia nascosti in una nicchia, poi accende il
fuoco e si cala nelle viscere di Pompei.
Gli altri due restano allibiti. La luce della lampada si moltiplica
in cento, mille luccichii che invadono la sala dal soffitto
basso. Ci sono armi, scudi, armature. E poi, beni preziosi: un
mucchio di forzieri e lingotti d'oro impilati in ogni angolo.
 il tesoro di Quintiliano: la riserva che evidentemente ha
trasportato l per garantirsi autonomia e piena efficacia della
sua legione. Massimo intuisce subito che nei progetti del prefetto
c'era qualcos'altro: forse l'intento di stabilirsi a Pompei
e detronizzarlo definitivamente.
Cos'... tutto questo... denaro? balbetta il duumviro.
Quintiliano tentenna. L'unico luogo sicuro in cui nascondersi
era quello: e ormai  tardi per le menzogne.
 dell'imperatore. Per la campagna in Numidia.
Numidia?!
La tua citt serve solo come base di partenza. Entro la
fine dell'anno Tito vuole completare una volta per tutte la
conquista delle regioni a nord dell'Africa.
Massimo  colto da un sussulto che a stento riesce a dissimulare.
In un istante gli  chiaro che la sua spregiudicatezza
non  nulla a confronto di quella dell'imperatore: gli hanno
tenuto nascosto il vero obiettivo. E se lui non si fosse mosso
in anticipo per aizzare la sua gente alla rivolta, probabilmente
Quintiliano lo avrebbe gi fatto arrestare. O uccidere. Nei
progetti di Tito, Pompei  solo una casella da cui partire per
il suo gioco di potere: e Massimo  meno di una pedina. Ma
forse ora gli di gli hanno offerto la possibilit di ribaltare
le cose.
E se tu non fossi pi alla testa della legione, l'imperatore
cosa farebbe? Assegnerebbe a qualcun altro il comando o rinuncerebbe
al suo disegno di conquista?
Una luce acida brilla nelle pupille di Massimo.
Zeno si accorge di qualcosa, ormai la sua simbiosi con il
duumviro  perfetta. Indietreggia allora alle spalle del prefetto
per raccogliere un'arma.
Che intendi dire?
Soltanto questo: che senza te di mezzo, tornerei a guidare
la citt e, anzi, la tua legione...
Non sei nemmeno stato in grado di prevenire una rivolta
dei tuoi stessi uomini ribatte Quintiliano.
Ma Massimo continua a ragionare ad alta voce, come se
il dio Mercurio si fosse impadronito di lui e parlasse per sua
bocca.
Forse avrei tempo e mezzi sufficienti per pensare a una
mossa successiva: magari Tito si piegherebbe ad assegnare a
me la missione in Numidia.
Quintiliano accenna un sorriso di sprezzo e superiorit.
Vorrebbe zittirlo una volta per tutte, ma il silenzio e la freddezza
sul volto del suo rivale gli fanno gelare il sangue nelle
vene. Improvvisamente si rende conto di essere sfuggito alla
morte solo per andarsi a cacciare in una trappola. E si maledice
per aver consegnato a Massimo le chiavi del suo potere.
Cosa... cosa sta succedendo? gli chiede.
Ormai Zeno stringe in mano un'ascia bipenne. Quintiliano
si gira verso di lui e Massimo gli fa cenno di abbatterlo: il
centurione cala la lama sul volto del prefetto e glielo squarcia
in due. Sangue, cartilagini e cervello schizzano sulle pareti
del sotterraneo. I lingotti d'oro assumono una tinta rosa, che
assomiglia al vino capuano.
Zeno trema.  fedele al suo signore, ma sa che gli di non
risparmiano la pena a chi si macchia di tracotanza. Hanno
ucciso una delle principali cariche dell'impero, scelta dall'imperatore
stesso: per di pi, nel tempio del dio della guerra.
E ora... che facciamo? borbotta, riprendendo fiato.
Massimo ride, afferra una grossa bisaccia e la riempie di
sesterzi e monili preziosi. Poi gliela lancia in grembo, mentre
l'altro ripulisce l'ascia dal sangue.
Ora ci compriamo la fiducia del popolo e dei soldati.
Riportiamo la pace in questa citt: poi pensiamo a quello che
diremo una volta a Roma.

Due settimane prima, sulle pendici del Vesuvio.

La notte  scura, ma soprattutto rumorosa. La vastit del
mare alle loro spalle, il verso sinistro degli uccelli mediterranei,
il fruscio delle sterpaglie attraversate da strani animali...
C' molta pi vita rispetto alla solitudine delle steppe britanniche:
e questa vita spaventa.
Camma e Calliope hanno abbandonato il cadavere di Pericle
poco fuori le mura di Pompei, poi si sono inerpicate per
un sentiero sterrato che attraversa gli alberi e si scava la strada
verso la montagna. Hanno dovuto anche lasciare l'asino, a
un certo punto, tanto la vegetazione era intricata e insidiosa.
La donna greca sembra conosca d'istinto la direzione: e calpesta
i rovi e i cespugli, infischiandosene delle spine o degli
insetti molesti.
Dove stiamo andando? le chiede ogni tanto l'altra.
In un posto sicuro risponde lei.
Dopo cinque ore di marcia serrata, Calliope finalmente
rallenta e Camma intuisce che hanno raggiunto una qualche
meta. Sono entrambe fradicie di acqua e sudore, hanno il fiato
corto e i brividi, forse per la febbre. Si trovano in un punto
imprecisato sulle pendici del Vesuvio. Nell'assenza di luna,
le uniche luci fioche sono le stelle o i rari fuochi accesi nelle
citt della costa.
Calliope si guarda attorno, tasta il suolo, poi sembra trovare
uno spuntone di roccia familiare. Si fa largo tra i rampicanti
che infestano il bosco e infine scova un sentiero che conduce
a una specie di tempio. Camma  sbalordita: forse per il buio,
forse per la pioggia fredda che le  penetrata fin dentro le ossa,
non si  accorta del grosso edificio diroccato che si mimetizza
alla perfezione con la vegetazione. C' una luce che sbuca da
una piccola feritoia. La greca le fa strada, poi si avvicina ad un
grande portale e lo colpisce tre volte con il pugno.
Chi profana il tempio della grande madre? risuona una
voce dall'interno.
Camma sussulta, avverte una fitta alla caviglia, come non
le accadeva da tempo. Il rimbombo della voce ha qualcosa di
sinistro: l'edificio  enorme, assomiglia af un antico santuario
ricostruito e modificato a suon di macigni, marmo e travi
di legno. Il tetto spiovente  l'unico elemento architettonico
insolito. Non c' colonnato e non ci sono n bassorilievi n
fregi di alcun genere sulla scarna facciata: la forma squadrata
e le piccole feritoie che sbucano fuori come tane di formiche
conferiscono all'edificio piuttosto l'aspetto di una casamatta.
Io ti offro preghiere devote, o Cibele: che tu possa difenderci
e accoglierci sotto la tua protezione! dichiara Calliope
con tono solenne.
Dopo qualche istante il pesante portale si apre con un cigolio.
Ne esce una ragazza bionda, minuta, che in mano stringe
una grottesca lampada ad olio che riproduce le fattezze di
un grasso eunuco. Camma non sa se ridere o preoccuparsi.
Non sei da sola? chiede la ragazza.
Calliope la abbraccia e la bacia sulle labbra, poi fa cenno
all'altra di entrare.
No. E oggi siamo qua per restare.
Cos' successo?
Il liberto che lavorava per il padrone... Quel bastardo ha
provato a strangolarla. Ho dovuto usare l'aconito con l'aggiunta
di quel preparato che ho sperimentato da me.
Di del cielo! E ha funzionato?
Calliope lancia uno sguardo a Camma, le indica una cassapanca
sopra la quale appoggiare le vesti bagnate e da cui
recuperarne altre. Poi va ad accendere alcune fiaccole lungo
i muri e afferra un'altra lampada di bronzo.
Diciamo che siamo fuggite da Pompei e non potremo tornarvi
mai pi risponde.
La ragazza bionda ride e va a scaldare qualcosa su un braciere.
L'ambiente inizia ad illuminarsi.
 proprio un tempio: maestoso, ben pi grande di quello
che poteva sembrare da fuori. Le colonne circondano una vasta
area, separata da una cella che si apre sul fondo. Camma
capisce che le mura esterne sono state aggiunte in un secondo
momento, quasi a fortificare ed occultare l'edificio dal resto
del mondo. Ma, all'interno, non vi sono solo pietre o statue
dedicate alla dea Cibele.  tutto un pullulare di bracieri,
anfore, ampolle di vetro con polveri e infusi di ogni genere,
piante e fiori che crescono in vasi e a tratti arrivano a toccare
perfino l'alto soffitto. Sulla parete di fondo, un altorilievo che
ritrae un carro trainato da due enormi leoni, lungo il quale
sono disposti diversi giacigli. Camma si avvicina di qualche
passo e vi scorge varie donne addormentate. Allora si gira
verso Calliope con aria interrogativa.
Dove siamo? Chi siete? le chiede.
Calliope sorride e si spoglia, gettando gli abiti in un angolo,
poi si avvicina ad un catino e inizia a detergersi con l'acqua.
Intanto, la ragazza bionda toglie dal fuoco il recipiente
di bronzo e ne versa il contenuto in una coppa.  vino, con
strane sostanze aggiunte. Tocca la fronte di Camma, nota che
scotta, poi le porge la coppa e la invita a bere.
Io mi chiamo Lucrezia dice, benvenuta nella confraternita
delle avvelenatrici.
La notte di Camma si  colorata di tinte oscure. Dal giorno
in cui  stata violentata e fatta prigioniera, gli incubi non hanno
mai smesso di tormentarla. Questa volta per si tratta di
qualcosa di diverso: non  stato un sogno brutto od angoscioso
ma, pi che altro, una premonizione. Camma ha intravisto
un corpo intriso di luce che scendeva gi dalla cima del Vesuvio
e veniva a svegliarla. Era la dea che i Romani chiamano
Minerva, forse. Scegli la strada che ti conduce vicino al tuo
destino. E uccidili tutti le ha detto, per poi eclissarsi senza
darle il tempo di rispondere.
Al mattino, si risveglia ritemprata. La bevanda che le ha
dato Lucrezia le ha fatto sparire la febbre, anche se le ha lasciato
in bocca un gusto amaro e speziato. Il portale del tempio
 spalancato e le altre donne sono tutte fuori.
Camma si sciacqua il volto e cammina per l'enorme navata,
ispezionando con lo sguardo ogni angolo: con la luce del giorno
che penetra dalle feritoie si rende conto che, oltre alle piante
colorate ed alle pozioni di ogni genere, i tavoli di legno sono
pieni di amuleti, pietre ed oggetti sacri. Il naso ormai libero le
fa sentire una miriade di odori diversi, acuti e inebrianti, che si
levano dalle ampolle di vetro. Uno in particolare per attira la
sua attenzione:  alloro, che proviene dall'esterno dell'edificio.
Camma esce nella luce del giorno e percorre il sentiero
custodito dai rampicanti. Gira sulla sinistra e si ritrova in una
larga radura in cui sono raccolte tutte le abitanti del tempio.
In lontananza, tra gli alberi e la leggera foschia, si intravedono
il mare e la costa della citt chiamata Neapolis.
Le donne sono disposte in cerchio, una di loro getta le
foglie oblunghe nel grande fuoco acceso al centro. C' anche
del muschio e forse dell'eucalipto. Tutte respirano profondamente,
Calliope alza le mani al cielo e mormora una preghiera
di cui Camma coglie poche frasi: Lei che maneggia lo scettro
sul rinomato bastone, Lei dai tanti nomi, Lei l'Onorata... Tu
occupasti il trono centrale del cosmo, e cos della Terra, mentre
provvedevi a cibi delicati.... Poi le nuvole si diradano e Calliope
inizia a rabbrividire, come se un'energia fosse piombata
dal cielo e l'avesse pervasa all'improvviso, procurandole un
orgasmo. Quando tutto  finito, le donne rompono il cerchio
e si dirigono in luoghi diversi: chi nel tempio, chi nel bosco
a esaminare piante e fiori, chi a consumare un pasto seduta.
Sembri gi guarita. Stanotte, nel sonno, scottavi...
 Lucrezia a parlare. Camma le si avvicina, c' anche Calliope
a pochi passi.
Cosa stavate facendo? chiede.
 il saluto alla grande madre. Tu sei celta?
Il popolo da cui provengo  quello degli Ordovici.
C' un dio simile nella vostra religione, il suo nome 
Cernunnos.
La parola le fa scattare un campanello, una vibrazione.
Camma ricorda ci che le diceva il vecchio padre, uno dei
druidi pi influenti del villaggio: Diffida di chi pratica il suo
culto; ottiene molti privilegi, ma il prezzo  la sua anima.
 un dio molto potente e vendicativo.  pericoloso perfino
nominarlo... Pu strappare il pene agli uomini, se viene
offeso dice.
Lucrezia scoppia a ridere.
Gli di non si preoccupano di quello che diciamo, ma
delle nostre azioni. Quello che fai  l'unica cosa che pu allietare
o indispettire un dio.
Camma  confusa. Il riso fresco di Lucrezia e la sua giovane
et le procurano tenerezza. Avverte un'insolita energia
in quel luogo: come se l'unione delle donne o l'influsso della
natura la isolassero dal resto del mondo, mettendola al riparo.
Gli alberi e la terra stessa sembrano carichi di colore, di
luce. Se potesse, rimarrebbe l in eterno.
Come fate per il cibo e l'acqua? chiede.
C' un ruscello non lontano. E io sono una brava cacciatrice:
ma abbiamo anche degli amici che ci vengono a trovare...
A qualcuno offriamo il nostro aiuto in cambio di provviste o piccoli favori.
Quali favori? E chi sono loro?
Lucrezia sta per rispondere qualcosa ma viene interrotta
da Calliope, che si intromette nella discussione porgendo a
Camma un piatto con del cibo.
C' un'altra domanda a cui devi prima rispondere. E sei
tu a doverla fare a te stessa. Che hai intenzione di fare del tuo
futuro?
Calliope sembra diversa dalla donna conosciuta nel lupanare.
Ha lo stesso atteggiamento volitivo, ma ora ha assunto
un tono pi autoritario: quasi si fosse pentita di averla portata
l al tempio. Camma intanto mangia con gusto la selvaggina
nel suo piatto. Non sa se si tratti di coniglio o di maiale, ma il
sapore  incredibile, pi della sua stessa fame.
La domanda della donna greca, in effetti, la mette in imbarazzo:
non aveva ancora pensato al suo futuro. Anzi, aveva
provato a rimuoverlo. D'altronde  ormai una schiava in fuga,
che rischia non solo nella zona di Pompei, ma nell'intero territorio
romano. Il marchio che porta sulla spalla le rimarr in
eterno e, qualora tornasse a vivere in mezzo agli uomini, un
qualsiasi soldato ubriaco o ligio al dovere potrebbe ucciderla
o portarla davanti al magistrato. Se solo ci fosse un modo per
fuggire dall'impero... Ma come? E, soprattutto, per andare
dove? Il suo villaggio  distrutto e il suo popolo annichilito.
L'unica soluzione  restarsene rintanata e preparare un piano.
Quando avr forze e mezzi sufficienti, potr inseguire la strada
dettata dai suoi sogni e dai suoi ricordi che, per quanto lei
tenti di dimenticare, tornano sempre a tormentarla: "Scegli la
strada che ti conduce vicino al tuo destino. E uccidili tutti".
Vorrei restare qua. Vorrei trovare gli uomini che hanno
assassinato la mia famiglia e fargliela pagare. Vorrei il vostro
aiuto dice d'un fiato, prendendo il coraggio a due mani.
Calliope sorride come un'anziana premurosa. Alla luce del
sole e senza trucco  ancora pi sensuale. Mentre parla osserva
il suolo, come alla ricerca di qualcosa.
Cosa sai della grande madre? le chiede.
Camma scuote la testa, disarmata.
La dea Cibele difende le nostre scelte e ci protegge. Puoi
liberarti dalle catene dei Romani fuggendo, ma non lo puoi
fare da quelle che tu stessa ti porti dentro. La confraternita
delle avvelenatrici  questo: il luogo per imparare a riscattarsi
continua lei.
E come, uccidendo la gente con il veleno?
La natura ci regala tutto quello di cui abbiamo bisogno.
L'alchimia  uno strumento, ma  la libert il fine. So che ora
non capisci: ma un giorno troverai da te la pozione che sapr
riscattare la tua vita.
Le donne si sono radunate di nuovo all'esterno del tempio.
Tutto sembra tornato alla normalit, come in qualche
modo accadeva nel lupanare. Lucrezia si allontana e abbraccia
un'altra ragazza, forse della sua stessa et ma dalla pelle
scura: le due si baciano e si allontanano nella vegetazione.
E come... faccio? chiede Camma, un po' confusa.
Calliope fissa un punto ai piedi di un albero, poi il volto le
si illumina come per un'apparizione. Si avvicina al tronco e
coglie un minuscolo fungo dalla cappella verdastra: ci soffia
sopra, e centinaia di spore si librano nell'aria.
Con la pratica e lo studio... e anche un po' di fortuna
dice. Ma ci vorr tempo.

14.

E ora che facciamo?
Maledizione, cosa posso saperne?! Sono nella vostra stessa
situazione. Siamo disertori, possiamo solo arrenderci o
morire!
Silano urla infuriato. Lui e il manipolo di soldati ribelli
sono in aperta campagna, nel buio umido della sera. Ha
piovuto e la terra si  trasformata in un pantano: arrancano,
trascinandosi quello che sono riusciti a racimolare due giorni
prima durante la fuga da Pompei. La citt si  rivoltata
all'unisono contro lo strapotere del prefetto Quintiliano: la
gente li ha aiutati offrendo armi, cibo e vestiti, prima di lasciarli
partire verso il loro destino. Silano  grato a quello
sparuto gruppo di teste calde. Hanno rischiato la vita per
salvare la sua e quella di pochi altri. Sono forti, muscolosi e
indisciplinati. Nell'esercito, nella sua centuria, combinavano
solo guai. Ma si sono rivelati veri romani, gente di cuore, la
stessa che ha conosciuto nella Suburra fin da quando era
piccolo: gente che pu ucciderti per una moneta di rame, ma
che pu morire per un amico.
Ora per tutti guardano a lui come a un capo, e Silano non
vuole. Non sa dove andare, non ha mai pensato che fosse
possibile andare via da Roma. Il mondo  Roma: e lui  un
soldato fuggiasco. Non ha fatto nulla per meritare la morte
ma ovviamente non pu tornare indietro e sperare nel perdono.
D'altronde  il pi alto in grado e gli altri ripongono in lui
la speranza non solo di scamparla, ma di ritornare alla vita.
Sono due giorni che vagano tra le campagne, tenendosi alla
larga da Oplonti, Ercolano e le altre citt sotto il Vesuvio. Il
cibo per scarseggia, come anche il morale.
Scusami... dice Silano a Publio Curzio, uno dei gemelli.
Adesso cerchiamo un posto per accamparci, domani pensiamo
a cosa fare.
La minuscola truppa lo segue tra le felci, le strane piante
di pitosforo e i rovi di more che si inerpicano sulle pendici
piene di gobbe. Il terreno  friabile ed il vento solleva una specie
di cenere che va a posarsi sulle cime degli alberi. Silano
indica agli altri di seguirlo in un bosco, assieme individuano
una radura e fanno provvista di legna, poi accendono il fuoco
mangiando le ultime croste di formaggio e raccogliendo
qualche bacca tra le frasche. Il gigante Prometeo ha conservato
un'anfora di vino e subito la fa girare: la memoria torna
a quanto accaduto all'anfiteatro pompeiano o alle vecchie
storie di miti e di guerra. Silano si addormenta con la testa
appesantita dall'alcol e dai pensieri: i suoi amici si comportano
come se fossero ancora soldati, ma non  cos. Possono
atteggiarsi a eroi e a legione invincibile, resta il fatto che sono
dei latitanti. Vale a dire: nemici dell'impero.
Poi anche l'ultimo fuoco si spegne e nell'accampamento di
fortuna calano il buio e il gelo.
Silano fa strani incubi, sogna mostri alati distruggere le
citt e uccidere le poche persone cui si senta legato, come
il suo amico Rufo, ancora integrato nella coorte pompeiana.
Quando il sogno raggiunge il suo acme, Silano viene svegliato
da qualcosa.
Dapprima  l'urto di un sasso che rotola, poi  un piede
che lo colpisce impercettibilmente. Infine, una voce.
Svegliatevi e alzatevi, bastardi!
Gli uomini sono intontiti, qualcuno mette mano al gladio
ma senza troppa convinzione. Sono circondati da un mucchio
di gente armata di lance lunghe ed appuntite. Vestono
stracci, hanno i denti pi guasti dei loro e le barbe sporche e
cascanti. Sono banditi.
Chi comanda tra voi?
 il pi grosso tra loro a parlare. Ha un occhio bianco che
nasconde la pupilla, di sicuro  orbo. La barba rossiccia e il
volto per met arabo gli conferiscono un aspetto familiare.
Accanto a lui, un ragazzo magro e con grosse vene che gli
solcano la fronte. I soldati si guardano in faccia senza osare
proferire parola. Poi  Silano ad alzarsi in piedi.
Sono io, mi chiamo Lucio Sesto Silano.
Ne avete fatto di chiasso gi a Pompei... dice spavaldo
il bandito.
Gli altri scoppiano a ridere. La notizia si  gi diffusa ovunque,
pi veloce dei loro stessi passi.
Che avete intenzione di fare?
Per ora... di dormire.
E quando i vostri amici vi verranno a cercare per uccidervi?
Ormai non siete pi romani: siete merda come noi.
Silano avverte una fitta di orgoglio pungergli dentro. 
l'anima ormai vecchia del soldato che lo sta abbandonando.
Ma c' anche un'altra cosa, una specie di intuizione che sta
prendendo forma. Come se il futuro si affacciasse per condurlo
per mano. D'un tratto ricorda qualcosa: la taverna di
Romolo Silla, l'assalto... Il bandito che gli sta parlando aveva
una benda, quella notte.
Li uccideremo noi prima. Ma non siamo equipaggiati a
sufficienza. E non abbiamo cibo.
Tra i banditi si leva un mormorio, Silano intercetta brandelli
di conversazione in decine di lingue differenti, tra cui
solo a tratti affiora il latino. Qualcuno propone di sterminare
subito i soldati disertori per spogliarli dei loro averi; qualcun
altro ricorda che ormai si tratta di vagabondi senza denaro
n utilit.
Vi dico io cosa vi resta da fare. Siete stati abbandonati
dalla scrofa che avete servito per anni e che aveva promesso
di proteggervi... Potete decidere di morire senza lottare, o di
morire tentando di fargliela pagare.
Silano guarda i suoi uomini. Hanno gli occhi smarriti,
nonostante abbiano vissuto scontri epici, visto uomini morire
e mozzato teste di barbari e tagliagole. Qualcuno di loro si
aggrappa mentalmente alla speranza di una nuova vita, anche
in tono minore, perfino in mezzo a degli assassini: purch libera.
Silano coglie quel pensiero e capisce di non avere alternative.
Se rifiuta l'invito del bandito, d'altronde, moriranno
tutti. E subito.
Minerva ti ha messo sul nostro cammino. O forse Marte...
Io dico che siamo stati noi a trovarvi: con tutti i fuochi
che avete acceso, vi avrebbero visto anche dalla Mauritania.
Dimmi cosa dobbiamo fare, Prisco.
Il bandito dall'occhio cieco si accarezza la barba rossiccia.
Allora conosci il mio nome?
Ci siamo gi incontrati in una taverna, una notte...
Prisco fa una risata sguaiata, d ordine ai suoi uomini di
requisire le poche armi ai soldati. Poi indica un sentiero che
devia verso sinistra, quasi fino alla cima del Vesuvio.
Ne vedrai ancora di taverne, Silano. Se tu e i tuoi uomini
vivrete abbastanza da poter tornare a Pompei, ovviamente
dice.
Sull'altro fianco della montagna c' una sorta di spianata
che assomiglia ad un deserto. Hanno camminato a lungo e l'alba
li illumina di una luce calda e sottile. Silano non ricorda
il percorso fatto, tante sono state le curve, i bivi e le diramazioni
nascoste tra alberi e rampicanti. Il morale dei suoi
uomini sembra rinfrancato, quantomeno rispetto alla notte
precedente.
Prisco si ferma all'altezza di uno strapiombo e tira il fiato
indicando la sua sinistra. Ci sono alcune cavit nella roccia
che sembrano condurre ad altrettanti cunicoli. Il ragazzo con
le vene grosse sulla fronte, che ha tutta l'aria di essere il suo
braccio destro, finalmente apre bocca.
Questo  il posto pi comodo dove rifugiarsi dice, l ci
sono le grotte con qualche rifornimento e altra roba utile.
Potete usare quella al centro. E se vi servono altre cose chiedete
di me, io sono Druso.
Silano annuisce e gli stringe la mano. Intuisce che i banditi
hanno molti accampamenti sparsi attorno al Vesuvio, motivo
per il quale i soldati pompeiani hanno sempre avuto difficolt
a scovarli o anche solo contenerli. Sta per avviarsi dentro
con i suoi uomini, quando Prisco lo blocca mettendogli una
mano sul petto.
C' prima un'altra cosa che dovete fare, se volete restare...
Laggi.
La frase  allusiva, Prisco si infila la benda sull'occhio malconcio
e Druso e gli altri banditi ridacchiano, come se avessero
preparato da tempo la sorpresa. Il gruppo si sposta un po'
pi gi: lo strapiombo  circondato da una scalinata naturale
in mezzo alla quale sbuca uno spiazzo. Ha tutta l'aria di una
sorta di anfiteatro. Lontano, il mare con Aenaria e le altre
isole all'orizzonte. Ma la cosa pi sorprendente  che ci sono
dieci soldati romani incatenati a ridosso del muro e un mucchio
di banditi urlanti, seduti sulle gradinate. Donne, ragazzi,
anziani, alcuni vestiti di stracci e altri con armature militari
evidentemente trafugate: tutti imprecano, lanciano avanzi di
cibo, terra o radici e sembrano fare il tifo, come in uno scontro
gladiatorio. Non ci vuole molto per capire che quella dei
banditi non  solo una piccola armata:  una vera e propria
trib, con i suoi riti, le sue leggi, il suo popolo da guidare e
preservare.
Che sta succedendo? chiede.
La sua gente lo saluta e lo incita, Prisco agguanta un otre
di birra appoggiato a una roccia e beve a lungo. Poi rutta,
sfila il gladio dalla mano e lo lancia a Silano. Lo stesso fanno
i banditi con gli altri uomini.
Se non fosse stato per noi, sareste gi morti. Erano sulle
vostre tracce ieri sera, li abbiamo catturati mezzo miglio a
nord del vostro accampamento.
Cosa vuoi che facciamo?
Lo sai bene.
Silano si guarda attorno. I soldati pompeiani non sembrano
pi cos spavaldi. Qualcuno trema, qualcuno risponde alle
offese e sputa per terra, qualcun altro ostenta un'aria indifferente.
Riconosce due centurioni della legione di Quintiliano,
poi un ufficiale che ha combattuto con lui in Britannia. E
infine Rufo.
Il suo amico. L'unico.
Non uccido... uomini disarmati...
Silano sente l'angoscia mordergli lo stomaco come farebbero
i denti di un serpente. Tenta di dissimulare i sentimenti,
perfino le sensazioni. Ma non riesce a non balbettare.
Non saranno disarmati. Voi contro loro. Dovete dimostrare
alla mia gente di essere degni di vivere qui.
Intendo dire che un vero soldato muore solo in battaglia.
Prisco inizia a spazientirsi. Beve un altro sorso dall'otre e
poi lo manda a spaccarsi contro la parete di tufo. Viste da l,
le pendici del Vesuvio sembrano gonfiate da milioni di piccole
pustole. Il bandito d una spinta a Silano e lo manda a
sbattere al centro della piccola arena, la faccia nella polvere.
Non siete pi militari romani. Lottate o morite! urla alzando
le braccia.
La gente dalle gradinate prorompe in un boato di gioia.
I soldati vengono armati e liberati dalle catene. La piccola
falange di Silano si raduna attorno al suo capo e lo aiuta a
risollevarsi. Quinto Curzio, con la chioma folta e nordica, si
avvicina ai legionari per parlare. Forse ne riconosce qualcuno,
forse vuole chiedere informazioni su quanto accaduto a
Pompei dopo la loro fuga. Forse vuole solo sincerarsi che lo
scontro si svolga con lealt e correttezza. Ma non fa in tempo
ad aprire bocca che uno dei soldati gli trapassa la spalla con
la punta affilata di una lancia. Quinto cade in ginocchio, incredulo.
Il sangue gocciola sulla tunica di lana e si allarga in
una macchia tonda sul petto.
Bastardo figlio di un cane!
 Publio, il gemello di Quinto, a urlare. Si lancia con il gladio
spianato e lo affonda nella gola del soldato. Il silenzio che
per un istante aveva invaso la vallata si converte di nuovo nel
grido forsennato di chi  in cerca di violenza. E di spettacolo.
Attento, Silano!
Uno dei soldati si  lanciato su di lui, tentando di ferirlo
alle gambe. Silano riesce a saltare ed a schivarlo, poi lo colpisce
con il gomito sul naso e lo manda a rotolare addosso ai
suoi. I pompeiani si ricompattano e attaccano su due linee.
Non hanno protezioni sul corpo e si muovono con agilit, il
clangore del metallo risuona pi forte dell'odio o delle imprecazioni.
Erano fratelli in armi, fino a due giorni prima: ora
sono carne da macello per il divertimento altrui. E per la propria
sopravvivenza. Il gigante Prometeo sembra una fortezza,
protegge i suoi tenendo gli avversari a distanza e li allontana
a colpi di scudo. Il soldato Marco Varrone combatte con due
gladi, trancia i legamenti della spalla di un centurione mentre
ne penetra il ventre con l'altra lama. Quinto Curzio  a terra,
non in pericolo, ma la spalla sanguinante non gli permette di
combattere: il fratello viene circondato da due nemici disarmati
e colpito ferocemente con pugni e calci sulla bocca, sulle
spalle, sui genitali.  un misto tra una rissa da taverna e uno
scontro tra reduci ubriachi, che non ha la gloria dell'arena n
del campo di battaglia.
I pompeiani sanno che moriranno comunque. Ma per gli
uomini di Silano c' in ballo pi della sopravvivenza: c' la
vendetta, c' il riscatto. C' il colpire Roma e gridarle con furore:
Perch mi hai abbandonato, sottraendomi alle tue leggi?.
Silano resta in disparte, combatte male. Non  paura, 
solo il vecchio centurione dentro di s che non vuole morire:
e non riesce a ferire soldati che fino a poco prima erano sotto
il suo comando. Per mano dei suoi uomini ne muoiono in
cinque, sei, nove. Resta solo Rufo in piedi, al centro dell'arena,
in mezzo a sangue, viscere e corpi smembrati. Il gigante
Prometeo fa per accostarsi, ma  Prisco a impedirglielo.
Tu, fermo. Voglio vedere cosa sa fare Silano... dice.
Dall'alto delle gradinate si leva un coro roco, roboante.
Anche se non vuole,  lui l'attrazione, ora. Silano trascina i
piedi e si trova faccia a faccia con il suo unico amico: la spada
tocca terra, appesantita dalla rabbia e dal rimorso.
Il sole ormai  alto e accecante, il pubblico quasi sazio.
Strano posto per rincontrarsi dice Rufo, mettendosi in
guardia.
Non posso combattere con te...
Devi, altrimenti ci uccideranno loro. E che senso ha morire
in due? Leva il braccio e fa roteare il gladio, cercando
di centrarlo a un fianco. Silano para con poco sforzo e indietreggia.
I banditi, intanto, trascinano via i cadaveri: qualcuno
fischia il proprio dissenso. E se Dio ha deciso che sei tu a
dover sopravvivere, ci deve essere un motivo.
Silano non vuole crederci. Si sente scoraggiato, quasi vorrebbe
essere morto nell'arena di Pompei. Ogni volta che
l'amico fa cenno alla sua religione, qualcosa di strano gli si
muove dentro.
Posso dirgli che anche tu vuoi unirti a loro tenta Silano.
Impossibile. Prima di farci catturare ne abbiamo uccisi tre,
di quei bastardi. Alza quella spada e comprtati da soldato!
Rufo getta via lo scudo e prende ad attaccare con due
mani. Mena pesanti fendenti alla testa, ai fianchi, allo stomaco.
Silano si limita a parare o a sgusciare via: in un'occasione
scivola a terra e l'amico gli  addosso, provando a infilzargli la
punta del gladio tra l'addome e l'inguine. Lui si appoggia alla
sua mano per farsi perno, forse lussandogliela. Poi si spinge
lontano di qualche passo. Dalle gradinate si sentono le urla:
Uccidilo! Uccidilo!.
Li senti? Dagli quello che vogliono.
Rufo si massaggia il polso indolenzito, recupera la lama e
calcia la polvere, tentando di accecare l'amico. Poi gli  addosso.
Alle grida degli spettatori si sono aggiunte quelle dei
banditi e finanche degli ex soldati. Silano lascia cadere la propria
arma e lo blocca, rotolandosi con lui per terra.  proprio
quello che l'altro sperava: quando arrivano quasi sull'orlo del
precipizio, Rufo gli assesta una ginocchiata sul naso e,
coprendosi con lo scudo, gira il gladio dall'altro lato, puntandoselo
al cuore. Poi si abbandona a peso morto sulla punta
pregando che il dolore duri il meno possibile.
No! urla Silano.
Ma il sangue gli spruzza sul viso e lorda la sabbia dell'arena,
scorrendo come una cascata gi nello strapiombo del Vesuvio.
Nessuno bada alle lacrime o alle grida del centurione:
sono tutti rapiti dallo spettacolo rosso della morte. La morte
di un romano, che per molti di loro  l'unica ragione di vita.
Un vero cristiano non pu avere propositi di vendetta...
Ma so che tu non ti convertirai mai, e qualcuno deve sapere
la verit...
Rufo tossisce e sputa, si segna la fronte con la croce,
mentre le pupille iniziano a dilatarsi e perdere contatto con la
luce. Silano lo stringe senza riuscire a muoversi o a fiatare.
Quando ti trovavi nell'arena a Pompei, io non ero l con
te. Ma non per vigliaccheria... mi servivano delle conferme e
le ho trovate. Il duumviro ci ha usati, tutti: la rissa nata quel
giorno al tempio di Venere  stata montata ad arte. Serviva un
pretesto per scatenare la rivolta contro la legione di Quintiliano.
E poi Massimo l'ha ucciso, l'ho scoperto appena prima
di... prima di...
Silano non riesce pi a udire nulla, soffocato dal suo stesso
pianto. Le ultime parole dell'amico gli restano scolpite
nella testa come leggi sulla pietra. Ma gli sembrano distanti,
sfuggenti. L'unica cosa che avverte  il caldo del sole di mezzogiorno,
l'odore metallico del sangue e il sibilo del vento,
che sembra alzarsi per portare l'anima di Rufo verso i Campi
Elisi.
O verso quella strana regione che i suoi fratelli cristiani
chiamano Paradiso.

15.

Capua, qualche giorno dopo.

Il cadavere di Quintiliano, profumato e lavato nel latte,
sembra quello di un eroe morto sul campo di battaglia. E
forse  proprio cos.
L'imperatore ha preteso che fosse omaggiato e restituito ai
defunti nel luogo della sua stessa nascita, e la citt non si 
fatta trovare impreparata. Il carro che trasporta la salma del
proconsole  solenne, intarsiato di ebano e decorato con pietre
preziose ed argento proveniente dalle miniere della Betica. Le
prefiche intonano le loro nenie mortifere accompagnate dai
suonatori di corni e flauti, mentre i legionari scorrono in una
lunga formazione, con armi e cavalcature al sguito. Sembra
che debbano muoversi all'assalto di Capua, e tutto assume una
posa grottesca, sproporzionata rispetto alle strette stradine che
si allargano solo in prossimit dell'acquedotto o dell'anfiteatro.
Giunti alla necropoli, i senatori si dispongono a semicerchio
attorno al cadavere ed  l'imperatore stesso a pronunciare
l'orazione funebre. Poi, sulla collinetta accanto alla statua
di Plutone, viene allestita una piccola rappresentazione scenica
tra spighe di grano e tappeti di fiori colorati: Proserpina
 rapita e portata nell'aldil, quindi alla pira su cui  deposto
il corpo di Quintiliano viene dato fuoco. La commozione 
pari solo alla meraviglia.
Finita la cerimonia, Massimo risale la scalinata della necropoli
e si avvicina all'imperatore. I capuani sono sparpagliati
gi, in attesa di consumare l'imminente banchetto od almeno
di accaparrarsene gli avanzi.
Non avrei mai pensato di sopravvivere a chi mi ha comandato
in Britannia e in tante battaglie.
E io non avrei mai pensato che in una citt pacifica come
Pompei potesse scatenarsi un uragano.
Tito  cambiato in pochi mesi. La capigliatura  corta e,
nonostante la giovane et, qualche pelo bianco fa capolino
tra le tempie ed il petto corpulento. Ma in compenso le vesti
sono sobrie e sulla fronte gli  spuntata una cisti che gli conferisce
un'aria un po' goffa, quasi a cancellare la presunzione
di un tempo.
Le terre attorno al Vesuvio sono strane, Cesare. Se non
le conosci rischi di esserne affascinato e poi intrappolato: la
vegetazione  troppo intricata e le tentazioni sono sempre in
agguato. Ma ora la situazione  calma, ci ho pensato io stesso
prima di venire qui.
Vuoi dire che Quintiliano  stato incapace di reggere militarmente
un'insignificante cittadina?
Massimo ostenta un volto mite, nonostante la stilettata velenosa.
Come sarebbe semplice rispondergli con astio e gettarlo
nel ridicolo davanti agli altri senatori... Ma non pu farlo.
Deve accontentarsi di smorzare i toni e godere nel sapere
che, con l'uccisione del prefetto, ha esautorato uno dei pi
importanti alleati di Tito nella gestione del potere.
Voglio dire che il bandito Prisco  furbo e ha messo radici
come una pianta malvagia, finanche tra la gente, finanche tra
i legionari di Quintiliano, che si sono lasciati corrompere ed
hanno finito per soccombere agli stessi vizi. Lussuria e denaro,
innanzitutto.
Il fumo della pira  alto e si diffonde su Capua come un
presagio sinistro, andando a sbattere sulle alte condutture
dell'acquedotto. La citt ha un aspetto solenne e malsano, i
muri scrostati e i topi che si muovono in colonie sembrano
denunciare la lontananza e l'indifferenza di Roma. La versione
ufficiale sulla morte del prefetto  quella di un'imboscata
da parte di banditi, dopo che l'insurrezione  scoppiata
nell'intera citt.
Quindi ritieni che una legione fosse insufficiente. E tutti
i soldati male addestrati. Vuoi farmi credere che gli stessi legionari
che hanno combattuto in Britannia e in Betica fossero
inutili nella tua citt? dice l'imperatore, indisponente.
Massimo prende tempo, si guarda attorno nel silenzio
degli astanti. Capisce in un attimo che Tito ha fatto piazza
pulita di dissidenti o voci fuori dal coro, e che nessuno tra i
senatori oserebbe contraddirlo.
Poi, dalle file delle guardie pretoriane si stacca un uomo.
Massimo non sa chi sia ma ne sente la presenza.  un uomo
di cinquant'anni circa, dagli abiti trasandati e la fronte larga
e calva. Ha l'aria bonaria, gli sembra pi un filosofo che un
militare.
Forse il duumviro vuole dire che i banditi non si possono
trattare alla stregua di veri soldati. E che per ammansirli
c' bisogno di una strategia diversa. Ricordi Pompeo Magno,
che batt i pirati ma si fece raggirare in maniera ridicola dal
divino Cesare?
E che proporresti di fare?
Conosco bene quelle terre, ormai, perch mi ci hai mandato
tu. E ho sentito notizie sulla ricchezza e sulla rinascita
di Pompei sotto il duumviro Quinto Terenzio Massimo.
Secondo me potresti concedergli l'occasione di mostrare il suo
valore.
L'uomo si gratta la nuca glabra e si sistema la toga, come infastidito
dal gran caldo. L'imperatore fissa un punto imprecisato
in basso, dove i sarcofagi di marmo brillano nella luce diafana
delle torce. Si prende un intero minuto per rispondere, con
la teatralit che ha saputo apprendere dal padre Vespasiano.
Poi annuisce, con aria quasi assente.
Direi che possiamo dargli tempo fino alle idi di marzo.
Come prefetto temporaneo della citt, assumerai il comando
della legione di Quintiliano, cos vedremo se saprai fare di
meglio.
Grazie, Cesare... dice Massimo, con gioia insperata.
Portami la testa del bandito Prisco. O mi prender la
tua dice l'imperatore prima di allontanarsi, troncando bruscamente
la conversazione.
Tutto  pronto per inaugurare il banchetto funebre. Il fuoco
della pira ha ormai prosciugato il corpo e il legno. I senatori
seguono Tito, mentre la folla lo acclama come un dio.
Massimo resta da solo nella parte riparata della necropoli.
L'uomo che lo ha in qualche modo aiutato lo osserva sornione.
Devo ringraziare la tua generosit.
Ci sar modo di contraccambiare, duumviro. Anzi, perdonami:
prefetto...
Hai detto che vivi non lontano dalle mie terre, ma non
conosco il tuo nome.
L'uomo si deterge il sudore dalle spalle, poi afferra un insetto
che volteggiava nell'aria e lo appallottola lievemente tra
le dita.
Sono il comandante della flotta di stanza a Miseno. Ma
chi mi conosce sa che preferisco la filosofia alla guerra... Il
mio nome  Caio Plinio Secondo.
L'indomani, Massimo sta cavalcando sulla sponda orientale
del Volturno, diretto verso sud. Accanto a lui, Zeno e
una consistente pattuglia di soldati. Hanno lasciato Capua di
buonora per fare ritorno a Pompei e sono stati graziati da un
vento fresco che proviene dal mare. Le isole del golfo vesuviano
sono lontane, ma i riflessi del sole sembrano cancellare
l'atmosfera malvagia dei riti funebri appena trascorsi.
Dopo l'uccisione di Quintiliano, il duumviro si  dato da
fare per ripristinare la pace sociale. Ha represso nel sangue
le rivolte ed i saccheggi, infischiandosene del censo di appartenenza
o delle eventuali innocenze. Poi ha distribuito grano
e denaro ai soldati, garantendo l'impunit e accaparrandosi
la loro fiducia prima ancora che l'imperatore lo nominasse
prefetto. E forse  stato questo il punto di forza che gli ha
consentito di partecipare al funerale a testa alta.
Ma ora ci sono nuovi obiettivi e soprattutto nuovi problemi
da affrontare.
Ieri sera sono riuscito ad appartarmi con quell'uomo e a
farlo bere. Adora il Falerno.
Chi, Plinio?
Proprio lui sorride Zeno, spronando il suo cavallo. Gli
servono denaro per le sue ricerche scientifiche ed approvvigionamenti
per la flotta. Ma le notizie che ho ottenuto in cambio
non sono incoraggianti. Mentre l'imperatore ti ha nominato
prefetto, sta organizzando la tua disfatta: ha richiamato tre
legioni dalle province orientali e intende piazzarle a Roma.
Non  un buon segno...
No. Vuol dire che se non gli porti la testa del bandito 
pronto a mandarcele contro e a deporti. Ho una brutta sensazione:
come se sospettassero di te per la morte di Quintiliano.
Il duumviro fa cenno agli uomini di guadare il fiume in un
punto non molto profondo. Ha voglia di correre sulla sabbia
della spiaggia, di purificarsi con gli schizzi del Tirreno.
Per ho scoperto anche una cosa che pu tornarci utile.
Plinio conosce molto bene un giovane poeta di nome Marziale:
non  ancora famoso e non ha pubblicato alcun libro, ma
i suoi epigrammi si recitano gi in mezza Roma.  un figlio
di puttana che sa colpire con pi veleno di uno scorpione.
Non mi piacciono i poeti.
Nemmeno a me, ma non  questo il punto. Marziale 
molto amico di Domiziano, il fratello dell'imperatore. Tutti
sanno che il vecchio Vespasiano avrebbe preferito lui al
potere, ma Tito lo ha praticamente costretto a ritirarsi a vita
privata. Cos Domiziano se ne sta nella sua villa di Tivoli a
leggere libri e scrivere opere militari, cercando di passare
inosservato. L'esercito e il Senato hanno molta stima di lui.
Tito d'altronde non ha figli... E la cosa pi assurda  che si
fida ancora molto del giudizio del fratello, nonostante gli abbia
falciato la carriera politica.
Che stai cercando di dire?
I cavalli attraversano il fiume con facilit. Solo uno degli
ultimi, montato da un soldato inesperto, incespica e viene
travolto dalla corrente nei pressi di un gorgo. I commilitoni
provano ad aiutarlo ma Massimo fa cenno di proseguire. Le
grida di aiuto si spengono sul fondo dell'acqua, dove il soldato
precipita ormai intrappolato nelle redini ingarbugliate.
Che attraverso quel poeta possiamo arrivare a Domiziano.
E che Domiziano pu esserci utile per addolcire
l'imperatore.
Senza contare che potrebbe stancarsi di essere umiliato
continuamente dal fratello. Se le cose precipitassero potrebbe
sentirsi in pericolo: e magari qualcuno potrebbe convincerlo
a prendere il posto di Tito.
Ci vorrebbe un esercito per questo, mio signore.
Massimo raggiunge la rena del litorale e lancia il cavallo al
galoppo in maniera ancora pi forsennata. Ride, si sente nel
pieno delle forze. La coorte lo segue con i vessilli che esplodono
al vento, e i pochi contadini nell'entroterra li scrutano
con curiosit e timore.
Abbiamo gi una legione. E se spendiamo un po' del tesoro
di Quintiliano, in breve la raddoppieremo... Direi che 
ora di accogliere Domiziano e i suoi amici, e fargli sperimentare
quanto sia piacevole la vita a Pompei.
...
Veleno.

Tutto ci che crediamo vecchissimo  stato nuovo,
un tempo.

Tacito, Annali XI, 24.

16.

Da qualche parte sulle pendici del Vesuvio,
poche settimane dopo.

Nel rifugio di montagna, nonostante sia marzo,  tornato
il freddo. Il vento proveniente dal mare fa battere i denti e
non ci sono abbastanza pelli di animali o coperte per scaldare
tutti. Silano e i suoi si sono sistemati: le grotte scavate nella
roccia in realt assomigliano a sontuosi labirinti, con vie di
fuga che attraversano la terra come tane di lombrichi. Ancora
non sono riusciti a percorrerle tutte, lui e i suoi uomini. In
compenso hanno stretto legami con la popolazione dei banditi:
non con i guerrieri o i tagliagole, ma pi che altro con
donne, bambini e anziani. Sembrano un'incredibile e folle
armata di vagabondi, liberati dalla schiavit e provenienti dai
luoghi pi remoti dell'impero. Ci si sveglia al mattino gli uni
accanto agli altri, si va a caccia assieme, si raccolgono frutti
e bacche del bosco, si rammendano abiti e si distribuiscono
armi. Ma soprattutto, a notte, dopo che la cena  consumata
e i fal sono spenti, Prisco guida i suoi banditi a razziare ville
patrizie o taverne delle citt vesuviane.
Sulle prime Silano non se l' sentita, si  quasi mostrato pavido
nell'aggredire o derubare cittadini romani. Il soldato dentro
di lui stenta a morire. E, soprattutto, l'uomo dentro di lui si
sente un assassino. In testa gli rimbombano le ultime parole di
Rufo, assieme al suo cuore che esplodeva sangue: "Il duumviro
ci ha usati, tutti... Serviva un pretesto per scatenare la rivolta".
Quando lo ha sentito, quasi non voleva crederci. Perch se
ci  vero, vuol dire che il suo amico  morto per un capriccio
politico, per un tornaconto personale. E che il tribuno militare
che lo ha comandato in Britannia e altrove  un essere
ancora pi meschino e pericoloso di quanto credesse.
Ma queste sono riflessioni di un uomo che ora deve cambiare
pelle, come un serpente. Non c' possibilit di tornare
indietro. Se solo potesse ritirarsi a vivere da solo e scomparire,
lo farebbe: un'isola lontana, magari il deserto sulle coste
dell'Africa, con un campo da coltivare e poche altre preoccupazioni.
Per ora ci sono degli uomini che dipendono da lui,
che lo hanno salvato per essere da lui salvati. E non pu deluderli.
Soprattutto, deve guidarli e renderli autonomi. Nello
stomaco sente pulsare il pensiero di Rufo, che lo infastidisce
come se si trattasse di un'ineluttabile profezia: se il suo Dio
lo ha ucciso e ha risparmiato Silano, di sicuro lo ha fatto per
un motivo che ha a che vedere con il destino. Nonostante sia
un destino ancora ignoto, per adesso.
Non mi piace. E non mi piace che li hai accolti nei rifugi...
Chi parla  Druso, il ragazzo magro con le brutte vene nere
che gli rigano la fronte.  il braccio destro, quello che segue
Prisco fin dalla fuga dalle prigioni di Roma e che ha condiviso
con lui fame, sonno e torture. Oltre ai saccheggi e ai
bottini di guerra, ovviamente.
Stiamo reclutando sempre meno ribelli, e abbiamo bisogno
di uomini come lui. E poi sono altre le cose che mi preoccupano:
siamo accampati in queste grotte da troppe settimane,
dobbiamo trovare un altro rifugio.
Druso e Prisco sono seduti accanto al fuoco, sotto una
luna arancione come una buccia di pesca. La brina circonda
l'accampamento e il vento ghiaccia le cime dei rami. Si sentono
molti colpi di tosse e qualche imprecazione che buca la
notte. A poca distanza da loro, Silano sta insegnando a un
gruppetto di donne come intagliare tronchi di legno in modo
da costruire uno spiedo per la brace. Qualcuna tra loro ride
mentre ne replica i gesti e maneggia i coltelli.
La gente lo ha preso in simpatia. Guarda come lo
accolgono...
E con questo che vuoi dire?
Druso morde un osso di scoiattolo ormai rosicchiato del
tutto, poi lo lascia cadere sulla brace. Che a noi guardano
con rispetto e ci temono. Ma lui lo trattano come un fratello.
Non mi piace vedere gli equilibri che cambiano.
Non sta cambiando niente, a parte il freddo. Dovrebbe gi
essere primavera e invece un mucchio di gente si sta ammalando.
Se per distrarsi ridono con Silano, meglio cos. D'altra
parte i suoi uomini sono bravi cacciatori... dice Prisco,
strofinandosi i piedi e annodandosi la benda sopra l'occhio cieco.
Uno scoiattolo catturato con una trappola non  uguale a
un orso trafitto da una lancia.
Intanto, te lo sei divorato da solo ridacchia il capo dei
banditi, mentre il fuoco del fal lentamente si spegne.
La luna si  fatta alta ed  diventata ambra, colorando i
boschi e le rughe del Vesuvio di una tinta slavata. Silano e le
donne hanno smesso di ridere, e si sono ritirati nelle caverne.
I colpi di tosse, gli starnuti e le imprecazioni aumentano man
mano che la notte avanza. Prisco sembra preoccupato, la testa
gli gira e sente d'improvviso uno strano sudore scendergli
lungo la schiena. D una scrollata alla pelliccia sotto la quale
Druso si  appena addormentato e si mette a sedere.
Cosa c' adesso?
La febbre... Ho paura che si diffonda un'epidemia.
Credo sia arrivata l'ora di andare a trovare le nostre amiche al
tempio dice.
Neve di primavera. Non  mai caduta prima di allora, per
lo meno non in quella parte del territorio italico che Silano
conosce.  rimasto a fissarla fin dall'alba, come affascinato,
insensibile alle sferzate del vento proveniente da nord. La
neve gli ricorda luoghi impervi, battaglie remote, nottate passate
a scovare un modo per non morire assiderato. Poi, quando
la luce del giorno  salita, Druso  venuto a chiamarlo su
ordine di Prisco.
Raduna i tuoi uomini e preparatevi a partire. Abbiamo
quattro ore di marcia.
Ora, la minuscola carovana si aggira per le strane gole che
puntano in lontananza verso la citt di Stabia. La vegetazione
 molto fitta, diventa selvaggia e disordinata. L'impero romano
ha il pieno dominio dei suoi territori, ma spesso ne ignora
la consistenza. Non esistono strade o sentieri battuti, bisogna
affidarsi all'istinto e alla memoria: e Prisco ne ha da vendere.
Gli uomini di Silano sono stanchi ma reggono bene il freddo;
qualcuno tra loro ha la febbre da giorni, eppure continua imperterrito
a trascinare bisacce e casse di legno con il materiale
che il capo dei banditi ha ordinato di trasportare.
Perch li hai fatti venire con noi? chiede Druso,
indispettito.
Prisco mastica la radice di un cedro, tentando di placare il
dolore allo stomaco, poi la sputa fuori sbuffando.
Sono in forma e ci servivano braccia forti per trasportare
la roba. E poi, ti fideresti a lasciare l'accampamento in mano
loro? risponde.
Druso non  ancora soddisfatto, ma capisce di non poter
tirare troppo la corda con il suo capo. I pompeiani non gli
piacciono, la loro presenza lo mette costantemente in allarme.
Non teme che possano compiere qualche sciocchezza:
pi che altro,  terrorizzato dall'idea di essere scavalcato da
Silano. L'ex centurione  molto abile nel combattimento e
conosce bene le strategie di guerra. Prima o poi le metter in
pratica, ne  certo. I Romani hanno un conto in sospeso con
i banditi fin dal giorno della rivolta a Pompei.
Ecco, ci siamo... esclama Prisco, riconoscendo la strana
conformazione di un masso alle spalle di un bosco di castagni.
Silano poggia la sua grossa bisaccia per terra e si asciuga
il sudore, poi d un'occhiata intorno. C' un sentiero pieno
di rovi in cui i banditi si districano abilmente: in alto, tra il
fogliame, si intravede una bizzarra costruzione per met militare
e per met religiosa. All'ingresso, una donna con una
folta chioma di capelli che svolazzano al soffio del maestrale.
Lo sapevo che saresti venuto.
E da cosa l'hai capito?
Il freddo, la luna alta. E il cubito di neve dice Calliope
indicando la terra ghiacciata tutto attorno.
Vi ho portato un po' di rifornimenti...
Che ti serve questa volta?
Delle droghe per calmare i dolori allo stomaco della mia
gente. E dei farmaci per curare la febbre risponde lui.
Ci vorr del tempo, le piante da trovare sono rare in questo
periodo. Appena tornano le ragazze, ci metteremo al lavoro.
Prisco annuisce e d ordine di scaricare le vettovaglie
all'interno del tempio di Cibele, poi presenta alla donna i
nuovi arrivati. Silano capisce che c' un'antica confidenza tra
i due. Anzi, qualcosa in pi: da come la donna accarezza con
gli occhi il bandito, sembra esistere tra loro un legame che va
oltre l'amicizia o il desiderio. Ma quello che Silano non intuisce
ancora  la vera identit di Calliope n l'essenza del posto.
Che cos' questo luogo? chiede.
L'antico tempio di Cibele.
E chi  questa donna? chiede, abbassando la voce.
Il capo dei banditi strizza la sua benda ormai inzuppata
di acqua e soffoca uno starnuto, poi la riannoda sull'occhio
mentre attraversa la soglia.
Una donna pericolosa. Un'avvelenatrice.

Le settimane sono passate e Camma sta crescendo, in tutti
i sensi. Il suo apprendistato procede rapido e sicuro. Ha
iniziato a scoprire i poteri delle erbe, a memorizzare i nomi
delle pietre ed a riconoscere le variet di fiori o radici utili
alla preparazione delle misture. Poi ha cominciato a lavorarle,
saggiando con pazienza le temperature ed i recipienti pi
adatti a distillarle.  una donna del Nord, abituata alla neve
e alla vegetazione brulla: eppure sembra nata per l'alchimia.
E anche per quello strano connubio tra spirito e materia che
rende tale un'avvelenatrice.
In testa le rimbombano costantemente le parole di Calliope:
"Un giorno troverai da te la pozione che sapr riscattare
la tua vita". Camma ha intuito che le sue sorelle, le ragazze
devote a Cibele, non si limitano a perfezionare l'arte di creare
veleni o a pregare la dea. Fanno entrambe le cose, simultaneamente.
Pregare  studiare; cogliere un fiore e distillarne
l'essenza  comprendere qualcosa in pi della natura umana.
L'obiettivo non  la scienza perfetta, ma il dominio di s.
Camma ha capito che il giorno in cui sapr controllare i propri
istinti sar quello in cui entrer in perfetta comunione
con la dea. E allora trover la sua pozione e le porte dell'Ade
non le faranno pi paura. N avranno pi segreti. C' come
uno strano filo che unisce la distruzione del suo popolo al suo
nuovo ruolo di avvelenatrice: forse  stata proprio la dea a
farla giungere a Pompei, per metterla alla prova e consentirle
di prepararsi adeguatamente per la vendetta.
Non c' giorno che passi senza che Camma riviva la morte
del marito, la violenza subita, lo sterminio della sua famiglia;
e poi l'infortunio alla caviglia, che la render leggermente
zoppa per sempre. Anche ora, mentre si aggira per la vallata
in cerca di ingredienti, le immagini si sovrappongono come
strati di foglie secche. Per distrarsi, Camma intona a mente
la litania di devozione alla dea, poi controlla con frenesia gli
ingredienti che le mancano. Ha recuperato un mucchietto di
escrementi di cinghiale, ma le mancano ancora alcuni petali
di aquilegia e lavanda. In quella stagione bizzarra sono difficili
da recuperare. Si  aggirata fin dall'alba per i sentieri che
costeggiano il ruscello.
Ora che il sole  allo zenit, per, decide di rimandare all'indomani
e di fare ritorno al tempio.
Il fumo si alza tra le cime delle querce ed il faggeto, le sorelle
stanno arrostendo della carne trovata chiss come. Camma
risale l'altura stringendo in mano il lembo della tunica dove
conserva gli ingredienti. Ma, quando arriva sulla soglia, si
rende conto di una novit. Qualcuno  venuto in visita: voci
maschili risuonano nella grande cavit del tempio.
Fra tre giorni sar tutto pronto, Prisco...
 troppo, la mia gente sta male.
C' un manipolo di uomini dalle facce orribili. I denti
sporchi, le cicatrici sui volti e i capelli arruffati da polvere e
trascuratezza fanno apparire le loro voci lugubri e pericolose.
Calliope non gliene ha mai parlato, ma di sicuro sono loro gli
amici con cui la confraternita baratta favori.
Allora torna dopodomani, di sera, e vedr di
accontentarti.
In cambio vi porter altre provviste. E vino risponde
l'uomo, facendo cenno agli altri di congedarsi.
Camma resta in disparte, oltre la soglia, a vederli sfilare
via in fretta. Il capo esce per ultimo e, nel notarla, le rivolge
uno sguardo orrendo con l'unico occhio sano: uno sguardo
di cui lei avverte tutto il peso e la cupidigia. Mentre entra nel
tempio e ripone gli ingredienti su un tavolaccio di legno, una
mano si posa sulla sua spalla e una voce la chiama per nome.
Camma...
La donna si gira spaventata, i fiori che ha raccolto cadono
a terra e si sparpagliano per la stanza.
Non mi riconosci?
A parte le guance sporche, gli abiti logori e una tosse che a
tratti gli fa strabuzzare gli occhi, l'uomo ha un aspetto familiare.
Camma all'improvviso ricorda: si tratta di un soldato,
del centurione che negli ultimi mesi tornava sempre pi spesso
al lupanare. Aveva un bel viso e un'aria rassicurante.
S, mi ricordo di te. Silano.
Che ci fai in questo posto? chiede lui.
Camma si guarda attorno. Calliope si  stesa su uno dei
giacigli, le altre sorelle sono ancora intente a cucinare il cibo
sul retro del tempio.
Sono... fuggita risponde esitando.
Non spaventarti. Se non l'hai capito siamo banditi, e a
Pompei mi hanno condannato a morte.
Non ti facevo uno capace di cacciarsi nei guai.
Potrei dire la stessa cosa di te... risponde lui, tossendo.
Gli occhi timidi da ragazzino e la faccia impolverata lo
rendono buffo. Camma sorride, come non faceva da lungo
tempo, mentre la voce cavernosa di Prisco richiama Silano
dall'esterno del tempio.
Devo andare dice lui.
Eppure, sembra esitare. Camma coglie quel qualcosa nel
suo sguardo che ha gi avvertito a Pompei, fin dal giorno
del loro primo incontro. Non  solo attrazione n desiderio
di possesso fisico: c' dell'altro. Ed  inquietante. Mentre sta
uscendo, lei afferra una piccola ampolla di vetro con un liquido
rosa e gliela infila nella bisaccia.
Bevila stasera prima di dormire. Domattina la tosse ti sar
passata.
Se volessi tornare... ti ritrovo qua? chiede lui.
Camma si china per raccogliere i petali caduti per terra,
poi ne annusa l'aroma e li dispone a semicerchio attorno a
una pietra lavica.
E dove altro potrei andare? dice, guardandolo.

17.

O Catulla, come un po' meno bella ti vorrei, e un po' meno
troia di quella che tu sei...

Il giovane Marziale recita uno dei suoi epigrammi passeggiando
nel largo peristilio della villa del prefetto. I suoi amici
ridono a crepapelle e, a tratti, lanciano occhiate distratte ai
cavalli che sfrecciano gi nella vallata. Massimo ha organizzato
le cose in grande: dal momento che l'anfiteatro  ancora
in fase di restauro, ha deciso di allestire una corsa con i carri
nella vasta zona incolta tra le mura e il teatro. L'ha fatta transennare
con pali di legno e corde, e ha reso il tutto ancora
pi pericoloso sistemando grossi macigni e altri ostacoli nel
bel mezzo del percorso. A ogni giro c' un ferito e le bestie
morte vengono subito macellate ed offerte in dono al popolo.
I pompeiani si sbracciano entusiasti e urlano da ogni direzione:
sono accorsi in massa e le stradine lastricate che costeggiano
il circito sembrano minuscole reti da pesca zeppe di
crostacei.
Massimo ha accolto gli amici di Domiziano la sera prima,
dopo averli blanditi per giorni. Ha offerto un sontuoso banchetto
allestito addirittura nel tempio di Giove, quindi ha
acquistato per loro i servigi dei pi rinomati lupanari. L'indomani
mattina si  prodigato in doni di ogni genere, monili,
pietre preziose, e in una visita esclusiva al miglior stabilimento
termale della citt. Poi  arrivato il tempo dei giochi e del
vino.

... ma queste mie operette da sollazzo, siccome a una moglie
suo marito, non possono piacere senza il cazzo.

Plinio ascolta sorridendo, ma in mano si rigira alcune pietre
trovate sul selciato poco fuori le mura. Ha gli abiti sporchi
e la pelle mal lavata, tipici di chi non si cura delle cose
materiali. Massimo lo guarda un po' disgustato mentre finge
di apprezzare le poesie di Marziale. A giudicare dal livello di
ebrezza e dalle risate, l'accoglienza sta funzionando: il prefetto
sa che avr bisogno di tutte le risorse necessarie per fare la
sua mossa. E gli amici di un uomo solo e abbandonato dalla
famiglia sono le risorse di cui ha bisogno.
C' una straordinaria variet di segni sulle rocce della tua
citt.
Massimo si volta e osserva i filamenti minerali che avvolgono
la pietra come code di una medusa. Plinio ne strofina
qualcuno e lo vede subito sfarinarsi sotto le nocche.
Che tipo di segni?
Come di un aumento della temperatura. Un inferno si
muove sotto questo suolo.
Ma se fino a ieri ha addirittura nevicato...
Plinio sorride e ripone la roccia nella sua bisaccia. Poi beve
un sorso di vino e applaude Marziale che ha appena terminato
la sua lettura.
Non lasciarti ingannare dalle apparenze. A volte la natura
usa mascherare i suoi intenti inducendoci a credere il contrario.
Hai mai sentito la terra tremare fino a oggi?
Massimo scuote la testa, incuriosito.
Io s. Qualcosa di grosso si prepara, e vorrei scoprire cosa.
In questo momento non noterei neanche Nettuno se
uscisse fuori dal mare per venire a pisciare sulla riva... Lo sai
che sono altre le cose che mi turbano dice lui, versandogli
altro vino nel calice.
Plinio si lascia servire malvolentieri. Annusa il Falerno e ne
osserva la tinta che ferisce gli occhi, poi con un leggero sbuffo
lo manda gi d'un sorso. Intanto, nel peristilio, Marziale si
 staccato dal gruppo di amici e si  avvicinato a loro. Massimo
gli fa spazio sulla panca di pietra accostata al muretto che
si affaccia sulla citt: le voci dei pompeiani arrivano a ondate,
confondendosi con il rumore del vento e degli alberi.
Di cosa parlavate? chiede, un po' alticcio.
Il prefetto mi stava raccontando dei suoi dolori. Diciamo
che  un grande oratore ed un grande stratega, ma l'imperatore
non lo tiene molto in conto.
L'imperatore  un coglione...
Marziale strappa il calice di mano a Plinio e lo riempie. Il
filosofo e il prefetto si guardano imbarazzati.
... ma non per questo non dobbiamo mostrargli rispetto
continua lui.
Vuoi dire che scriverai un'ode in suo onore?
Voglio dire che Tito  ossessionato dal potere e ha paura
perfino della propria ombra. Guarda come ha costretto a
vivere suo fratello: Domiziano se ne sta rintanato a Tivoli in
quella specie di stalla, lontano da tutti. Ci vorrebbe un colpo
di mano e qualcuno che lo piazzasse al suo posto...
Plinio  nervoso. Si sincera che nessun altro stia ascoltando,
poi colpisce le gambe del poeta con un calcio. Ma Massimo
ostenta un'aria benigna.
Il nostro giovane amico parla in maniera avventata, ma
sincera. Adoro chi dice ci che pensa. Vieni dalla Spagna Tarragonese,
vero?
Dal buco profondo pi del culo del mondo annuisce
canticchiando.
Il mio vecchio comandante  stato prefetto della Betica
per lungo tempo. Si chiamava Quintiliano e forse...
Lo conosco. Ed  inutile che continui a prenderla alla larga.
So bene cosa vuoi: vuoi incontrare Domiziano e convincerlo
ad aiutarti con l'imperatore. Magari speri che prenda
coraggio e si decida a dargli un calcio nel sedere e salire lui sul
trono, per la pace di tutti.
Massimo si gira a guardare il campo dove stanno correndo i
carri. La squadra dei verdi sta vincendo, ai margini del tracciato
un gruppo di soldati trascina via la carcassa di un cavallo e il
cadavere di un cittadino che ha oltrepassato il recinto, finendo
schiacciato dalle grosse ruote. In fondo ammira Marziale, la sua
spregiudicatezza, le sue parole spavalde. Di sicuro non sopravvivrebbe
un solo giorno nei palazzi del potere. Ma forse non
gli interessano la fama o il potere:  un poeta, non un politico.
E se cos fosse, potresti darmi una mano a incontrarlo di
persona?
Scrdatelo... risponde. Parlo con rispetto, Massimo,
ma Domiziano ci pensa cento volte prima di conoscere una
nuova persona. Soprattutto se questa  odiata da suo fratello.
E allora cosa pu fare il prefetto per compiacerlo? chiede
Plinio.
Marziale si alza e va a strappare un acino d'uva dai tralci
sistemati poco oltre la fontana. Se lo rigira tra le dita, lo infila
in bocca e poi lo sputa fuori, disgustato.
Ho sentito che ci sono quel bandito e la sua armata di miserabili:
crescono di numero ogni giorno e stanno diventando
pericolosi, perfino a Roma se ne parla... A Domiziano piacciono
i soldati valorosi. Se qualcuno gli portasse in dono la testa
del bandito, sono sicuro che non esiterebbe un solo istante ad
aiutarlo con l'imperatore.
Ho gi intensificato i pattugliamenti delle campagne.
Allora prega che i tuoi soldati siano rapidi.
Massimo annuisce e si alza in piedi. Versa del vino per s
e per Marziale, mentre Plinio si affaccia alla balaustra,
pensieroso, a guardare l'enorme montagna davanti a loro. Gi,
per le strade della citt, si festeggia il vincitore della giornata
di corse.
In Spagna manca tuttora un proconsole, e anche in Gallia.
Usa bene le armi che hai a disposizione, Massimo: la prossima
nomina potrebbe essere la tua dice Marziale.

Camma.

Dopo il sangue, la ribellione, la morte di Rufo e la fuga
verso la montagna, si era dimenticato di lei.
La sua pelle morbida come la seta, la voce leggermente cavernosa,
il respiro forte e regolare. Silano ricorda tutte le volte
in cui  tornato in quel lupanare, tentando di nascondersi
ai commilitoni per non destare sospetti. Nel codice militare,
un centurione scapolo o innamorato  peggio di un ferito: se
poi la donna in questione  anche una puttana... Chiss qual 
il vero motivo per cui  scappata da Pompei. Forse un litigio,
forse il contrasto con il suo padrone. Una schiava fuggitiva 
automaticamente condannata a morte: ci vuole coraggio perfino
per lasciarsi la citt alle spalle. E questo pensiero rende
Silano ancora pi inquieto.
Da due giorni il freddo  aumentato ulteriormente e l'influenza
ha contagiato l'intero accampamento. Le tossi catarrose
ed i respiri sibilanti non riescono a farlo dormire. Ma c'
dell'altro: Silano  preoccupato per i suoi uomini. Da quando
ha capito che si tratta di gente valorosa e priva di remore,
Prisco ha iniziato a guardarli con sospetto. Non gli ha consentito
nemmeno di fare ritorno al tempio per prendere le pozioni
curative, quella sera. Andremo io, Druso e pochi altri uomini.
Voi restate a presidiare l'accampamento. Silano ha dovuto
abbozzare, pressato dal timore e dalla cautela necessaria.
Fuori, il sole sta tramontando ma la gente si  gi ritirata
nelle grotte, dimenticandosi perfino della cena. Silano ha i
brividi, si rigira sotto la pelle di montone e guarda il fuoco
smorzarsi e disegnare assurde forme sulle pareti. Quando capisce
che la febbre gli impedir di dormire, si alza e muove
qualche passo per la grotta. Si riveste, mette ordine tra il suo
equipaggiamento, affila la lama del gladio, poi si ricorda della
piccola ampolla di vetro offertagli da Camma. Allora corre a
rovistare nella bisaccia e finalmente la ritrova. Aveva cancellato
dalla memoria quel dono. Il liquido  rosa e denso: lo
scuote, lo annusa e poi ne assaggia qualche goccia. Il sapore
 pungente come l'idromele bevuto mesi prima in Britannia.
Brucia lo stomaco e inebria la testa.
Mentre butta gi d'un sorso l'intero contenuto, gli viene
da chiedersi cosa stia facendo Camma in quello stesso momento.
Forse dorme come tutte le altre avvelenatrici: forse
pensa ad un modo per tornare nel suo paese di origine, quella
terra che lui stesso ha contribuito a devastare e mutilare.
Silano cammina gi per la gradinata di pietra e poi ancora
nell'arena accanto allo strapiombo, perdendosi in fantasie
sul suo futuro. Non osa confessare neanche a se stesso che
darebbe tutto per fuggire con lei. Un'altra citt, una terra ai
confini del mondo dove nessuno possa raggiungerli... Ma il
mondo  davvero pi grande dell'impero romano? Chiss se
lei sarebbe d'accordo a lasciarsi tutto alle spalle per seguirlo.
E se anche non fosse cos, che costa provare? pensa ad
alta voce.
Forse sono gli di che hanno voluto farli incontrare di nuovo.
Forse, oltre il sangue e la vendetta, esiste un posto nella
mente in cui trovare riposo dal dolore. E quel posto, presidiato
da Camma,  l'unico luogo in cui nessun romano possa
arrivare.
Prima di rendersene conto, Silano torna nella grotta a recuperare
una pelle di montone e se l'avvolge sulle spalle. Poi,
tossendo e sputando furiosamente, si incammina in silenzio
gi per la scarpata, andando incontro al proprio desiderio e
alla propria follia.

Una stella scoppia nel cielo e cade gi, nel mare nero di
Neapolis. Camma ha un sussulto: non sa se interpretarlo come
un messaggio di incoraggiamento od un presagio di sventura.
Troppi segnali si stanno accumulando in quei giorni che scorrono
intensi e rapidissimi. La neve, la malattia, la terra che
ogni tanto vibra di impercettibili scosse: e perfino l'incontro
inaspettato con Silano. Nel vederlo, ha creduto per un istante
di essere in trappola. Fino a poco tempo prima lui era un
soldato, uno di quelli che l'avrebbero catturata e portata a
morire nell'arena senza indugio. E invece ora  anche lui un
fuggiasco, un ribelle all'autorit pompeiana, che prima o poi
la pagher con la vita. Perch entrambi sanno che il conto
aperto con Roma si chiuder soltanto con la loro morte.
Quando il vento prende a soffiare dalle isole del golfo,
Camma si accorge di essersi attardata un'altra volta. In alto,
la luna non rischiara granch il cielo. Dovr fare affidamento
solo sulla sua torcia per trovare il sentiero del ritorno. La terra
umida rende i passi pesanti e le sporca la tunica: la donna
controlla le radici e le pietre che  riuscita a recuperare, poi si
fa largo tra gli sciami di insetti che quasi le sbarrano la strada.
Per un istante ho pensato fossi un lupo od un cinghiale...
Mentre si sta avvicinando al sentiero nascosto tra i rampicanti,
la voce proveniente da un'ombra alta e massiccia quasi
la fa urlare di spavento.
Chi sei?!
La mano di Camma si infila nella tunica, dove conserva il
coltello per recidere radici e rami. L'uomo solleva la fiaccola
che stringe in mano per rischiarare il proprio volto: una benda
gira attorno alla testa e gli copre un occhio. Appeso alla
cintura, il gladio affilato con l'impugnatura ormai piena di
incisioni: una per ogni romano ucciso.
Calliope ci ha dato i farmaci, avete fatto un buon lavoro.
Anche tu che sei nuova...
Prisco sorride. La barba rossiccia assume una tinta sanguinolenta
alla luce del fuoco. I denti neri e la voce catarrosa
gli conferiscono un'aria demoniaca: non pu che essere lui il
terrore di Pompei e delle citt limitrofe. Camma avverte di
nuovo quello sguardo voglioso posarsi su di lei. E la cosa la
inquieta.
 tardi, mi aspettano al tempio dice dissimulando la paura
e passandogli di fianco.
Ma la mano di Prisco le afferra il polso e lo stringe,
abbastanza forte da farle lanciare un grido.
Io dico che non ti aspetta nessuno... E neanche a me: i
miei uomini gi sono di ritorno all'accampamento con i
farmaci.
Il sorriso del bandito si trasforma in una risata oscena.
Camma capisce cosa sta per accadere e prova a divincolarsi,
a urlare. Ma Prisco le copre la bocca con la mano, poi si toglie
la benda dalla faccia e la imbavaglia con un gesto rapido
ed esperto. Prima ancora che lei possa afferrare il coltello, il
bandito la spinge con violenza tra i cespugli e le monta sopra.
I gemiti soffocati di Camma vengono presto cancellati dai
grugniti di piacere dell'uomo.

18.

I brividi aumentano e il respiro disegna assurde figure che
subito si dissolvono nell'aria. Silano ha aggirato il cono della
gigantesca montagna e crede di aver finalmente individuato
il sentiero nascosto per giungere al tempio delle avvelenatrici.
La luna sta tramontando e non offrir aiuto ancora a lungo:
gli converr sbrigarsi, perch non sopravvivr ad una notte intera
passata al freddo.
Mentre risale la scarpata che conduce al sentiero, nota
per qualcosa di strano. Un po' pi su c' un puntino luminoso
che rischiara un grande masso posto a guardia della
radura. Si sente un suono misterioso provenire dal fondo, che
cambia di intensit e assomiglia al lamento di un animale ferito.
Silano si ferma per ascoltare meglio: non  un lamento,
 un gemito sordo a cui si associa un grugnito soddisfatto. Si
tratta di esseri umani. E uno sta abusando dell'altro.
Silano ha come un'intuizione: si avvicina meglio alla zona
illuminata dalla fiaccola e riconosce la tunica di lana grigia di
Prisco.  girato di spalle ed aggrappato voluttuosamente a due
gambe lunghe e bianche.
Che sta succedendo?
Il capo dei banditi sussulta e si gira di scatto. Sotto la sua
barba rossiccia emerge il volto di Camma, bagnato di lacrime
ed imbavagliato con la benda che l'altro usa per coprire
l'occhio cieco. Nel vederla, qualcosa di ancestrale scatta nel
profondo di Silano: si getta sull'uomo urlando, lo calcia via e
gli afferra il collo con le mani.
Figlio di una cagna!
Prisco non si lascia prendere di sorpresa. Stringe i polsi di
Silano e gli d una testata sul mento, poi si alza in piedi e recupera
il gladio dalla cintura. Quello che entrambi covavano
nell'animo da lungo tempo, improvvisamente viene a galla
con la forza di un uragano.
Che ti importa di questa puttana? E che pensavi di fare?
Prisco si getta a testa bassa su Silano, l'altro riesce a scivolare
di lato e agguantare un bastone dal suolo. Rimangono a
scrutarsi per qualche istante, poi si attaccano frontalmente. Il
bandito mena un fendente dall'alto con il gladio, Silano lo schiva
e gli colpisce la mano con un calcio, poi tira una bastonata
mirando alla testa ma lo colpisce di striscio al collo e alla bocca.
Prisco sputa per terra e approfitta della vicinanza per colpire
Silano in maniera sporca, con il taglio dell'arma, aprendogli
una lunga ferita sul polpaccio. Il sangue gli scorre sui calzari
e si allarga al suolo, ma Silano non ci fa caso: l'adrenalina e il
desiderio di farla finita sono pi forti. Prisco ha dato ricovero
a un mucchio di gente abbandonata a s e costretta a scappare
dalla mano dell'impero. Come condottiero  forte e generoso:
ma  un violento, un uomo cinico e senza regole. E, soprattutto,
lo ha costretto a uccidere il suo migliore amico senza piet.
Sar pure come dici, ma un bastardo come te non merita
neanche una puttana! gli grida.
Poi si tuffa su di lui in maniera spericolata, infischiandosene
del gladio. Prisco  preso alla sprovvista: le gambe gli cedono
e cade per terra. Si rotolano nella ghiaia, sporcandosi di
fango e foglie morte. Silano lo colpisce con uno, due, cinque
pugni sul volto, ma il bandito sembra non accusarli. Con uno
scatto di reni riesce a ribaltarlo e a sbatterlo schiena a terra.
Poi gli immobilizza la gola con un ginocchio e afferra il gladio
a pochi palmi da lui.
Silano lo osserva sollevare la lama e, con la sua risata oscena,
prepararsi ad affondargliela nel petto. Si sente perduto,
le forze quasi gli mancano, chiude gli occhi ed  convinto di
essere sul punto di morire.
Ma passano i secondi e non accade nulla. Solo un rantolo
cupo e prolungato che sembra provenire dal fondo del bosco.
Quando riapre gli occhi, Silano inquadra il volto allucinato
di Prisco, con la bocca grondante sangue. La lama di un
coltello gli attraversa il collo e fuoriesce dalla gola.
Dietro di lui, in piedi, Camma che trema e piange, reggendo
l'impugnatura dell'arma con entrambe le mani.
E ora, cosa succede?
Per il bene di tutti, sar meglio nascondere il cadavere e
fare finta che non sia accaduto nulla.
Silano si rialza in piedi e si scuote la polvere dalla tunica.
La gamba ora inizia a pulsargli, Camma se ne accorge e recupera
dalla bisaccia alcune foglie di bardana, quindi gliele
applica con le mani ancora incerte. La ferita smette subito di
sanguinare.
Tu stai bene? chiede.
Se ti riferisci a quello che mi ha fatto, ci sono abituata... E
mi  gi capitato di veder morire un uomo.
Silano si accosta al tronco di un albero, zoppicando. Il volto
livido di Camma rischiarato dal fuoco della torcia la rende
ancora pi bella.
Il tuo padrone?
Il liberto che lavorava per lui risponde lei, scuotendo la
testa.
La tunica strappata si sfila dalle spalle e le scopre un seno.
Camma si copre con le mani e scoppia a piangere di nuovo.
Silano non sa come reagire: potrebbe affrontare un'intera
schiera di gladiatori, ma davanti alla donna di cui  innamorato
si sente disarmato. Riesce solo ad abbracciarla e tenerla
stretta.
Stai tranquilla, ora sei al sicuro.
E tu che hai fatto per diventare un bandito? gli chiede
lei, quando si  calmata.
Mi sono ribellato contro un'ingiusta sentenza. Il mio vecchio
comandante mi voleva morto.
I militari sono tutti dei bastardi... Tranne quelli che sanno
redimersi, ovviamente dice Camma, accennando un sorriso.
Non ci sono soldati nel tuo popolo?
Il mio popolo non esiste pi. E sono stati i Romani a sterminarlo,
assieme a tutta la mia famiglia.
Silano abbassa lo sguardo. Pensa a quanto il Fato sia strano:
due culture, due mondi differenti, destinati a ricongiungersi
sui fianchi di quella grande montagna che affaccia sul
mare. Ci sono stato anch'io in Britannia, a combattere contro
il tuo popolo dice, senza riuscire a trattenersi.
Camma sembra incuriosita. La reazione che Silano si
aspettava era di essere schiaffeggiato o ricoperto di insulti.
Invece, per la prima volta, nota che la donna sta studiando i
suoi lineamenti. Come per tentare di individuare qualcuno,
qualcosa. Passano secondi infiniti, prima che lei parli.
Conosci il soldato Decio Moreno, detto "il Verro"?
Silano non capisce cosa voglia intendere. Scuote la testa,
mentre inclina la torcia per evitare che si spenga.
No, perch me lo chiedi?
Perch  per colpa sua che ora mi trovo qua... risponde
Camma, spiegandogli brevemente tutto quanto le  accaduto
da quando  stata fatta schiava.
Lui ascolta in silenzio. Qualcosa lo punge, al centro dello
stomaco. Si sente responsabile, nonostante all'epoca fosse un
semplice centurione prima lancia: uno che riceve gli ordini e
li comunica ai suoi uomini. E che, se non obbedisce, viene
punito pi severamente degli altri. Amava la cultura celtica e
dal fondo della memoria alcune parole lottano tra di loro per
emergere in superficie.
Sei molto bella le dice nella lingua degli Ordovici, e, se
vuoi, posso aiutarti a trovare quell'uomo.
La rabbia di Camma si spegne e lascia spazio all'imbarazzo.
 strano, hanno condiviso il letto decine di volte: eppure,
le parole a volte possono pi dei corpi. Silano le si avvicina,
ormai la luce  tenue come l'ombra di un insetto sulla pietra.
Le bacia il collo, poi la testa, e infine  lei ad accostare la bocca
alle sue labbra.
E adesso cosa facciamo? chiede lei.
Silano raccatta le ampolle con le pozioni e le infila di nuovo
nella bisaccia. Quindi afferra per i piedi il corpo di Prisco e lo
trascina con enorme fatica sull'orlo del precipizio. Dopo aver
ripreso fiato, lo spinge gi, sentendolo rotolare sulle rocce.
Druso e gli altri uomini saranno gi tornati all'accampamento.
Devo rientrare senza che si accorgano della mia assenza.
Appena la situazione si calmer, torner da te dice.
Poi saluta Camma baciandola di nuovo e si allontana gi per
la vallata. La donna lo guarda andare via e risale per il sentiero,
diretta al tempio.
Entrambi ignorano che, ritornato sui propri passi perch
aveva dimenticato l'arco da caccia al tempio, Druso ha ascoltato
i loro discorsi appostato dietro un'enorme quercia.
E li ha spiati fin dall'inizio, fin dall'uccisione di Prisco.

Sul mare si  alzato un vento leggero. Le creste delle onde
schiumano in direzione di Neapolis, come fossero birra. Le
vele della galea sono spiegate e gli schiavi stanno caricando
gli ultimi rifornimenti, con l'aggiunta di un piccolo forziere
zeppo di lingotti d'oro. Arriveranno a Miseno in una giornata
scarsa di navigazione, poi proseguiranno verso la foce del
Tevere. Massimo saluta Plinio ostentando affetto, il filosofo
sembra sinceramente commosso per l'aiuto e rassicura il prefetto
promettendogli ulteriore aiuto con l'imperatore.
La tua generosit  pari solo alla bellezza della citt che
ti trovi a governare. Stai tranquillo, far ancora pressione sul
nostro giovane poeta perch parli con Domiziano dice indicando
Marziale e gli altri amici gi ubriachi a prua dell'imbarcazione,
e spero di tornare presto per le mie ricerche
sulla vostra terra.
Massimo sorride e fa un gesto della mano, il nocchiere ordina
di sciogliere le cime e gli schiavi si mettono in posizione,
una coppia per ciascun remo. Mentre vogano a fatica in
mezzo al Tirreno mosso, il prefetto d un'occhiata a Pompei,
il pi grande ed imponente tra gli insediamenti della costa. La
vista  mozzafiato: sopra la citt, il Vesuvio dall'aspetto di un
guardiano minaccioso ma mite, circondato da boschi e colori
di ogni tipo.
Mentre sta montando sul cavallo, il suo braccio destro arriva
trafelato dal sentiero che conduce verso le pendici della
montagna. Lo ha mandato in perlustrazione assieme ad alcuni
legionari, ma non si aspettava che tornasse cos presto:
sicuramente porter notizie pessime o meravigliose. Zeno attraversa
il corteo di militari che lo scortano, poi si guarda attorno
e si avvicina al suo orecchio, sussurrandogli qualcosa.
Massimo sbuffa, sono settimane che il suo timpano destro 
particolarmente irritato. L'udito  quasi scomparso del tutto,
cos ogni volta  costretto a girare la testa e ascoltare con
l'orecchio sinistro.
Un colpo di fortuna insperata, mio signore! Eravamo dall'altro
lato del Vesuvio e ho mandato una pattuglia in avanscoperta.
Dicono di aver visto uno strano accampamento tra
le grotte ed una spianata: potrebbe essere il rifugio di Prisco e
dei banditi.
Massimo quasi non ci pu credere, sente l'eccitazione
spremergli il cuore come un'arancia. Forse gli di iniziano ad
ascoltare le sue preghiere: forse il suo piano non  completamente
folle.  ora di sfruttare l'occasione della vita. E di non
presentarsi dal fratello dell'imperatore a mani vuote.
Corri in citt e manda due intere coorti di soldati esclama,
andiamo a stanare quei bastardi.
Poi guarda di nuovo verso il mare. Il vento  scemato e
le onde si sono fatte pi basse. La galea  quasi scomparsa
dietro il promontorio.

19.

 quasi l'alba quando Silano torna all'accampamento. Si 
fermato almeno una decina di volte, lungo il percorso,
perdendo i sensi in un paio d'occasioni: la febbre e la fatica lo
hanno debilitato. Arriva tremando all'ingresso della grotta e
cammina rasente il muro. Non vuole svegliare neanche i suoi
uomini, nessuno deve sapere che si  allontanato nella notte.
Si sfila i calzari ed entra in punta di piedi, ma  sorpreso di
constatare che non c' pi nessuno. Sono tutti gi in piedi
da lungo tempo, a giudicare dalla brace ancora calda nella
grande caverna centrale.
Per un istante Silano teme che possano essersi accorti della
sua assenza, poi un rumoreggiare misto ad alcune voci lo
attira fuori, verso la spianata. Le gradinate sono piene di gente:
donne, vecchi, bambini, tutti avvolti nelle pellicce e con
in mano qualcosa da bere. Gli sembra la stessa scena a cui
ha assistito il giorno del suo arrivo all'accampamento, la sola
differenza sono i colpi di tosse e gli starnuti. Ma i volti delle
persone sembrano rasserenati. Qualcuno stringe ancora in
mano le ampolle, e Silano capisce che le pozioni sono giunte
a destinazione. Poi gira lo sguardo verso il centro dell'arena
e individua Druso, che sta pronunciando una sorta di proclama
a tutta la sua gente, circondato da un gruppo di banditi.
Per terra una grossa coperta nasconde qualcosa che ha tutta
l'aria di essere un corpo.
Eccolo tornare, finalmente! urla indicandolo. Dicci,
Silano: dov' finito Prisco?
La popolazione dell'accampamento si volta all'unisono a
guardarlo e ammutolisce. Silano intuisce che qualcosa non
va. Prometeo, Marco Varrone, i gemelli Curzio e gli altri suoi
uomini siedono in disparte, alla base delle gradinate.
Non lo so...
E tu dove sei andato, da solo, nella notte?
A cercare... del cibo fresco.
Druso ostenta una risata di scherno. La sua teatralit  inedita:
sembra l'attore di una commedia o di una farsa. Silano
inizia ad intimorirsi, il sudore marcio della febbre gli scivola
sulla schiena procurandogli brividi di fastidio.
Vi dico io cosa ha fatto:  andato da quella puttana, una
delle nuove avvelenatrici, e l'ha aiutata ad uccidere il nostro
capo.
Druso strappa via la coperta e mostra a tutti il cadavere
di Prisco, tumefatto e lordo di sporcizia. Un mormorio di
disapprovazione gradatamente si trasforma in un boato di
disgusto. La paura aumenta fino a divenire terrore: Silano si
sente con le spalle al muro. Non sa come Druso abbia fatto
a scoprirlo, si rende conto di dover fare qualcosa per evitare
il peggio, per s e per i suoi uomini. E ha pochissimo tempo.
Bugie! urla con tutta la forza che ha nei polmoni,
saltando gi dalle scale. La donna che tu chiami "puttana" 
quella che ti ha fornito i rimedi per curarci.
E tu come lo sai?
Silano respira a fondo, il collo ormai  un lago di sudore. Il
sole sorge rapido dietro la cima della montagna e scioglie gli
ultimi residui di neve sul terreno.
 vero, ero con lei. Ma non ho alcuna idea di come Prisco
sia morto. E tu, invece? Come hai fatto a trovare il suo
corpo?
Perch vi ho spiato e ho visto quella strega infilargli la
lama nella gola!
La gente inizia a rumoreggiare e ad agitarsi. C' chi scaglia
bucce di frutta e residui di cibo sull'arena, chi invece si sbatte
sugli scranni e attacca a litigare. Il colpo di teatro di Druso
 diventato una sorta di processo pubblico, senza avvocati
della difesa, ma con molti accusatori. Silano intuisce che 
il momento opportuno: forse pu tentare di volgere a suo
favore quel caos.
E se ci hai spiato come mai non sei intervenuto per salvare
il tuo capo, che affermi di amare tanto? Io dico che nel tuo
discorso qualcosa non quadra... E che forse eri tu ad avere
voglia di prendere il suo posto...
La faccia di Druso sembra pietrificarsi. I mormorii diminuiscono
e ora una fastidiosa incertezza serpeggia sulle gradinate.
Il bandito sfodera il gladio e si avvicina a Silano, gli altri
uomini si schierano precipitosamente a difesa del loro capo.
No dice Silano, mettendo mano a sua volta alla spada,
 giusto cos. Che siano gli di a decidere chi  il bugiardo.
Poi afferra uno scudo e raggiunge il centro dell'arena. La
febbre gli  calata quasi di colpo.
Prisco era un guerriero, ma Druso  un gladiatore. Conosce
bene le tecniche di combattimento, il corpo a corpo,
come tenere a distanza il nemico. E, in pi, ha il triplo delle
energie, non essendo stato colpito dall'influenza. Silano mormora
una preghiera a Marte mentre incrocia per la prima volta
la sua lama con il bandito. Le scintille sprizzano sul terreno
e la gente sugli spalti sembra estasiata: ha bisogno di azione,
di un motivo per dare ancora un senso alla propria esistenza,
che non sia il cibo o la mera sopravvivenza.
I gladi roteano nell'aria e si abbattono sugli scudi, con
enorme fragore. Silano sa che non pu lavorare sulla resistenza:
deve per forza piazzare una stoccata vincente o trovare
un varco per colpire l'altro con un poderoso fendente. Ma
Druso  paziente ed attento. Finta con lo scudo, tenta di colpirlo
ai fianchi e quando si avvicina troppo lo tiene a distanza
con un calcio od una schivata. Il vento si fa forte, lo scirocco
venuto a mitigare la temperatura solleva polvere. Silano ha gli
occhi rossi e per lunghi minuti continua a tentare di costruirsi
un'apertura. Quando il sole  alto sulle loro teste, sente che
le forze iniziano a diminuire: allora lancia lo scudo addosso a
Druso, poi impugna il gladio con due mani e ruota su se stesso,
colpendo l'altro con tutta la forza.  un rischio enorme,
ma non pu fare altrimenti: se proprio deve morire, vuole
farlo dopo averle provate tutte.
Druso traballa, le gambe reggono a malapena all'assalto
e lo fanno indietreggiare fino a toccare il muro. La gente attorno
ha ripreso a incitare, perfino i suoi ex soldati gli urlano
nelle orecchie: Silano allora colpisce con un calcio lo stomaco
dell'avversario e prova ad affondargli la spada nel ventre,
ma il bandito  pi forte e lascia che la punta della lama urti
con violenza contro il muro, fino a spezzarsi. Quindi afferra
Silano per il collo e gli sbatte lo scudo sul naso, facendogli
fiottare fuori un enorme grumo di sangue. L'ex centurione
non molla la presa: sa che, se verr sbattuto al suolo, per lui
sar la fine. Druso non pu maneggiare lo scudo ed  costretto
a lanciarlo via, eppure gli risulta difficile perfino sollevare
il gladio per infilzare l'avversario in una qualunque parte del
corpo. I due restano cos, in un assurdo gioco di resistenza,
con i polsi intrecciati e le gambe che cercano di fare leva.
Finch Silano non rischia il tutto per tutto.
Molla la presa e attende che Druso sollevi la spada. Poi,
calcolando la distanza, si lancia in avanti colpendolo con la
testa sul mento, un secondo prima che il gladio lo raggiunga
al collo.  una mossa da lottatore, la stessa che gli ha salvato
la vita molto tempo prima, in Britannia. Il bandito rotola per
terra stordito, quasi perdendo i sensi. Silano gli  addosso, lo
tempesta di pugni sul volto, poi afferra il moncherino della
sua spada e gliela punta alla gola.
E ora che hai intenzione di fare?
Di morire... uccidimi lo implora Druso, balbettando e
sputando il sangue.
Dall'alto, la gente invoca impazzita il suo nome: SI-LA-NO!
SI-LA-NO!. Volano sassi, pezzi di legno, anfore e rametti
spezzati. Silano guarda negli occhi il suo nemico e, dietro le
escoriazioni e i lividi tumefatti, ci legge una disperata rassegnazione.
A un tratto, tutto gli sembra senza senso: lottare
per salvarsi la vita, arrancare, strappare con le unghie agli di
un altro giorno ancora. Ma non  lui che decide le regole. Lui
pu soltanto obbedirvi.
Sta per recidere la vena del collo a Druso, quando un suono
lo fa sussultare e zittisce tutti. Simile al rumore di una frana,
anzi al gracchiare di avvoltoi, ma molto pi cupo. Prima
che abbia la lucidit per realizzare di cosa si tratti, un ragazzino
urla impaurito dall'alto della gradinata di pietra.
Soldati! Stanno arrivando i soldati pompeiani!
In un istante, la folla festante si trasforma in un'orda in
preda al panico. La gente si sparpaglia, corre gi per le gradinate,
fugge nel folto del bosco. Una pioggia di frecce si
abbatte sull'accampamento e si infila nelle grotte, sui tronchi
degli alberi, in buona parte nei petti di bambini e donne.
Nella confusione, Druso riesce ad alzarsi in piedi e a sfuggire
a Silano. Corre per mettersi in salvo, ma inciampa nel tronco
mozzato di un albero e precipita gi per la scarpata, sfracellandosi
sulle rocce dure ed appuntite.
Silano e gli altri provano a radunare i banditi per la resistenza
e a mettere ordine tra la popolazione del rifugio, ma
i soldati avanzano minacciosi su per il sentiero della vallata,
dai due fianchi. Falciano e distruggono tutto quello che trovano
a tiro. Sono perlomeno due coorti e hanno pianificato
un'azione a tenaglia: li tenevano d'occhio da tempo, non 
escluso che qualcuno abbia spifferato qualcosa. Ma ormai 
tardi per le contromisure.
Silano sa che non durerebbero nemmeno dieci minuti se li
affrontassero a viso aperto. Il rifugio  perduto, non gli resta
che fuggire e riorganizzarsi. D ordine a Prometeo e ai gemelli
Curzio di incanalare nella grotta centrale la gente che
ancora non  scappata: usciranno dall'apertura sull'altro fianco
della montagna, e da l spariranno gi per i boschi sopra la
citt di Ercolano, raggiungendo il tempio delle avvelenatrici.
Poi penseranno a dove spostarsi nuovamente.
Per di qua, veloci! urlano gli ex soldati.
La gente si accalca, qualcuno scivola per terra, altri vengono
colpiti da una nuova ondata di frecce che alimenta il
panico. Alcuni anziani restano schiacciati, le donne piangono
disperate. Non  un semplice rastrellamento.  una strage.
Mentre spargono la pece all'ingresso della grotta e la incendiano,
sperando di rallentare l'inseguimento dei pompeiani,
Silano realizza la situazione: senza volerlo, ha preso lui
in mano il destino di quella gente. Come se fosse gi scritto.
Era fuggito da Pompei credendo di lasciarsi alle spalle ogni
responsabilit, e ora invece un incarico ancora pi grande lo
attende. Non  pi al comando di un gruppo di soldati. C'
un'intera trib che spera di venire salvata da lui.

Quant' carina e riservata questa prostituta pubblica. Se
qualcuno volesse, non ti dispiacerebbe di farti aprire in due dal
di dietro.
La platea ride. Massimo tende l'orecchio sinistro verso
la scena, cercando di cogliere almeno il senso delle battute
dell'attore. Odia la poesia, ma una commedia di Plauto,
quando ben recitata, lo diverte. Sono giorni che il timpano
destro ha smesso completamente di funzionare: soltanto la
notte avverte uno strano ronzio o lievi singulti ovattati.
Il cielo  sgombro e le fiaccole ondeggiano al vento caldo,
comunicando una sensazione di stanchezza. Massimo ha deciso
di sedersi in mezzo ai suoi concittadini per dare un segnale:
che tutto  tornato alla calma, a Pompei. E che il prefetto in
fondo  uno di loro, non un romano presuntuoso venuto da
lontano per derubarli. Nel pomeriggio ha riflettuto a lungo:
il tesoro di Quintiliano si  dimezzato e occorre un'iniezione
di denaro fresco nelle casse cittadine. Le ronde dei soldati richiedono
equipaggiamento e motivazione, e Massimo sa che
in quel momento soltanto l'oro  l'arma di cui dispone.
Sul finire del quarto atto, mentre la gente applaude, uno
dei soldati della sua guardia personale gli fa un cenno. C'
Zeno, all'ingresso del teatro, e lo sta aspettando. Massimo allora
si alza, approfittando della confusione, e si fa largo tra gli
spettatori, quindi raggiunge il suo braccio destro e si apparta
con lui nel vicolo a poca distanza dalle mura. Sull'uscio di
una taverna aperta, all'angolo, due vagabondi si scambiano
una coppa di vino stantio.
Che succede?
L'abbiamo trovato, mio signore!
Chi? Dove?! chiede Massimo, gi sapendo la risposta.
Zeno prende fiato e si gratta la lunga cicatrice che gli riga
il volto.  ancora vestito con l'armatura da battaglia: appena
hanno ritrovato il corpo,  subito corso in citt per avvertire
il prefetto.
Prisco. Era accampato con la sua banda dietro la montagna,
dentro alcune grotte. Ne abbiamo uccisi molti e altri
catturati: c'erano un mucchio di donne e bambini con loro.
Era una vera trib.
Per gli di, finalmente! E lui ora dov'?
L'ho fatto portare al tuo palazzo. Anche se  accaduta una
cosa strana: quando siamo arrivati sul pianale, lo abbiamo
trovato gi morto. Aveva la gola lacerata dal taglio di un'arma
e il corpo era ridotto male, come se fosse rotolato gi da una
scarpata.
Massimo annuisce e guarda in alto. Sente il respiro aumentare,
le stelle brillano come nemmeno in inverno. Gli viene in
mente qualcosa che  pi di un'intuizione.
C'erano anche i disertori con loro?
Credo di s. Purtroppo non ne abbiamo catturato nessuno
risponde Zeno.
Voglio vedere il cadavere di Prisco: e voglio che sia esposto
per tre giorni al foro, prima di portare la sua testa a Domiziano.
Ovviamente gli diremo di averlo catturato e giustiziato
noi...
Zeno sorride, Massimo  estasiato. Tira fuori dalla toga due
borse piene di monete e gliele porge, battendogli una mano
sulla spalla.
Una  per te e l'altra per i tuoi uomini: ve le siete meritate.
Grazie, mio signore.
Ma prima di spenderle c' un'altra cosa che devi fare,
subito. Se Prisco  stato assassinato, evidentemente qualcuno
ha preso il suo posto: una trib ha sempre bisogno di un
capo. Tieni gli occhi aperti per capire di chi si tratta.
D'accordo, Massimo.
Dal teatro provengono risate ed altri applausi. L'ultimo atto
dell'Aulularia  evidentemente terminato. Il prefetto si avvia
di nuovo dentro per salutare gli attori e i suoi concittadini.
Che devo fare con i banditi e gli altri prigionieri catturati?
chiede Zeno.
Massimo si ferma per un istante e si massaggia il timpano.
Poi ripulisce l'unghia dal cerume con l'orlo della toga. C' un
silenzio agghiacciante nel suo padiglione destro.
Falli crocifiggere. Sulla via Nuceria.

20.

Roma, due settimane dopo.

Entrare nel palazzo della Curia  quasi un'esperienza religiosa.
A nessuno, fuorch ai senatori e all'imperatore,  consentito
l'accesso.
Massimo sognava fin da ragazzino di varcare quella soglia:
certo, nelle sue fantasie indossava i panni di tribuno della
plebe. Ma, anche se ora  un semplice ospite, lo sente come
un augurio. Di pi: una premonizione, una garanzia che il
destino ha deciso di proteggere le sue scelte.
Sotto il colonnato lo attende Domiziano. Ha la pelle grigia
e rigata, sembra invecchiato di cento anni da quando lo
ha visto al capezzale di suo padre. Si sono scambiati pochi
messaggi e questo  a tutti gli effetti il primo e unico incontro
tra loro due. Massimo si immerge nell'ombra del portico con
lentezza. In mano stringe la sacca dove custodisce la testa imbalsamata
del feroce bandito.  il suo pegno per il potere: la
sua arma per la scalata verso la vittoria. Dietro il palazzo della
Curia, il grande Foro si estende in tutto il suo splendore. Si
intravedono il piccolo tempio di Vesta sulla destra, il Campidoglio,
la gigantesca dimora dell'imperatore sul Palatino e
anche il tempio dedicato a Vespasiano, ancora in costruzione.
C' molta gente che cammina per le strade ed i mercanti di
schiavi si preparano a esporre le proprie merci.
Finalmente ci incontriamo.
Massimo si avvicina a Domiziano. Accanto a lui, l'amico
Marziale, ancora una volta ubriaco.
Grazie alle conoscenze che abbiamo in comune dice lui,
indicando il poeta.
Marziale fa uno strano inchino e un conato gli risale alla
bocca. Si congeda con un gesto della mano, visibilmente imbarazzato
al cospetto dei due.
Vedo che li hai viziati fin troppo, nella tua bella citt.
Dove spero di poter ospitare anche te, quando vuoi.
Domiziano passeggia tra le colonne afferrando il braccio
del prefetto, come fossero due vecchi amici. Anzi, due compagni
di antiche battaglie.
Mio fratello attraversa un periodo difficile. L'aristocrazia
gli  contro e il Senato si lamenta delle rivolte mai sedate ai
confini dell'impero. Come se non bastasse, dopo la morte di
Quintiliano, non ha trovato un generale all'altezza dei suoi
compiti.
Lo immagino...
Tu hai sconfitto quel bandito, una vera piaga e un simbolo
che iniziava a correre di bocca in bocca. E ho studiato
la battaglia con cui hai aiutato il legato a vincere contro gli
Ordovici. Forse Tito dovrebbe fidarsi di pi di uno come te.
 tutto quello che chiedo, in effetti...
Domiziano guarda alla loro sinistra. In lontananza, il sole
luccica sulle acque calme del Tevere. La voce dell'araldo rimbomba
dal centro del Foro, annunciando l'inizio della seduta
del Senato.
Allora proviamo a farlo capire all'imperatore dice Domiziano,
spingendolo verso l'enorme portale di travertino.
Veniamo alla questione relativa all'ospite del giorno. Si
faccia avanti il prefetto di Pompei, Quinto Terenzio Massimo,
accompagnato dall'illustre Domiziano.
Il magistrato presidente parla con veemenza. Massimo si
guarda attorno, non immaginava che il soffitto della Curia
fosse cos alto. I marmi bianchi alle pareti e al suolo conferiscono
all'ambiente un aspetto solenne, sospeso nel tempo.
Eterno. I seicento senatori vestiti di tunica e laticlavio siedono
sugli scranni mormorando e gesticolando. Ci sono uomini
di tutte le et, alcuni cos giovani da avere a stento la barba.
La maggior parte sembra quasi indifferente a ci che sta
accadendo.
Il mio saluto e la mia riverenza al Senato e a Cesare dice
Domiziano.
L'imperatore, seduto da solo nel settore centrale, rivolge
uno sguardo distratto al fratello.
Qui con me  Massimo, gi tribuno militare al servizio di
Roma, che  riuscito a catturare e giustiziare il bandito Prisco,
flagello delle citt campane.
I senatori sembrano iniziare a interessarsi. Qualcuno si
sporge oltre le balaustre per ascoltare meglio.
Cosa ci porta in dono dalla sua bella citt? chiede Tito,
alzando il mento per indicare la bisaccia.
Massimo ci infila dentro una mano. Poi, con gesto plateale,
sfila la testa del bandito e la mostra a tutti, tenendola per i
capelli. Il mormorio dagli scranni si trasforma in un brusio di
stupore, come si trattasse di Perseo che regge l'orrenda testa
di Medusa.
La prova che il male non infesta pi le pendici del Vesuvio.
E che Oplonti, Stabia, Ercolano e anche Pompei possono
finalmente prosperare in pace.
E come mai ci sono volute cos tante risorse e cos tanto
tempo per sconfiggere un semplice bandito?
Non era un semplice bandito... prova ad intervenire Domiziano,
ma l'imperatore lo blocca subito con un gesto stizzito
della mano.
Lo sto chiedendo a lui. Credo abbia la voce per parlare.
Domiziano si ritrae, lasciando Massimo solo al cospetto
di Tito. I senatori sembrano iniziare a divertirsi. Qualcuno
annuisce e grida perfino: S, lasciatelo parlare!.
Tuo fratello ha ragione, Cesare. Il bandito Prisco  riuscito
ad assassinare perfino il proconsole. Aveva una vera e propria
armata, che ora  dispersa o inchiodata alle croci sulla via
Nuceria, in modo che tutti possano vedere qual  il destino di
chi sfida Roma.
Vuoi dire che Quintiliano era un condottiero incapace?
dice l'imperatore, stizzito.
Massimo abbassa il tono della voce e china il capo, ostentando
un'aria per met afflitta e per met riverente.
Voglio solo dire che conosco bene la citt che tu mi hai
affidato, cos come conoscevo la Britannia. Per battere un
nemico del genere c' bisogno di pianificazione: e il tempo
che mi hai concesso  stato ben speso.
Tito si aggiusta la corona di alloro sul capo e si sistema sul
trono. Dagli scranni pi alti si leva un brusio e qualcuno applaude.
Gli altri senatori ben presto si uniscono e scatenano
una sorta di ovazione al prefetto. Quando sente chiamare il
proprio nome, Massimo quasi non ci crede. Con commozione,
fa un profondo inchino mentre sente la platea che ripete:
Morte ai nemici di Roma!, Massimo proconsole!, La
Spagna al prefetto di Pompei!.
L'imperatore fa un gesto di impazienza. Come mai accaduto,
si alza in piedi e passeggia per il centro della Curia. Il
Senato immediatamente ammutolisce; perfino il magistrato
presidente non osa intervenire per dargli la parola.
Mi sembra che il Senato e il popolo abbiano apprezzato
la tua impresa. E cosa  un imperatore se non qualcuno che
certifica il volere del Senato e del popolo romano?
Domiziano, in disparte, sorride. Massimo trattiene il respiro:
non osa pensare a quello che sta accadendo. Tito sta
ingoiando il boccone amaro. Il prefetto otterr uomini e risorse:
un'intera legione al suo comando.
Alle idi di settembre. In memoria del compianto Quintiliano,
quando la sua carica sar effettivamente libera, propongo
che Quinto Terenzio Massimo ne prenda il posto. Sempre
che sappia tenere testa al suo valore entro quella data...
L'assemblea esplode in un boato di approvazione. Massimo
sorride e si inchina di nuovo: nessuno ha colto la velata
minaccia in coda al discorso dell'imperatore. Ma lui conosce
abbastanza bene Tito. E sa che i cinque mesi che lo separano
da quella data saranno terribili. L'imperatore far di tutto per
metterlo alle strette. Dovr prepararsi: dovr armarsi. Ci che
ha fatto finora, al confronto, sar un'inezia.
Il tribuno della plebe viene a prelevare la testa di Prisco. La
appenderanno come mnito nel bel mezzo del Foro. Mentre
il chiasso e gli applausi scemano, Massimo si congeda dall'imperatore
mimando con la bocca la parola Grazie. Poi si allontana
in compagnia di Domiziano, senza che Tito lo degni
nemmeno di uno sguardo.
Hai sentito l'ultima cosa che ha detto?
Per ora non me ne preoccuperei. I banditi ormai sono un
problema che appartiene al passato, no? risponde il nuovo
amico.
Massimo sorride, mentre osserva un soldato che inserisce
la testa di Prisco su un gancio, in alto, sulla facciata della Curia.
Il pensiero corre a Pompei e all'idea che il vero assassino
del bandito ne abbia ormai preso il posto. Occorrer inventarsi
qualcosa di nuovo per neutralizzare anche lui, e mettere
cos fine a quella piaga: occorrer mutare strategia.
Le nuvole si addensano su Roma e un temporale minaccia
di avvicinarsi. Massimo avverte il vento freddo, e un brivido
gli attraversa la schiena.

Pianti, grida, lamenti.
E invocazioni.
Divino Giove, ti prego, aiutalo...
La carovana si  trascinata stancamente per tutta la notte
tra i boschi e i sentieri nascosti del Vesuvio. Sono morte
molte persone, altre sono ferite. C' chi ha perso un fratello,
chi un figlio od una madre. Silano si sente straziato e impotente:
l'imboscata  stata condotta nel migliore dei modi.
Quel bastardo di Massimo, dopo averlo condannato a morte,
ha tentato di distruggere anche la sua nuova famiglia:
perch s, Silano sente che la trib prima comandata da Prisco
 ormai la sua casa. Sono gli di ad averlo voluto. Dovr
guidarli, proteggerli. E perfino rischiare la propria vita, se
necessario.
Notizie dei dispersi?
Siamo stati sull'altro fianco della montagna... Alcuni dei
prigionieri sono stati visti sfilare poco fuori da Pompei, in
direzione della via Nuceria: trasportavano enormi croci di legno
sulle spalle.
Silano si massaggia la gamba ferita e guarda verso la vallata.
Lo so a cosa pensi continua Prometeo, ma non  colpa
tua. Non  colpa di nessuno: ora dobbiamo solo pensare
a portare in salvo questa gente. In fondo era il tuo destino,
quello di avere un esercito.
Silano sorride e batte una mano sulla schiena dell'amico.
Prometeo ha i capelli brizzolati e la barba corta: sembra molto
pi anziano della sua et, ma il fisico imponente lo rende
sempre temibile.
Quando arriveremo a destinazione, dovremo tenere
un'assemblea. Prisco era un bravo combattente, ma era uno
sbandato. L'unico modo che abbiamo per sopravvivere  ingigantirci,
non limitarci pi a saccheggi e ruberie.
Che vuoi dire? chiede l'altro, un po' turbato.
Che dobbiamo arruolare tutti gli oppressi da Pompei e
dall'esercito romano. Devono capire che solo se stanno con
noi non soffriranno pi la fame o la frusta o le catene.
I lamenti della gente aumentano con la pendenza della
montagna. Silano intravede il tempio delle avvelenatrici. 
l'unico luogo protetto che conosca, dove potranno curarsi e
riprendersi prima di riorganizzarsi.
Ci vorr tempo, Silano. Dovremo andare di villaggio in
villaggio, procurarci armi, cibo e denaro.
Lo faremo. Per ora, il tempo  l'unica cosa che non ci
manca. Qui staremo al sicuro.
Prometeo annuisce. Dal fondo della lunga carovana si staccano
i gemelli Curzio e fanno per avvicinarsi. Silano osserva
una donna coperta di stracci e suo figlio, neonato, che trema
per il freddo. Subito si toglie la pelle d'animale che lo ricopre
e fa cenno all'amico di porgerla alla donna.
Dovresti fare una cosa per me...
Tutto quello che vuoi.
Cerca di scoprire qualcosa su un tale Decio Moreno, detto
"il Verro", un legionario che ha combattuto in Britannia.
Fallo in punta di piedi.
D'accordo. Ma voglio chiederti anch'io una cosa... dice
Prometeo a bassa voce, prima di allontanarsi. Druso sosteneva
che Prisco  morto da queste parti. Sei stato tu a
ucciderlo?
Il crepuscolo si avvicina. Lontano, si sente il gracchiare di
corvi o altri uccelli. Silano fissa un punto indistinto in mezzo
al mare, cercando di dissimulare ci che davvero ha nell'animo.
Nessuno, tranne Camma, pu condividere il suo segreto:
 l'unico modo per evitare guai peggiori.
No... gli risponde. Che Giove possa fulminarmi in questo
istante.

21.

Qualche giorno dopo.

Dovevo lasciarti morire l!
Calliope, la dea mi  testimone... Quell'uomo ha abusato
di me e mi avrebbe uccisa.
Ti ho insegnato tutto, ti ho accolto qui come una sorella,
anzi, una figlia. E cos mi hai ripagato!
Calliope strilla e piange, si dimena e sbatte per aria qualsiasi
cosa le cpiti a tiro. I calcinatori sono per terra, frantumati.
Le ampolle di vetro, i cocci dei mortai e i pestelli riempiono i
tavoli di legno e i pagliericci. Le urla fanno accorrere le altre
consorelle, che in principio non capiscono cosa stia
succedendo.
Clmati, ti prego.
No, finch non sarai morta anche tu...
Camma non sa cosa fare. Sente il cuore straziato, nel vedere
l'amica ridotta cos. Ma sa di non avere colpa: anzi, sa che l'amica
si sarebbe comportata allo stesso modo se ne avesse avuta
l'occasione. Lei ha solo voluto confidarsi con le sue consorelle,
mettendole a parte di un segreto che da qualche giorno la tormentava:
ma ha fatto male. E ha scoperto improvvisamente che
l'uomo che l'ha violentata era in realt l'amante di Calliope.
Camma deve andare via: e anche i suoi amici che si sono
accampati l fuori. Devono sparire tutti dal sacro tempio della
dea. Silano porta morte e distruzione dovunque vada, e la
sciagura ricadr su di noi. Guardate, venite! urla lei, trascinando
Lucrezia e altre avvelenatrici fuori dall'edificio.
Il bosco che proteggeva il tempio  diventato un enorme
rifugio a cielo aperto, con tende, capanne, bambini che strillano
e fuochi accesi ovunque. Ma non  brutto: sembra un'estensione
della volont della dea, che dopo secoli di solitudine
ha deciso di circondarsi di umanit. Tuttavia, dall'altura
in cui si trovano, si riesce anche a intravedere uno spicchio
dell'altro versante della vallata. In lontananza, oltre la citt
di Ercolano, minuscole ombre spuntano in una fila interminabile
dal suolo giallastro. Sono le croci piantate dai soldati
pompeiani, su cui in quelle stesse ore stanno morendo i prigionieri
catturati all'accampamento.
Ecco quello che succede a chi  amico di Silano. Lui e
questa puttana hanno ucciso Prisco per prenderne il posto. E
prima o poi ci faranno fare la stessa fine...
Calliope  sconvolta e anche le altre avvelenatrici lo sono.
L'hanno sempre considerata la pi saggia tra tutte e non
l'hanno mai vista in quello stato disperato, mentre piange e
grida con un'orrenda bava schiumosa agli angoli della bocca.
Voglio che venga messo ai voti, come abbiamo sempre
fatto. Tutti devono sapere quello che  realmente successo. E
poi devono andare via, lei e gli altri!
Le consorelle non sanno cosa fare. Camma se ne sta in silenzio,
in disparte.  Lucrezia l'unica ad intervenire, mentre
rientrano nel tempio.
Non siamo noi a decidere del nostro destino,  la dea. E
Prisco stava per ucciderla, sarebbe potuto capitare a chiunque
tra noi.
Se non lo farete, allora lo far io. Lo dir a tutto
l'accampamento.
E allora sarai da sola. Nessuna di noi tradirebbe una sorella:
se anche ci chiamassero a testimoniare, preferiremmo mentire
piuttosto che esporla al pericolo. Lo sai bene che la legge
di Cibele dice che un uomo che abusa di una donna deve morire.
E poi, come credi che reagirebbe il nuovo capo Silano?
Ma Calliope sembra presa da un orgasmo dei desideri e
delle frustrazioni patite. Afferra un'ampolla contenente un
concentrato urticante e la scaglia verso l'amica. Lucrezia riesce
a schivarla, ma il vetro si infrange contro una colonna e il
liquido le investe la fronte e la guancia. La ragazza lancia un
urlo di dolore e cade in ginocchio, la pelle subito si arrossa
e si riempie di pustole. Le consorelle corrono ad agguantare
acqua ed erbe lenitive.
Sei impazzita, l'hai sfigurata! Hai un demone che si  impadronito
di te...
Il tempo pare fermarsi. Nel silenzio, Calliope respira pesanti
boccate ed afferra un'altra ampolla, mirando questa volta
a Camma. Ma una delle avvelenatrici raccoglie un pugnale e
la precede, puntandoglielo alla gola.
Sei tu a portare morte e dolore. Vttene via da qui: non
c' posto per le anime dannate in questo tempio.
Lucrezia piange, mentre le altre ragazze la fanno stendere
su un pagliericcio e tentano in ogni modo di rallentare l'azione
di quel veleno inarrestabile. Camma trema, e mentalmente
ripete una preghiera, come se sperasse di risvegliarsi all'improvviso
da un incubo.
Me la pagherai. Lo giuro davanti a Cibele, fosse l'ultima
cosa che faccio... Un giorno morirai. Calliope ripete il suo
anatema pi volte, sfumando la voce, quasi a convincersene
lei stessa. Poi indietreggia dalla soglia e sparisce oltre il bosco.
Torna il silenzio, nel tempio, interrotto solo dai singhiozzi
di Lucrezia e dal piede zoppo di Camma, che trema contro il
pavimento senza che lei riesca a fermarlo.
...
Paura.

Certo nel tuo cuore non  desiderio di piaceri,
n ti allettano le gare del circo vertiginoso, n la
folla del tumultuoso teatro ha potere su te, ma la
probit, la intima quiete e gioie che non
appassiscono mai.

Stazio, Silvae III, 5.

22.

Sul Vesuvio, circa due mesi dopo.

Silano?
Entra pure.
Prometeo abbassa la testa e si fa largo nella piccola tenda
che Silano ha scelto come suo quartier generale. Ci sono un
pagliericcio, un catino, un'edicola votiva per pregare, armi,
ampolle ed erbe sparse un po' dappertutto.  un posto frugale,
che il nuovo capo dei banditi condivide con Camma. 
stata lei a volerlo: la notte in cui si sono rincontrati, la ragazza
non gli ha dato nemmeno il tempo di parlare. Lo ha spinto
per terra e ha utilizzato tutte le sue conoscenze dell'arte amatoria
per compiacerlo. Hanno fatto l'amore con rabbia, con
disperazione: con complicit. Custodiscono molti segreti, e
questo li unisce prima ancora di dannarli. Camma  sempre
in cerca di vendetta. Silano ha accettato il proprio destino,
che lo obbliga a prendersi cura di una trib.
Dal giorno in cui hanno ucciso Prisco tutto  cambiato.
Il tempio delle avvelenatrici era nascosto: ora non lo  pi.
Silano ha deciso di installarsi in quell'altura protetta dalla vista
dei nemici. L'accampamento si  sviluppato attorno alle
antiche mura, disegnando una serie di cerchi concentrici nel
folto del bosco. La dea Cibele veglia su tutti, regalando acqua
dal suo ruscello, cacciagione, frutti del bosco e ovviamente
erbe e piante curative. Sono una grande famiglia, ormai, battezzata
dalla primavera.
Lucrezia e le altre sorelle si aggirano tra la gente dispensando
rimedi e consigli. Ci sono tende abitate da mamme e
bambini che giocano, baracche di legno con ex militari e anziani,
schiavi liberati dalle catene e semplici cittadini che hanno
sposato la causa dei ribelli abbandonando le proprie citt.
Non  semplice fidarsi delle reclute ed i gemelli Curzio eseguono
un controllo minuzioso e accurato, esaminando e vegliando
costantemente sui nuovi arrivati. Si preferisce arruolare
chi abbia ucciso almeno un soldato romano, proveniente
da Oplonti, Stabia, Ercolano o Pompei, dove  facile verificare
la veridicit delle informazioni raccolte.
Silano si  fatto crescere la barba e i capelli.  tornato quello
di un tempo, quando combatteva nelle fredde regioni del
Nord e il suo aspetto lo rendeva simile a un barbaro. Non 
stato semplice, ma la sua armata di straccioni sta crescendo
giorno dopo giorno: calano di notte nelle osterie e derubano
i soldati, sabotano i loro impianti, manomettono gli acquedotti,
depredano granai e ville patrizie, distribuendo cibo e
denaro al popolo. I governanti non possono che inasprire
le pene per chi si macchi di connivenza con il nemico. Ma
non serve a nulla. Gli schiavi, i plebei e finanche i semplici
soldati scontenti della violenza della vita militare sognano
di ingrossare le fila di Silano e a tratti se lo sussurrano nelle
orecchie. Sulle mura dei villaggi appaiono scritte inquietanti:
"Morte ai patrizi", "Viva il novello Spartaco!". La leggenda
del gladiatore, che sembra affondare nella notte dei tempi, si
ripropone. E la tensione dei duumviri e dei prefetti delle citt
vesuviane aumenta esponenzialmente.
Ho qualcosa da mostrarti dice Prometeo sedendosi accanto
a lui.
Poi sfila da sotto il mantello una piccola pergamena e la
distende sul tavolaccio di legno. Silano sgrana gli occhi, quasi
incredulo.
Dove l'hai trovata?
Uno dei nuovi arrivati... Si chiama Cassio Cipriano. Era
una guardia di palazzo del prefetto Massimo.
Silano accarezza delicatamente la pergamena.  l'arma pi
potente che abbia impugnato finora:  una cartina geografica,
una mappa dettagliata degli avamposti militari e della rete di
strade che avviluppano Pompei e il Vesuvio. Silano ne conosceva
molte a memoria. Ma non aveva mai posseduto una
rappresentazione grafica cos chiara e completa.
Come fai a fidarti di lui?
Sia io che i gemelli Curzio abbiamo controllato. Siamo
tornati in citt in incognito tre volte: questo Cipriano era stato
condannato a morte per aver ferito un centurione.
Dove lo avete trovato?
 riuscito a scappare, lo abbiamo trovato che vagava nelle
campagne, in preda alla febbre. Sono sicuro che  Giove
che ce lo manda.
Silano arrotola la mappa e la infila in una fessura del tavolaccio.
Poi va a sciacquarsi la faccia nel catino. Il caldo ormai
 arrivato: la neve  solo un brutto ricordo, i colori della natura
annunciano la nuova stagione campana.
Perch dici questo?
Prometeo picchia con la fronte contro l'asta di legno che
regge la tenda, poi se la massaggia con un lamento. Silano
scoppia a ridere.
Perch mi ha dato anche notizie su quel legionario che
cercavi, il Verro. Lo conosceva, ha combattuto con lui in Gallia
e in Giudea: ora vive in una casa di campagna ai confini
di Sinuessa.
La risata di Silano si smorza. Nello stesso istante Camma
fa ritorno nella tenda stringendo in mano un cesto ricolmo di
ortiche. Intuisce, dal loro sguardo, che qualcosa di importante
 appena accaduto.
Perch mi guardate con quegli occhi? chiede.

Lucio Sesto Silano! E voi qui, a grattarvi la schiena e divertirvi
con le puttane... Mentre loro diventano un esercito e
continuano a saccheggiare la nostra citt!
Massimo grida come un ossesso,  una furia. Zeno ascolta
a testa bassa, straziandosi con le unghie i palmi delle mani.
Ha convocato lo stato maggiore della sua legione richiedendo
una spiegazione. Anzi, pretendendo un responsabile.
Anche perch da Roma iniziano a giungere inquietanti segnali.
Si vocifera che l'imperatore abbia richiamato tre legioni dalla
Cilicia per tenerle a sua disposizione. Le stesse di cui parl
Quintiliano appena prima di morire. Quasi che si volesse
cautelare da nemici e rivali: quasi che si preparasse a una
nuova guerra, questa volta interna.
Piove, eppure il prefetto cammina avanti e indietro nel
peristilio della sua dimora spaccando tutto quanto gli cpiti
a tiro: coppe, anfore, perfino un antico tavolino etrusco di
alabastro. Se anche un'indovina glielo avesse predetto poche
settimane prima, Massimo non ci avrebbe creduto. E invece
 cos. Il centurione prima lancia che ha combattuto con
lui nelle terre del Nord, e che era stato condannato a morte
nell'arena,  diventato il capo dei banditi ribelli. Le notizie
raccolte tra le bettole ed i bordelli sono incontrovertibili. E poi
ci sono i disegni, i graffiti sui muri di Pompei e le scritte che
sembrano quasi proclami militari.
Il mito si sta diffondendo rapidamente, mettendo a rischio
non solo l'equilibrio della citt, appena ritrovato, ma
anche la sua candidatura a proconsole della Spagna. Se la
notizia che Silano ha preso il posto di Prisco giungesse fino
a Roma, per lui sarebbe la fine. Quasi sicuramente le tre legioni
in arrivo convergerebbero verso Pompei, subito, per
schiacciarlo.
Mio signore, stiamo setacciando l'intero perimetro del
Vesuvio. D'altronde siamo stati noi a distruggere il loro accampamento...
prova timidamente a ribattere Zeno.
Massimo lo guarda con un occhio preparato a una risposta
del genere. Qualcosa dentro di lui scatta: come la furia di
Giove distruttore, che proprio in quel momento riempie il
cielo di fulmini e lampi.
Stai zitto! Proprio tu parli... C'era ancora la neve quando
abbiamo ottenuto l'ultimo successo. Da allora non passa
giorno senza che un mercante, un oste o anche un contadino
di merda venga a lamentarsi con me. Quei banditi stanno
fiaccando l'animo anche dei semplici cittadini!
Gli altri ufficiali si guardano ammutoliti, non hanno mai
sentito quelle parole in bocca a Massimo. Certo,  un uomo
rude: ma ha sempre usato le armi della prudenza e del consenso.
Ora appare trasformato. E finanche il suo braccio
destro, che lo ha servito con fedelt e devozione, appare
scioccato.
Stiamo facendo tutto quello che  possibile, Massimo.
Non li abbiamo creati noi, quei banditi. Forse avresti dovuto
pensarci due volte prima di condannare Silano a morte.
Sappiamo bene cosa  accaduto, dopo...
Massimo non pu credere a ci che sente. Non  soltanto
il senso delle parole:  il fatto che siano state pronunciate
contro di lui davanti ai suoi uomini. Per un attimo i tuoni
cessano di rombare: il prefetto si appoggia ad una colonna,
come sfinito. La voce si abbassa, diventa quasi un sussurro.
Se pensi questo, vuol dire che ho sbagliato a valutarti. E
che come comandante militare non valgo granch...
Non  questo che intendevo dice Zeno, tentando di
smorzare i toni.
Ma ignora di aver parlato troppo. E di avere, con la sua
frase, valicato il suo personale Rubicone.
Silenzio!
Massimo  furioso. Afferra il gladio dalla cintura di un suo
ufficiale e quasi vorrebbe scagliarsi contro Zeno, trafiggendolo.
Devono accorrere in tre, per fermarlo.
Lascia questa casa! E lascia quell'armatura che porti addosso:
i tuoi obblighi militari verso Pompei sono finiti. Sei
congedato! grida, con tutto il fiato che ha in corpo.

I fumi del convolvolo aleggiano nel tempio. Acri, spessi
come gelatina.
Camma tiene il piccolo capro stretto in grembo. Lo accarezza
mentre armeggia con il calcinatore per tirare fuori l'essenza
di cardiaca: quando  pronta, la sparge sulle braci e una
fiammata giallognola sbuffa verso l'alto, rendendo l'enorme
stanza tiepida e secca. Poi afferra il pugnale mentre mormora
una litania rivolta alla statua di Cibele: O grande madre, corri
al tuo banchetto: garantisci pace e sicurezza alle tue figlie.
Proteggile con il ruggito del tuo potere!.
Il capro si gode la carezza di Camma, quasi si addormenta.
Ma la donna lo afferra per la gola e, con un gesto rapido,
gli recide la giugulare tenendolo fermo affinch non si divincoli.
Il sangue spruzza fuori caldo, denso, imbrattandole
il viso e le mani. L'animale sembra sgonfiarsi come una
vescica bucata e Camma resta l, in ginocchio, sperando di
ricevere conforto dal sacrificio alla dea. Dentro di s  combattuta:
sperava che i demoni del passato non tornassero a
tormentarla. Almeno non cos in fretta. E invece la vendetta
 venuta a reclamare il primo posto tra i suoi pensieri. Senza
contare Calliope, l'amica della nuova vita, colei che l'ha salvata
da morte certa, e che ora  condannata a vagare verso
chiss dove.
Non sapevo che fossi qui...
Camma si volta, sussultando. Non sa quanto tempo sia rimasta
in contemplazione.  Silano. L'ha cercata per l'intero
accampamento. Entra con passi lenti, tossendo e schivando
con le mani l'aria satura di fumo. Quando  vicino alla donna,
osserva il sangue del capro e nota un fagotto di abiti, erbe e
pochi altri oggetti. Intuisce che Camma ha fatto la sua scelta.
Allora vai a Sinuessa?
S...
Non me lo avevi detto.
L'ho deciso adesso risponde lei. Devo.
Silano scruta la statua di Cibele, come a volerci trovare un
segnale. La pietra scura incute timore, il panneggio  eseguito
alla perfezione ed i lineamenti della dea sembrano quelli di
una guerriera in attesa della battaglia.
Abbiamo trovato una mappa. E vogliamo organizzare un
piano per presidiare i luoghi sensibili: dobbiamo battere i
pompeiani sul tempo per avere una qualche speranza...
Verr Lucrezia con me, non devi accompagnarmi... dice
Camma. Lo sapevamo che il destino non ci avrebbe voluti
assieme troppo a lungo.
Non  vero.
S, invece.
Camma si spoglia e getta accanto al fuoco l'abito sporco di
sangue. Silano osserva il suo corpo, bello pi di quello della
dea. Vorrebbe abbracciarla, vorrebbe farla di nuovo sua e costringerla
a rimanere all'accampamento. Tra i due, si capisce
che  lui quello che perder di pi. Ha accettato la sua condanna
a morte, il destino di Rufo, finanche la responsabilit
di governare una trib: ma non vuole rassegnarsi all'idea di
perdere la donna che sente come sua.
Non c' niente che possa fare per trattenerti qui? Se
aspetti che portiamo a termine l'operazione, ti prometto che
andremo assieme a cercare il Verro. Due settimane, forse tre:
non di pi.
Camma indossa la nuova tunica scura, si aggiusta i capelli e
solleva il fagotto da terra. Il capro resta l, piegato in una posa
innaturale sul marmo freddo.
Anch'io devo battere il destino sul tempo. Ho un figlio,
un padre, un marito e una sorella perduti per sempre che me
lo impongono. E Cibele mi protegger anche da lontano.
Prima che lui possa ribattere qualcosa, Camma lo bacia
sulle labbra e si incammina. Silano rimane da solo e tira un
calcio al corpo morto del capro. Poi sembra pentirsene, ne
raccoglie le spoglie e le ricompone, fasciandole nella tunica
insanguinata della donna.

23.

Pompei, nella stessa notte.

Il Maroneo di Romolo Silla  poco diluito, picchia in testa
come sassi durante una lapidazione.  notte fonda e la taverna
gronda di avventori. Sono passati pochi mesi eppure tutto
 cambiato: dal giorno del primo assalto di Prisco, i soldati
hanno deciso di frequentare luoghi pi centrali, protetti dalle
mura e dagli edifici pompeiani. Cos, sono i viandanti e gli
sbandati a pullulare tra i tavolacci di legno e le botti di vino
provenienti da tutta Italia.
Zeno  ubriaco. I capelli sporchi e la barba sfatta, spende
le ultime monete tra le locande ed i bordelli del quartiere
settentrionale. Medita di fuggire da Pompei, di allontanarsi il
pi possibile dai luoghi dei ricordi e del dolore. Si accompagna
a vagabondi come lui, che mettono assieme le elemosine
del giorno per acquistare qualche sesterzio di birra o vino.
Che pensi di fare domani?
Ubriacarmi.
E quando avrai finito il denaro?
Uccidermi risponde prontamente Zeno.
L'altro ride di gusto, la voce impastata dall'alcol e i vestiti
che puzzano di urina. Lui e i suoi compagni hanno i volti
simili: sono giovani, ma bolle e geloni solcano i loro volti rugosi,
visibili perfino attraverso la barba.
E voi invece che farete quando arriveranno di nuovo l'inverno
e il freddo?
Un'idea ce l'abbiamo... dice l'uomo, facendo cenno
all'oste di portare un altro otre di Maroneo.
Poi tira fuori gli ultimi sesterzi dalla tasca e li posa sul tavolo.
Nella taverna c' un'atmosfera viva ma sonnolenta: i movimenti
degli ubriachi sono rallentati, perfino le puttane non
lavorano pi come una volta. Sembra finita un'ra. Sembra la
quiete di un paese divenuto improvvisamente povero che si
prepara alla guerra.
Ho un contatto con un ex soldato... quello di cui ti ho
parlato ieri. Era al servizio del prefetto continua l'uomo.
Zeno annuisce fingendo indifferenza. Ha omesso di dire che
anche lui era un soldato: anzi, un comandante della guarnigione
di Quinto Terenzio Massimo. Non vuole guai. E soprattutto
sembra voler cancellare dalla mente il suo passato prossimo.
Il prefetto  un cane rognoso che puzza di merda.
Su questo siamo d'accordo. E lo sono anche tutti quelli
che hanno disertato.
L'uomo ride e versa altro vino per entrambi. Il mal di testa
di Zeno sembra scemare, mentre in realt si sta preparando
al futuro assalto. Un'intuizione gli fa capolino nella mente
ottenebrata: qualcosa di indefinibile eppure di plateale.
Che vuoi propormi?
Se ti va, puoi cercare con noi di entrare nella legione di
Silano dice l'uomo.
Al sentire pronunciare quel nome, qualcuno si gira a guardarli.
Zeno volta la testa e gli intima di parlare a bassa voce.
Sei pazzo?! Tieni a freno la lingua. Se qualcuno ci denuncia,
possiamo morire domattina nelle segrete del palazzo del
duumviro: ci sono gi stato e ti garantisco che non sono per
niente confortevoli.
Nessuno ci denuncer. Tutti quelli che sono in questa
sala o si aggregheranno alla legione oppure odiano il prefetto
a tal punto da pregare ogni giorno Giove per la sua morte.
Come te.
Io non... odio il prefetto dice Zeno, tentennando.
L'uomo sorride di nuovo, la barba sporca di vino emana un
fetore orribile. Si pulisce con la manica della tunica e paga il
nuovo otre all'oste, che lo ha appena appoggiato sul tavolaccio.
Te lo si legge negli occhi, invece. Vieni con noi domattina.
Se siamo fortunati, entro sera avremo un pasto caldo, da bere
ed una daga per combattere i bastardi romani... Questa  la
nostra terra, non la loro!
Zeno muove le gambe in preda all'ansia. Odora il suo vino,
lo annusa, lo assaggia. Poi fa tintinnare con forza la sua coppa
contro quella del nuovo amico e la vuota d'un fiato.

Una donna, da sola nel bosco.

Sono giorni che si ciba di bacche, radici e dei rari animali
che riesce a catturare.  sporca, i vestiti sono logori, e le belle
fattezze ricordo di un tempo lontano.
Si aggira ai margini dell'accampamento, ma soltanto di
sera, ben attenta a non farsi notare da nessuno. Ormai  una
rinnegata,  stata esclusa dalla comunit per aver tentato di
rimediare a un torto fatto all'unico uomo che le abbia dato
calore.
In mente ha solo odio, desiderio di vendetta. Il tepore della
dea che ha servito per anni, e da cui  stata protetta, 
sparito. Strane voci circolano nella sua testa nuda, presenze
inquietanti dell'Ade, che reclamano di tornare dal regno dei
morti.
Calliope inizia a formulare la sua strategia.
Le ha dato assistenza, aiuto, rifugio. Per lei ha perfino
ucciso, inimicandosi un'intera citt e rischiando la vita. La
cagna dovr pagarla. Senza armi sar difficile, per questo Calliope
spia i movimenti all'esterno del tempio, pronta a cogliere
la prima occasione. Se ne sta rintanata come un topo su
una collinetta non distante, ben protetta da rovi e sterpaglie.
Riesce a scrutare senza essere vista: attende solo il momento
opportuno. Prima o poi Camma dovr pur allontanarsi,
magari per raccogliere erbe o radici. E a quel punto la prender
di sorpresa e le far scontare il suo tradimento.
I giorni passano, gli occhi fissi sul tempio e la mente ossessionata
da un unico pensiero. E poi, finalmente, dopo un'attesa
che le  parsa infinita, la vede.
Camma ha una bisaccia sulla spalla e una daga alla cintura.
Sembra pronta per partire verso chiss dove. Con lei Lucrezia,
il viso ormai sfregiato e avvolto nelle bende. Si incamminano
una mattina all'alba gi per la strada che si immerge
nella campagna sperduta, poi risalgono verso nord, lontane
da occhi indiscreti. Attraversano boschi e radure. E Calliope,
come una iena con la carogna, le segue a distanza lottando
contro il suo orgoglio. Complice la nebbia, le sente parlare,
coglie brandelli di conversazioni e parole chiave dei discorsi.
Mi sembra come di essere seguita, da un animale o da
qualcos'altro...
Sei troppo ansiosa.
Ma una volta arrivate a Sinuessa, come troviamo la casa
del Verro?
 l'unica accanto al fiume, fuori le mura. E ha le pareti
ocra.
Gli occhi di Calliope si illuminano come braci nella notte.
Il Verro, l'uomo che l'ha violentata e ha contribuito a sterminare
la sua famiglia: Camma gliene ha parlato un mucchio di
volte.
Calliope decide di mollare la presa, temporaneamente.
Fugge via, si allontana tra le paludi oltre Neapolis e si dirige
verso nord. Ha un nome, un luogo e un'idea: non le serve
altro. Ha pensato miliardi di volte a tendere un'imboscata,
fabbricarsi un'arma e colpirla nella notte. Invece adesso ha
trovato un modo per fargliela pagare molto pi sicuro ed efficace.
Lei, Silano e le altre traditrici rimpiangeranno di averla
cacciata via come un topo.
Le baster arrivare prima. E nutrirsi della propria rabbia.

24.

Pompei, dieci giorni dopo.

Le legioni stanziate in Cilicia sono giunte nella penisola
italica.
Un messo  appena rientrato a Pompei per avvertirlo.
Massimo cavalca per le strade con apparente disinteresse,
dirigendosi verso il porto. I mercanti escono dalle botteghe
e si voltano a guardarlo, i passanti lo salutano, perfino
i bambini smettono di giocare. C' polvere e sporcizia nel
quartiere ovest, portate dal vento caldo che ormai quotidianamente
soffia dal mare: vento d'Africa, di terre inesplorate.
Dove ogni tanto il prefetto  colto dalla tentazione di
fuggire. Ma per ritirarsi a vita privata bisogna aver chiuso i
conti con il passato. E, per Massimo, tutto  ancora troppo
aperto.
L'imperatore ha usato le legioni per reprimere una minuscola
rivolta scoppiata a Brindisi. Si trattava di una rissa tra
un centinaio di cittadini dovuta al gioco e alle scommesse:
una cosa cos piccola da poter essere risolta grazie a una manciata
di guardie cittadine. E invece Tito ha voluto lanciare un
segnale che si diffondesse in tutto il territorio dell'impero:
al rientro in Italia, la prima legione della Cilicia ha marciato
fino ai confini della citt. E ha punito in maniera esemplare i
responsabili dei disordini.
 tutto chiaro.
Il prossimo potrebbe essere lui. Se le legioni imperiali arrivassero
a Pompei, a Massimo non resterebbe che sottomettersi
o morire con le armi in pugno. Il suo piccolo esercito
non resisterebbe una sola settimana all'assedio. Senza contare
tutta la fatica fatta per arrivare fino a quel punto, che verrebbe
vanificata in un attimo. No, l'unica soluzione  quella
preventiva: rischiosa e folle. Ma  l'unica.
Accmodati, mio signore. Ti stanno aspettando dice un
soldato.
Massimo ha raggiunto la locanda sulla riva destra del porto.
Smonta dal cavallo, lo affida alle sue guardie e va a sedersi al
tavolo dove lo attendono Domiziano e altri senatori. Il mare 
pulito, luminoso, assomiglia ad una lastra di rame. Gli schiavi
stanno scaricando la merce dalla grande imbarcazione che ha
condotto il fratello dell'imperatore fin da lui. Massimo ha offerto
a lui e agli altri ospitalit, ogni genere di privilegio e anche
l'uso di alcune grandi ville situate a poca distanza dal teatro.
Come stanno Plinio e Marziale?
Come un pazzo che studia sassi e un perenne ubriaco...
ride Domiziano.
Massimo lo abbraccia. L'oste viene a servire un'anfora di
Taburno e molti piatti di ricci di mare appena pescati. I senatori
si avventano con voracit sul vino e sul cibo. Solo Domiziano
sorseggia dal suo calice con moderazione.
So che Plinio e il qui presente Domiziano hanno parlato
con molti di voi. E so che condividete la mia futura nomina a
proconsole della Betica.
Se sarai cos generoso con gli ispanici, stai sicuro che ti
nomineranno imperatore... grida qualcuno.
Gli altri senatori ridono. C' allegria, mentre l'oste continua
a servire piatti di polpo crudo, murena fritta e gamberi
conditi con farro. La costa verde del litorale pompeiano assomiglia
ad una terra vergine, pronta da depredare.
C' gi un imperatore, e non  mia intenzione sostituirmi
a lui. Anche se a volte credo che sia lui a desiderare che io
sparisca da Roma. Anzi, dal mondo.
Massimo parla con aria severa, tramutando di colpo l'atmosfera
del banchetto. I senatori ammutoliscono, qualcuno resta
con il boccone tra le labbra senza riuscire a masticarlo.
Altri annuiscono intimoriti.
Spigati dice uno tra i pi anziani, il senatore Caio Giunio
Balbo.
Siamo tra amici, e perci parler fuori dai denti. Ho appena
saputo che Cesare ha richiamato tre legioni dalla Cilicia,
che ora sono accampate presso Metaponto. Poco tempo fa ne
ha impiegata una intera per sopprimere i colpevoli di una misera
scazzottata a Brindisi... E chi vi dice che non marceranno
qui in Campania?
Lo stupore generale si trasforma in un mormorio e poi in
un caos di domande ed invocazioni.
Forse vuole far divertire i suoi soldati con le tue puttane:
sono tra le migliori dell'impero ride qualcuno.
Ma  un riso isterico. Qualcosa si  smosso, nell'animo dei
senatori. E Massimo sa di dover dare un altro colpo di martello
per colpire con il dubbio l'umore della tavolata. Soltanto
Domiziano mantiene il riserbo e la compostezza.
 vero, forse vuole soltanto punire me che, per lui,
rappresento una minaccia. Ma chi vi dice che dopo Pompei non
risalga con le sue legioni a Roma?
E perch dovrebbe fare una cosa del genere?
Non lo so... magari perch si sente accerchiato. O perch
vuole distruggere le libert senatoriali.
Un altro Rubicone?  impossibile! protesta il senatore
Balbo.
Massimo mantiene un volto contrariato, spaventato. Sente
di avere in pugno la platea. Finanche l'oste, cogliendo la solennit
del momento, rinuncia a tornare per versare un altro
giro di Taburno.
Forse mi sbaglio sulle vere intenzioni dell'imperatore...
Ma non sul suo carattere: non  forse lui che ha costretto il
fratello, il pi consono erede al trono lasciato dal compianto
Vespasiano, a ritirarsi a vita privata? domanda, indicando
alla sua destra.
Tutti si voltano verso Domiziano, che finalmente beve un
lungo sorso dalla sua coppa. Massimo sa che baster un suo
s per cambiare il corso della Storia. Dai tempi di Vitellio i
patrizi romani si sono istupiditi, sono diventati tronfi e hanno
perso appetito. Basta soltanto sollevare nel momento giusto
la minaccia di far loro perdere l'"ozio mediocre" per scatenare
una vera e propria rivoluzione. Ma Domiziano inizia a
mostrare segni di irrequietezza. Massimo credeva di averlo
dalla sua parte: Plinio glielo aveva assicurato. E invece ora
individua l'assillo del dubbio sul suo volto.
Frmati prima del precipizio, prefetto. Stai per entrare in
un luogo da cui non si pu tornare indietro.
Di cosa hai paura, principe? Non sei stanco di trascorrere
le tue giornate nell'incertezza, nella paura continua di non
poter pi vedere l'alba per causa di un tiranno che ti ostini a
chiamare fratello?
Domiziano batte il pugno sul tavolo. Molti dei senatori,
per, annuiscono, in accordo con Massimo. Prima ancora di
rendersene conto, stanno prendendo parte a un complotto.
Lo so che non  semplice. Ma sono gli di a volere che
tu prenda in mano la tua vita, e con essa il corso della Storia.
Per il bene del Senato e del popolo. Per la gloria di Roma!
Un grido di giubilo ubriaco si innalza dalla tavolata. Perfino
il vecchio senatore Balbo, il pi prudente e moderato, sorride
soddisfatto. "Se minacci il denaro di un ricco vigliacco,
eccolo subito trasformarsi in Giulio Cesare" pensa Massimo.
Domiziano si solleva dal tavolo e guarda tutti i presenti
con aria truce, inconsapevolmente complice. Poi getta la
sua coppa per terra e prende a passeggiare lungo la balaustra
di legno che li separa dal mare. Fissa i gabbiani, poi una
coppia di delfini che emerge saltellando dall'acqua. Un filo
di vento si  alzato e soffia scuotendo le vele
dell'imbarcazione.
Non  per la mia vita, che mi preoccupo, ma per la vostra.
Forse state facendo proprio il gioco di Tito: gli state dando
un pretesto per annientarvi.
Ma i senatori non lo ascoltano pi, si sono gi rituffati nel
cibo e nel vino, conditi da donne che l'oste ha fatto prontamente
sopraggiungere. Soltanto Massimo gli si avvicina,
dopo aver raccolto la sua coppa e averla di nuovo riempita
di vino.
E allora dovremmo farci trovare dieci volte pi pronti.
Non ci mancano mezzi, uomini o denaro. Ci manca una guida.
E quella non puoi che essere tu, mio signore gli dice.

Periferia di Sinuessa, lo stesso giorno.

 quella?
Penso proprio di s.  l'unica con le mura ocra.
Camma e Lucrezia scrutano la villa di campagna dall'alto
della rupe. C' ancora foschia lungo la costa: una massa biancastra
e compatta che le ha accompagnate per tutto il viaggio,
quasi l'oscuro sortilegio di una presenza maligna.
La piccola citt di Sinuessa  a poche miglia tra loro e il
mare. C' un torrente, non distante, che lambisce i campi
coltivati e il terreno recintato in cui pascolano le bestie. Il
fumo che proviene dal centro del tetto della villa indica che
qualcuno  all'interno.
E cosa facciamo ora?
Entriamo. Ricordi il piano? chiede Camma.
Lucrezia annuisce. Sono rimaste in osservazione per pi di
tre ore: hanno visto un uomo dal ventre prominente e tondo
uscire per portare foraggio alle mucche e ripulire il terreno
dagli escrementi. Con ogni probabilit  lui il Verro. Ed  da
solo, nella grande tenuta di campagna.
Camma  attraversata da mille sensazioni contrastanti. 
impaurita, incollerita, addolorata. In un attimo le sono tornati
in mente i ricordi che a fatica aveva cercato di seppellire.
Suo figlio Conall, il cui volto ha tormentato le sue notti insonni
fin dal giorno della distruzione del villaggio. Suo marito
Taranis, ucciso sul campo di battaglia con onore, come
si conviene al pi grande guerriero degli Ordovici. Ma anche
suo padre, sua sorella...
La dea Cibele ha lenito solo in parte le sofferenze della
donna, che ora sembrano riemergere moltiplicate e vive,
richiedendole l'unico farmaco possibile per tornare a governarle:
la vendetta.
Allora andiamo dice senza indugio, scivolando via dalla
rupe e preparandosi ad agire.
Camma sfila la daga che ha portato con s, si guarda attorno
e resta per un attimo in ascolto. La collina  immersa nel
silenzio, neanche un fruscio di serpenti o il cinguettio di un
uccello. Quindi rompe il beccuccio dell'ampolla che ha portato
con s:  un distillato di verbena e veleno di aspide. Una
dose normale pu uccidere un uomo adulto all'istante. Una
dose diluita lo paralizza nel giro di cinque minuti e riesce a
tenerlo in quello stato per oltre mezza giornata. Camma versa
dell'acqua nell'ampolla e opta per la dose diluita, intingendovi
accuratamente la lama della daga. Quando tutto  pronto,
le due amiche scendono gi per la scarpata fangosa che si approssima
alla villa. Ci sono zanzare e moscerini a intralciare
il cammino, e anche un odore sgradevole che proviene dalla
stalla. Sono vestite in maniera frugale, gli abiti un po' sporchi,
come se si trattasse di due vagabonde. Lucrezia ha pettinato i
capelli in modo da coprire le guance sfregiate.
Apriteci, vi prego. Veniamo a chiedere aiuto... gridano.
Il pesante portale della villa si spalanca dopo lunghi istanti.
Appare l'uomo dal ventre grasso. Ha la faccia butterata,
piena di cicatrici di una qualche vecchia malattia alla pelle.
Gli occhi sono azzurri, brillanti, assassini, e sembrano mitigare
il suo aspetto truce. Il respiro di Camma aumenta: s, lo
sente.  lui uno di quei soldati che grugnivano e la picchiavano,
abusando di lei. Quello a cui riusc a malapena a graffiare
il braccio e che invece avrebbe volentieri ucciso. Decio Moreno.
Un maiale: un Verro, appunto.
Chi siete?
Camma ha la gola secca. Il dolore e la rabbia le bloccano
le corde vocali.  Lucrezia, per fortuna, a venire in suo
soccorso.
Siamo in viaggio verso Sinuessa. Abbiamo attraversato le
paludi e i nostri cavalli sono morti... Ti chiediamo dell'acqua
e un po' di cibo, ti prego. Possiamo pagarti dice facendo
tintinnare la borsa con le monete.
L'uomo resta sulla soglia, sospettoso. Getta uno sguardo
oltre le due donne, annusa l'aria come in cerca di un indizio.
Dietro di lui, l'atrio disordinato  testimone di una villa in
piena attivit: zappe, pellame, giare di olio e di grano, animali
appesi ai ganci e da poco scuoiati.
I soldi non servono esclama dopo altri secondi di attesa.
Entrate, siete le benvenute. Perdonate la confusione, ma la
mia famiglia  via e ha portato con s tutti gli schiavi. Sono
da solo.
Camma e Lucrezia si sforzano di sorridere. Entrano nell'atrio
e la porta sbatte alle loro spalle. Un cagnolino scodinzola
e corre a fare le feste, le ragazze lo accarezzano.
Sedetevi, vi porto subito qualcosa...
Le due si accomodano attorno a un enorme tavolaccio di
legno. Il sole sta iniziando a spuntare dietro i banchi di foschia,
e getta una luce sinistra sulla villa.
Le stanze sono abbastanza spoglie, l'unico oggetto ornamentale
 un'anfora greca riposta sul muretto di ingresso e il
mosaico che, accanto a una fontana, recita CAVE CANEM. Sulla
parete di fondo  appoggiata una rastrelliera con zappe, vanghe
e altri strumenti da lavoro. Il Verro torna qualche istante
dopo con un piatto di carne secca e due coppe di vino, e
gliele porge in silenzio. Camma e Lucrezia si gettano sul cibo
con avidit: si sono nutrite di frutta e radici, e le loro scorte
sono davvero terminate il giorno prima. Dopo aver bevuto il
vino, Lucrezia fa per mettere mano alla borsa.
Ti ho gi detto che non servono. Non  quello che voglio
dice l'uomo.
Le due amiche si guardano stranite. Lucrezia  intimorita,
Camma istintivamente corre con la mano all'impugnatura
della daga.
In cambio potete levarmi una curiosit continua lui.
Parla pure.
Da dove provenite?
Da... Capua mente Camma, balbettando.
Il Verro si alza in piedi e riporta i piatti vuoti verso la cucina.
Torna con le coppe di nuovo piene di vino.
E qual  il vostro mestiere?
Lavoriamo nella bottega di un fornaio.
Camma sorseggia la sua coppa lentamente, l'altra mano
non si stacca dall'elsa sotto la veste. Il Verro ride come impazzito,
poi con un gesto rapido strappa la manica della tunica
di Lucrezia. Sulla spalla nuda campeggia il marchio a
fuoco del padrone che l'aveva acquistata prima che fuggisse
da Pompei.
Io dico che invece siete due schiave, una nata a Roma e
l'altra in un villaggio barbaro del Nord. E che siete venute fin
qua sperando di uccidermi.
Lucrezia indietreggia, inorridita. La coppa le scivola di
mano e va a schiantarsi al suolo, lordando di vino i piedi del
tavolaccio. Camma scatta in piedi ed estrae la daga. Ma prima
che possa vibrare un colpo, sente qualcuno alle sue spalle che
l'afferra e la strattona con violenza per i capelli. Camma scivola,
la lama le cade di mano, tenta di aggrapparsi a qualsiasi
cosa pur di non cadere. Il Verro afferra Lucrezia per la gola e
la inchioda al muro con le enormi mani.
Chi, maledetto... borbotta Camma, riuscendo finalmente
a voltarsi.
Ma i suoi occhi si piantano in quelli dell'ultima persona che
si sarebbe aspettata di incontrare. In un istante le  chiaro tutto.
Il viso sembra trasformato, inondato da una pazzia inarrestabile.
Persino il sole, che ora filtra abbondante nella villa,
le colora i capelli di una tinta sinistra. Come ha fatto a non
pensarci? Le ha spiate, le ha seguite: ha organizzato una trappola.
E ci si sono andate a infilare di loro spontanea volont.
Bentrovata, Camma... dice Calliope, calciandola con
violenza per terra.
Il Verro spinge Lucrezia contro la parete di fondo con una
forza inaudita. La ragazza sbatte con un tonfo sordo, poi inciampa
e finisce contro le punte aguzze della rastrelliera. Una
di queste le si conficca nel ventre, all'altezza del fegato.
Sembra bloccarsi in aria per un istante interminabile, poi emette
un gorgoglio agghiacciante, sfiatato, simile a una roccia che
si frantuma. Il sangue fuoriesce lento e nero dalla ferita: la
giovane avvelenatrice si affloscia contro le vanghe e gli altri
utensili, come un otre vuoto e strizzato.
Che hai fatto?! Gli spiriti maligni si sono impadroniti
di te...
No. Sono io che ho scelto di sposare Ade. Adesso  lui il
mio dio! dice Calliope ridendo.
La donna ha il volto contratto e i capelli sporchi e nodosi.
 stata furba, spregiudicata: ha anticipato il loro arrivo e
si  accordata con il soldato, rivelandogli il proposito delle
due ragazze di ucciderlo. In cambio ha anche ricevuto da lui
la condivisione di alcuni segreti impensabili, abominevoli: e
adesso li custodisce nella memoria con l'intenzione, prima o
poi, di farli fruttare. Calliope sembra invecchiata, trasformata
all'improvviso in un'entit che ha solo le parvenze dell'amica
di un tempo, dell'avvelenatrice devota alla grande madre Cibele.
Camma resta per terra, sotto la minaccia della lama che
l'altra le ha strappato di mano.
Legala al tavolo con queste corde dice il Verro, raccogliendo
delle funi utilizzate per tenere fermi i cavalli.
Camma si dibatte, sputa in faccia all'uomo che una volta
gi l'ha violentata, ma riceve due sonori ceffoni e viene
immobilizzata sul grande piano di legno. Prova a liberarsi,
urlando, sembra quasi una murena arenata sulla sabbia che
non trova pi la via del mare.
Non ricordo nemmeno pi quanto tempo  passato... E
tu vuoi farmi credere che sei sulle mie tracce sin da quel
giorno in Britannia? Ne uccidemmo e ne violentammo tante,
di puttane come te. Nella memoria ho conservato solo
il fetore del vostro villaggio e dei vostri bambini, sporchi e
malnutriti.
Il Verro ha abbandonato l'aria di onesto uomo di campagna
e in un attimo  tornato il soldato che ha combattuto
per anni nel fango, lontano da casa, nutrendosi dei bottini di
guerra e del cibo dei nemici. I suoi denti guasti e le mani piene
di geloni testimoniano un'avidit che fatica a nascondersi.
Mentre Camma continua ad urlare e dimenarsi, lui tasta il suo
corpo con frenesia, poi in un impeto di rabbia le strappa la
tunica con un gesto netto, lasciandola nuda.
Bastardo! Traditrice! Un giorno morirete, la dea non ve
lo perdoner...
Questo  sicuro. Ma accadr molto tempo dopo di te le
risponde Calliope, con gli occhi da invasata.
Quindi afferra la daga di Camma, che aveva riposto su uno
sgabello, e la osserva in controluce. Un alone rossastro circonda
la lama, Calliope l'avvicina alle narici e annusa per un
istante impercettibile l'aroma del veleno in cui  stata intinta.
Verbena e veleno di aspide, ne sono sicura... Non ho mai
visto che effetto facciano su un essere umano. Forse  il momento
di provare. E di vedere in quanto tempo raggiungerai
Prisco!
Camma grida e prova a divincolarsi, ma oltre alle corde
c' il Verro che la tiene ferma. Lucrezia  a terra, il suo corpo
ormai privo di vita. Calliope avvicina la lama allo stomaco
dell'altra e poi la solleva, come a volerle incidere una ferita
profonda e dolorosa.
Per farla soffrire ancora prima che il veleno faccia effetto.

25.

Pompei, nei pressi dell'acquedotto.

Il reclutatore si fa chiamare Prometeo.  un gigante, alto e
muscoloso. Dalle cicatrici che sfoggia sul petto si capisce che
ha combattuto infinite guerre: e le ha vinte tutte.
Lass ci sono cinque guardie. Dovete neutralizzarle e far
crollare l'impalcatura. L'acquedotto verr gi da s...
Zeno annuisce convinto, i suoi compagni un po' meno.
Sono nascosti in una specie di fossato sul limitare del bosco,
poco prima della parete rocciosa del Vesuvio. Le mura
di Pompei e il mare sembrano sperduti, da l. I vagabondi
incontrati alla taverna hanno trovato un contatto diretto con
il reclutatore, che ha deciso subito di metterli alla prova: chi
compir la missione verr accettato nella trib di Silano, e
potr combattere a viso aperto contro i soldati romani. Gli
altri torneranno da straccioni a ubriacarsi e mendicare denaro
alle porte della citt.
I quattro escono dal fossato strisciando per terra e coprendosi
di fango. Il fogliame  umido e devono stare attenti a
non fare troppo rumore. In alto l'enorme acquedotto, che dal
fiume Sarno convoglia per miglia e miglia le acque che dissetano
le citt vesuviane. Nel caldo quasi estivo, l'aria  resa
frizzante dagli schizzi che piovono gi dai grandi archi sopraelevati.
Sul lato ovest, una grande impalcatura in legno, su
cui di mattina lavorano centinaia di schiavi,  stata innalzata
per consentire di riparare le continue perdite. Ma ora  sera
e c' solo uno sparuto gruppo di guardie a presidiare l'opera
pubblica.  la fase pi delicata dei lavori: ci vorranno soltanto
altri venti giorni per completarli, ma fino a quel momento
buona parte del peso dell'arcata si scaricher sull'impalcatura
superiore. Se si incendiasse o, peggio, crollasse, sarebbe un
vero disastro.
Usiamo quelle corde per arrampicarci, voi due tentate di
distrarli da questa parte dei ponteggi mormora Zeno.
Ha gi un piano. Le guardie sono cinque: ma in uno spazio
cos ristretto come il corridoio sul ponte che costeggia
il flusso dell'acqua sar difficile per loro ingaggiare una
battaglia di gruppo. Una qualsiasi lotta diverr necessariamente
un corpo a corpo. E, privi di armatura e liberi di
muoversi, per i quattro aspiranti banditi sar tutto molto
pi semplice.
Zeno e uno dei vagabondi si arrampicano sulle corde dei
contrappesi, scalando a fatica le cinque pertiche che li separano
dalla sommit dell'arcata. Gli spruzzi d'acqua rendono
scivolosa la parete di pietra, e intralciano la salita. Nel
frattempo, gli altri due salgono comodamente sull'impalcatura
e raccolgono pietre e bastoni, iniziando a rumoreggiare
come ragazzini. Subito le guardie si affacciano dalla sommit
dell'acquedotto.
Che state combinando!? Levatevi da l immediatamente!
I due, invece, insistono con il chiasso e i soldati scagliano
dall'alto le loro lance, ferendone uno alla spalla. Nel frattempo,
Zeno e l'altro uomo si aggrappano al bordo del ponte e si
tirano su, zuppi ma ripuliti dal fango e dalla sporcizia.
Il fragore dell'acqua rende le guardie sorde, e questo  un
vantaggio insperato, che nessuno degli aspiranti banditi aveva
calcolato. Prima che possano voltarsi e rendersi conto del
tranello, Zeno spinge gi due soldati, che si schiantano con
un botto sordo sul terreno, sparpagliando viscere e sangue
ovunque. Le altre tre guardie esitano per un istante, poi sfilano
i gladi e cercano di accerchiare i vagabondi. Ma lo spazio
 stretto e hanno difficolt a vibrare i colpi o assestarsi in
posizione difensiva.
Zeno ne approfitta e si lancia sulle loro gambe, scivolando
sulla pietra umida e piena di muffa: sembra un grottesco
gioco di palla e birilli. I soldati cadono per terra e le lame
sfuggono loro di mano. Uno finisce addirittura nel canale
dell'acqua, venendo trasportato rapidamente dalla corrente.
Figlio di un cane! grida la guardia a comando del reparto.
Zeno  pi lesto dell'altro e recupera uno dei gladi, quindi
si lancia addosso al nemico. Vibra con violenza tre colpi
in rapida successione, che spaccano in due lo scudo sotto il
quale il soldato si  riparato. Poi gli trafigge la gola con la
punta della spada e si volta verso l'ultimo sopravvissuto. 
poco pi di un ragazzino, la spavalderia e la disciplina militare
hanno lasciato spazio al tremore. Zeno lo afferra per la
chiusura della corazza, come se volesse lanciare anche lui gi
dall'acquedotto.
Poi lo spinge, facendolo inciampare nel cadavere del commilitone.
Si indica la cicatrice che ha sul volto e contrae lo
sguardo in una smorfia di odio.
Guarda bene questa faccia: la prossima volta che la vedrai
sar nel giorno della tua morte lo minaccia. Vai via,
tornatene a Pompei! gli grida.
Il giovane soldato non se lo lascia dire due volte. Fugge,
scomparendo lungo l'infinito percorso del ponte.
Zeno ride sprezzante, l'altro vagabondo alza le mani in segno
di giubilo. Dalla base dell'acquedotto, i banditi ormai
arruolati lanciano urla di vittoria.
Sulla strada del ritorno, Zeno e Prometeo si fermano a riprendere
fiato. Gli altri vagabondi sghignazzano seduti su un
masso a poca distanza, gi ubriachi: hanno deciso di festeggiare
prima ancora di entrare materialmente a far parte della
trib.
Sei stato spericolato. Ma abile.
Zeno beve un sorso d'acqua e guarda all'orizzonte. L'enorme
incendio appiccato all'impalcatura sbuffa fumo e spande
calore tutto intorno all'acquedotto.
Ero... un soldato risponde lui, tentennando.
Non avevo dubbi.
In realt non un semplice soldato. Ero un ufficiale alle
dipendenze del duumviro Massimo. Sapevo fare bene il mio
lavoro, ma non sono stato furbo abbastanza.
Prometeo lo fissa incuriosito. Zeno  ancora titubante:
teme che il suo passato possa irritare o insospettire in qualche
modo i banditi. L'unica cosa che non vuole  essere di nuovo
cacciato da qualche posto. La sua voce lascia trapelare che 
alla ricerca di pace, di stabilit. Di un luogo dove rimanere
al sicuro.
Cosa intendi?
Che mi sono lasciato usare e strizzare per bene. Quando
quel figlio di una puttana non ha avuto pi bisogno di me,
mi ha gettato in mezzo a una strada come l'ultimo dei cani...
Il gigante arriccia il naso per l'odore pungente che il vento
trasporta verso di loro. Poi starnutisce e si stropiccia gli
occhi.
Ho capito dove vuoi arrivare, ma non devi temere. Silano
 un uomo giusto: hai dato prova del tuo valore ed hai perfino
ucciso quattro soldati pompeiani. Le tue azioni parleranno
per te.
Lo spero dice Zeno sbuffando.
Prometeo indica l'incendio che ormai  divampato in maniera
incontrollata. L'impalcatura oscilla, trema, poi si sbriciola
come grano secco e cade gi, assieme a buona parte
dell'arcata superiore. L'acqua schizza con un grande scroscio
e sfrigola a contatto con il fuoco. Si forma una specie di cascata,
che in breve si allarga su buona parte della vallata: non
ci vorr molto prima che il flusso diminuisca e poi cessi del
tutto, nella citt. Con grande danno dei ricchi patrizi e dello
stesso prefetto pompeiano. E con ingenti spese da sostenere
per provvedere alla sua riparazione.
Credimi... parleranno a lungo aggiunge Prometeo,
ridendo, e faranno parlare anche un bel po' di gente.

26.

Gli incubi tormentano Silano. Sogna necropoli immerse
nelle paludi, fuochi fatui e mostri alati che volteggiano tra i
rami di alberi marciti, pronti a divorare teste ed abbeverarsi di
sangue.
Si sveglia quando la luna  gi alta. L'accampamento dorme
di un sonno spossato. Silano in cuor suo conosce la risposta
alla domanda che i suoi sogni non osano formulare apertamente.
Gli bastano pochi minuti per riprendere lucidit e
agire: si veste, recupera una bisaccia riempiendola di provviste
e sceglie un armamento leggero. Poi monta a cavallo di un
purosangue depredato giorni prima da un insediamento militare
e sfreccia nella notte gi dal Vesuvio, diretto verso nord.
Camma  partita da un giorno e mezzo: se sfider la sorte
e la presenza delle guardie romane, cavalcando al buio per la
via Appia giunger in breve tempo a Sinuessa.
Nascondetemi dalla vista dei nemici, di del cielo, e io
sacrificher questa stessa cavalcatura per voi! prega a pi
riprese.
E cos, dopo quasi un giorno di corsa forsennata, Silano
arriva alla periferia della citt. Sinuessa si erge tra il mare
e la collina come un gigantesco mostro marino a pi teste.
Tutt'attorno, la campagna aperta, attraversata da un fiume
che lambisce campi coltivati e rare abitazioni. Silano individua
quella di Decio Moreno, dalle pareti ocra, inconfondibili.
Smonta da cavallo, gli accarezza il lungo collo nero e poi lo
trapassa con la spada, tenendo fede al suo patto con i numi.
La bestia si accascia con un nitrito impercettibile. Quindi,
l'uomo si avvicina alla grande villa da cui non sembrano provenire
rumori.
Il portale  chiuso, ma i grossi massi scheggiati e tinteggiati
di giallo offrono un appiglio. Silano si arrampica sulle
mura sperando di cogliere qualche movimento, e finalmente
avverte un suono. Un grido, acuto, di donna.  la voce di
Camma che lancia imprecazioni e minacce. Silano ringrazia
di nuovo Giove di avergli donato l'intuizione. Scende con un
balzo dalle mura e sguaina la spada, correndo verso la cucina
della villa.
Tieni ferma quella puttana!
Calliope sbraita contro un uomo grasso ma muscoloso,
brandendo un pugnale poco sopra il ventre di Camma, legata
a un tavolaccio. La furia risale dallo stomaco di Silano fino
al cervello, annebbiandogli gli altri sensi. Si lancia verso il
tavolo urlando e vibrando un fendente. Calliope viene colpita
a una spalla. Indietreggia e resta quasi impietrita per la sorpresa.
L'uomo afferra uno sgabello e glielo scaglia contro, poi
recupera un attizzatoio dalla fornace, con agilit insolita per
una corporatura robusta come la sua.
Tu devi essere Decio Moreno.
E tu chi sei? Che gli di ti maledicano!
Calliope getta un'occhiata di sprezzo al corpo senza vita di
Lucrezia, poi indietreggia lentamente fino a guadagnare l'ingresso
della villa. La ferita alla spalla gronda sangue, se non
verr tempestivamente curata, suppurer trasformandosi in
una piaga infetta. Prima che Silano possa bloccare il cammino,
il Verro gli  addosso brandendo l'attizzatoio. I colpi
sono pesanti, rimbombano sotto la grande volta che congiunge
la cucina all'atrio.
Sono un uomo che serviva Cesare e l'impero. E che ha capito
quanto sangue di maiale scorra nelle vene dei suoi fratelli
romani! grida Silano.
I suoi fendenti vanno spesso a vuoto, colpendo il muro e
facendo staccare grossi frammenti di pietra. Il Verro guadagna
qualche passo e, dalla distanza, gli scaglia contro qualsiasi
cosa gli cpiti tra le mani: brocche, piatti, coppe, perfino
l'anfora greca che ornava l'ingresso della villa. Camma, a furia
di strattonare le corde, si  ferita il polso ma  riuscita ad
allentarle. Silano si fa scudo delle colonne del portico e ogni
tanto esce allo scoperto affondando la spada, ma il Verro 
molto abile nel bersagliarlo con oggetti sempre pi letali,
riuscendo in qualche modo a tenerlo bloccato.
Non uscirai mai vivo di qui lo minaccia l'uomo.
Mentre sta aggirando il tavolaccio, con l'intento di recuperare
la daga caduta dalla mano di Calliope, Camma afferra
una grossa lampada ad olio e colpisce il Verro alla nuca.
Quello barcolla e si aggrappa ad una colonna, Silano a sua volta lo
manda a sbattere con il viso contro uno sgabello, poi lascia
che si accasci al suolo.
Calliope! dice Camma, mentre lui la aiuta a liberarsi dalle
corde.
 fuggita verso la citt o chiss dove...
Allora non ci resta che far parlare questo maiale dice lei.
Silano la abbraccia e la bacia furiosamente, poi solleva
il corpo enorme dell'uomo e lo lega al tavolaccio. Intanto,
Camma prende tra le braccia il viso esanime di Lucrezia e lo
ripulisce dal sangue ormai incrostato. Quando si riprende, il
Verro fa fatica a trattenere il terrore.
Miserabile bastardo... Tu e questa puttana volete uccidermi?
Allora fate in fretta! sussurra.
Camma  presa da una smania feroce. Abbandona Lucrezia
e si getta sull'uomo tempestandolo di pugni. Tutto quello
che aspettava, tutto quello ha desiderato nei lunghi mesi da
schiava, legata alle catene nella carovana che ha attraversato
l'impero, costretta a prostituirsi nel lupanare di Pompei,
si  finalmente realizzato. Decio Moreno, uno degli uomini
che l'hanno violentata e hanno distrutto il suo villaggio, finalmente
 davanti a lei. Indifeso.
Da morto non mi servi. Voglio sapere chi era con te quel
giorno: e chi era il vostro ufficiale, quel viscido cane che vi ha
permesso di sterminare la mia famiglia e la mia gente!
Il Verro respira in maniera affannata. Le guance tonde si
arrossano denunciando la sua vergogna, pi che la paura. Ma
un sorriso, di chi ha intuito una via di fuga, si allarga sul suo
volto.
Non lo saprai mai risponde.
Camma sbuffa e raccoglie la daga da terra, poi se la rigira
tra le mani. Silano ne intuisce l'angoscia e si frappone tra lei
e l'uomo.
Lascia fare a me. Ne ho fatti parlare di molto pi valorosi.
Afferra la lampada ad olio, poi accende la fiammella ricorrendo
a uno dei carboni della fornace e vi scalda contro la
punta del suo gladio. Il Verro geme, intuendo ci che sta per
accadere. Le torture fatte e subite durante le lunghe campagne
di guerra, che credeva di aver seppellito una volta per
tutte, tornano improvvisamente alla sua memoria. Un soldato
non smette mai di esserlo: nemmeno una volta morto.
Dille ci che vuole sapere dichiara Silano.
Quindi preme il ferro rovente sulla guancia dell'uomo. Il
Verro urla, si dimena, ma il marchio gli lacera la pelle come
burro e si imprime indelebile sul suo volto. Silano continua
cos su tutto il corpo. L'uomo grida di dolore ma non parla.
La sua sofferenza riempie il cuore di Camma di sensazioni
opposte, che attraversano perfino la piet, la nostalgia e il
dolore. Scegli la strada che ti conduce vicino al tuo destino. E
uccidili tutti.
All'ennesimo svenimento, la donna si introduce nella cucina
per cercare dell'acqua. La porta al suo uomo, suggerendogli
di bere.
 uno di quelli che preferiscono morire anzich parlare.
Allora forse dobbiamo provare in un altro modo dice
lei, fissando il corpo senza vita di Lucrezia.
Camma osserva il liquido che ribolle alla fiamma della
lampada. Attende che si raffreddi, poi si avvicina al volto
del Verro e gliene versa alcune gocce negli occhi. Anche se
l'uomo si dimena, il veleno fa effetto in pochi istanti,
gettandolo in uno stato di stupore, impotenza e parziale abbassamento
delle difese mentali. Il corpo non suda, la pelle si
contrae, l'odore di castagna del liquido si spande nell'aria
come se fosse autunno: Silano resta a pochi passi con l'attizzatoio
stretto in pugno, come se fosse pronto a torturarlo
di nuovo.
Puoi slegarlo dice lei.
Silano la guarda sbigottito. Ma Camma annuisce con una
strana calma dietro cui pare quasi celarsi la follia.
Il massimo che potr fare nelle prossime ore sar sollevare
un calice per bere. Niente di pi.
Il Verro lascia che il capo dei banditi gli liberi i polsi. Poi
resta ancora sdraiato per qualche istante e solo alla fine alza
lentamente la schiena. Ha l'aria di qualcuno che si  appena
ridestato da giorni di infiammazione febbrile.
Ricordi come ti chiami?
Decio... Moreno risponde lui.
Sei un soldato?
Lo ero. Ora sono a riposo.
E hai combattuto in Britannia a suo tempo?
Il Verro  soggiogato da un volere che ha quasi sdoppiato
la sua personalit. Risponde con fastidio, come se fosse minacciato
da cento soldati armati di lance. Guarda un punto
fisso in direzione della cucina.
S...
E mi hai violentata assieme ad altri uomini e a un ufficiale?
Io... non volevo risponde.
Il Verro resiste strenuamente, ma la sua mente  troppo
malconcia. Silano inizia a spazientirsi, ma Camma continua
imperterrita.
Lo so. Chi era con te?
L'uomo non risponde.
Chi era con te, maledizione? Voglio il nome dell'ufficiale
che con voi si  preso la mia vita e la mia famiglia! ripete lei,
urlando.
Nella villa sta calando l'ombra, il sole si  spostato dall'altro
lato della collina. Il Verro scende dal tavolo continuando
a fissare un grande baule riposto nella cucina: Camma se ne
accorge e forse, incuriosita dall'inconscia segnalazione, perde
di vista i movimenti impercettibili del suo prigioniero.
Sta indicando laggi dice a Silano, poi oltrepassa il grosso
forno e spalanca il baule polveroso.
Ci sono dei papiri, dentro, arrotolati e ordinati con cura.
Camma ne sfoglia qualcuno e capisce che si tratta di lettere di
familiari. Di sua moglie, in particolare: che si trova lontano, a
vegliare ormai da due mesi sul padre moribondo.
Che significa? chiede Silano.
Non lo so... Forse che la risposta si trova a Roma. O che
sua moglie sa qualcosa. Chiediamoglielo.
Camma si avvicina al tavolo reggendo uno dei rotoli. Glielo
sbatte sul volto, infastidita, ordinandogli di spiegarne il significato.
Nell'eccitazione della scoperta, non si  resa conto
che il Verro ha recuperato in silenzio la daga avvelenata che
era finita per terra. Quando se ne accorge  ormai troppo
tardi. Il suo volto impassibile  secco e teso: l'uomo sfodera
un sorriso ebete, testimone delle visioni che sicuramente sta
avendo, poi rivolge la lama contro la sua stessa gola e se la
trafigge.
No! urla Silano.
Il sangue sgorga fuori con lentezza idiota. Ma il veleno agisce
rapido, facendogli spalancare gli occhi. Il Verro crolla al
suolo tra spasmi e convulsioni. Dopo pochi secondi, tutto 
finito.
Maledizione sibila Camma.
Entrambi non sanno pi cosa fare. La donna scuote il corpo
dell'uomo con la caviglia zoppa, poi, esasperata, scaglia
la lampada ad olio contro una parete. La penombra cala sul
corridoio, appena oltre le cucine.
E adesso cosa facciamo? chiede.
Silano chiude gli occhi, come rivolgendo una preghiera
agli di protettori di quella dimora, poi inizia a prelevare legna
dalla fornace ed accatastarla nell'enorme giardino, appena
davanti alle stalle.
Diamo fuoco al corpo di Lucrezia, e anche a quello di
questo bastardo. Poi torniamo sul Vesuvio e studiamo per
bene quelle lettere. Forse la moglie sa qualcosa: e dobbiamo
scoprire dove si trova di preciso...

Due giorni dopo, quando il tramonto insanguina il mar
Tirreno, Camma e Silano sono nel folto di un bosco.
Si sono messi in viaggio a piedi e hanno dovuto battere
strade secondarie e sentieri di campagna per non dare nell'occhio.
Appena potranno, si procureranno dei cavalli. Denaro
ne possiedono a sufficienza: nella villa del Verro hanno trovato
una borsa con qualche denario d'argento e altre monete di
minor valore. Secondo i calcoli di Silano, manca poco meno
di un giorno di cammino a Neapolis. Di l, non ci vorr molto
per raggiungere il Vesuvio.
Hai trovato qualcosa?
La vegetazione si fa pi rigogliosa, e il bosco  immerso
nel profumo dei cedri. Camma continua a consultare con avidit
le carte. Non ha fatto altro da quando hanno lasciato
Sinuessa: ha ricostruito in lungo e in largo gli ultimi mesi di
vita del Verro. Poi si  imbattuta in una notizia che l'ha come
illuminata.
Forse... La donna parla di una casa nella Suburra, poco
lontano dal tempio di Venere. A quanto pare ci rimarr ancora
due o tre mesi.
A Roma?! chiede Silano, infastidito.
Camma annuisce, intuendo il suo sconforto. Poi gira la testa
verso la direzione da cui sono venuti. Silano l'ha raggiunta
per amore e l'ha addirittura salvata. Ma dalle sue scelte dipendono
le vite di centinaia di donne, anziani, bambini. Non  pi
un semplice centurione:  il capo di una trib che vuole essere
guidata e protetta dagli assalti degli aggressori romani. E deve
fare ritorno al loro accampamento, per continuare la lotta.
Non devi venire con me. Non questa volta dice lei,
baciandolo.
 l'unico modo che abbia per ringraziarlo. Camma sente
il desiderio vibrare in Silano: e sa di non provare gli stessi
sentimenti. Certo,  un ragazzo buono, dal cuore pulito, con
cui  bello parlare e trascorrere il tempo. Ma lei ha affidato la
sua anima alla dea Cibele fino alla morte: fino alla vendetta.
E non pu permettersi di modificare le sue scelte a causa di
un uomo.
Roma  pericolosa prova a borbottare lui, senza successo.
Lo so. Ma voglio trovare quel maledetto ufficiale. Lo
devo a mio figlio, alla mia famiglia: a me stessa dice d'un
fiato. Quando mi ha violentata avevo gli occhi cos gonfi da
non riuscire neanche a vederlo. Voglio sapere com' fatta la
sua faccia prima di rompergliela!
Camma geme e ripone uno dei papiri nella bisaccia. Il dolore
alla caviglia le fa tornare in mente, per un attimo, tutto
quanto accaduto pochi giorni prima: le sensazioni di paura,
tristezza, poi gioia e sadismo si sono mescolate a una velocit
impressionante, lasciandola stanca e svuotata. Suo figlio non
torner, e neppure suo marito e Lucrezia. Era ad un passo dalla
verit e ora non pu fare altro che rinnovare il patto con se
stessa: pazienza e vendetta. Se gli di l'hanno condotta fin l,
consentendole di uccidere il Verro, la scorteranno incolume
fino ai cancelli dell'Ade. Di questo  sicura.
Cosa succede laggi? chiede Silano, distogliendola dai
suoi pensieri.
Camma non ha notato nulla, ma l'uomo  stato attratto da
un rumore e dal movimento degli arbusti alla loro sinistra.
Forse sono cinghiali selvatici. Forse, con un po' di fortuna,
i cavalli che lei e Lucrezia hanno liberato due giorni prima.
Vado a vedere dice lui.
La donna annuisce. Tira fuori dalla bisaccia una focaccia
di grano duro che ha gi addentato poco tempo prima e comincia
a mangiare. Silano sfila il gladio e lentamente scompare
dietro i folti cespugli.
Sar l'ultima volta che lo vedr.
Un corpo spunta da dietro un grosso masso. Se ne aggiunge
un altro, poi dieci, poi molti di pi. Camma si accorge
della guarnigione di soldati solo quando una mano tenta di
tapparle la bocca per impedirle di urlare. Ma lei la morde con
ferocia e scoppia in un grido furibondo e risentito.
Vttene!
Il soldato pensa che si rivolga a lui e le molla un sonoro
ceffone per zittirla. Camma grida ancora, sperando che Silano
avverta il richiamo e fugga via. Poi alza lo sguardo e
osserva la pattuglia bardata di tutto punto. Sembra giunta li
apposta per lei.

27.

Pompei, tre giorni dopo.

Il palazzo del prefetto ha un'aria solenne, assomiglia ad un
tempio posto a guardia del foro, proprio a pochi passi dalla
statua della dea Minerva. Il marmo intarsiato e i mosaici raffiguranti
scene di caccia e di vita agreste sembrano stemperare
il freddo e l'inquietudine che promana dai grandi scranni di
legno e pietra.
Massimo siede al centro esatto della navata, con il viso sardonico
e un po' annoiato. Ogni giorno deve sorbirsi la processione
di contadini, prigionieri, mercanti truffati, assassini
da giudicare e disertori da giustiziare. In realt vorrebbe essere
altrove, dove la sua mente ritorna in maniera ossessiva:
a Roma, per sentire con le sue orecchie cosa stiano architettando
il divino Tito e il suo sguito. O anche solo alle terme,
dove Domiziano e i suoi amici passano la maggior parte del
tempo, sollazzandosi e godendo a sue spese.
Massimo  riuscito a tenerli stretti a s, spendendo un
patrimonio per alloggiarli e rimpinzarli d'ogni bene di intrattenimento:
eppure, il fratello dell'imperatore ancora non
ha sciolto la riserva sulla propria adesione alla congiura. I
senatori fremono, pi passa il tempo e maggiore  il rischio
che qualcuno tradisca, finendo per farli precipitare tutti nei
guai. Se solo potesse dare il via al suo piano segreto...
Basterebbero una guarnigione di venti uomini armati di daga e
un breve viaggio notturno nella capitale. Ma, senza un erede
della dinastia Flavia che l'esercito riconosca come legittimo
successore al trono, ogni cosa sarebbe perduta prima ancora
di essere messa in atto. Anzi: di essere anche soltanto
pensata.
A chi tocca, adesso? chiede il prefetto, svogliato.
Un soldato consulta il documento su cui  riportato l'elenco
dei questuanti.
Il padrone di un lupanare della via Stabiana: asserisce che
una sua schiava abbia ucciso un suo liberto e sia scappata.
L'ha ritrovata la guarnigione di Sinuessa tre giorni fa e ha
ricostruito l'identit della fuggitiva dal marchio sulla spalla.
Credo che... si aspettino una ricompensa risponde sottovoce,
mentre due guardie entrano trasportando la donna in catene,
seguite dal padrone del lupanare.
Mio signore, io...
So gi tutto. Per la vostra fedelt e dedizione, siete ricompensati
con una somma di cinquecento sesterzi. Potete
andare dice Massimo.
Poi si fa porgere una borsa di monete da un forziere e la
lancia alle due guardie. Sono poco pi che ragazzini, hanno i
volti ancora puliti e rassicuranti: si guardano negli occhi sorridendo,
poi si inchinano al cospetto del prefetto e si congedano.
Il proprietario del lupanare resta in attesa con il volto
sudato e un po' intimorito.
Come ha fatto una schiava ad uccidere un uomo e fuggire
senza essere presa?
In realt erano in due. Non so che fine abbia fatto l'altra
strega.
Perch le chiami streghe? chiede Massimo incuriosito.
Intanto volge lo sguardo a oriente, oltre la grande feritoia
del tempio, fino a intravedere la porzione di acquedotto ancora
in riparazione in lontananza. Gli coster un mucchio di
denaro: e le finanze scarseggiano. Ha dovuto dare fondo a
tutte le risorse depredate a Quintiliano per rabbonire l'esercito
e distrarre il popolo in miseria con feste e giochi. Ormai
gli restano solo le tasse sul grano e qualche propriet confiscata
ai rari truffatori. Come se non bastasse, la trib di banditi
gli sta dando filo da torcere: da pochi giorni ha scoperto
il motivo della loro abilit nel sabotare impianti e accerchiare
le pattuglie in ricognizione. Il loro capo ha una profonda preparazione
militare:  Lucio Sesto Silano, il soldato che stava
per far giustiziare nell'arena. Non si tratta di uno dei tanti.
Massimo lo ricorda bene durante la campagna di Britannia: 
un centurione abile ed astuto, che gli salv addirittura la vita.
Hanno ucciso il mio liberto con un veleno potentissimo.
E quando questa sgualdrina  stata catturata, le hanno trovato
delle ampolle piene di intrugli. Ecco perch voglio che la
condanni a morte, mio signore.
Massimo osserva la donna che, sporca e vestita di stracci,
si dondola da una gamba all'altra tra le catene. La caviglia
destra presenta un profilo innaturale, che curva all'improvviso
verso l'interno, come se fosse stata spezzata. Ma il volto
nasconde qualcosa di intrigante. Nella mente del prefetto
spunta un'intuizione, quasi un presentimento.
Come ti chiami? le chiede.
Camma balbetta lei.
 vero che sei una strega?
La ragazza guarda il prefetto con le palpebre che le pulsano.
 stata fin troppo fortunata, finora: le guardie che l'hanno
catturata non sapevano nulla di lei, di Silano o dell'uccisione
del Verro. Si schiarisce la voce e continua a spostare il peso
sul piede sinistro, meno logorato dalla fatica del viaggio.
No... ma so preparare veleni e medicamenti.
Come hai imparato?
Vengo dal Nord. Tra la mia gente  uso comune. E per
quanto riguarda l'uomo che ho ucciso, mi aveva appena violentata
e voleva tagliarmi la gola.
Bugiarda! interviene il padrone.
Ma Massimo lo interrompe con un gesto brusco della
mano. L'intuizione ha preso forma nella sua mente,  diventata
un'idea: se la donna  davvero cos abile, forse potr aiutarlo
a recuperare l'udito e a guarire quel maledetto timpano.
Ma soprattutto potr creare un rimedio capace di assoggettare
la volont di Domiziano alla sua.
Compro la vita di questa schiava. Dategli mille sesterzi
dice con finta noia ad un suo soldato.
Il padrone fissa stupito la schiava, poi il prefetto. Prova a
protestare: vorrebbe vendetta, anzi, giustizia. Ma Massimo sa
che il proprietario di un bordello  solo un mercante come
altri, che vende sesso invece di tappeti, o magari schiavi.
Mio signore, questa schiava mi  costata molto di pi.
Senza contare il danno che ha arrecato al mio commercio...
Il prefetto osserva divertito la scena. Dall'ingresso del palazzo,
la gente rumoreggia per entrare. Fa un cenno a un soldato,
ordinando di riempirgli una coppa di vino, poi si alza
dallo scranno sistemandosi la toga.
Se la condannassi a morte non ci ricaveresti niente.
Considera un regalo degli di questo denaro: e con esso la mia
amicizia. La schiava ora mi appartiene. Vivr e lavorer nella
mia casa assieme alle altre.

Chi sei? Dove siamo?
Calliope apre gli occhi, risvegliandosi dagli incubi che
l'hanno tenuta prigioniera per giorni. Ha sognato forme mostruose,
risate demoniache su abissi di lava e melma, ferite
indicibili al corpo procurate da di maligni. Nella stanza
della capanna in cui si trova ci sono un pagliericcio logoro,
un tavolo con poche stoviglie, qualche animale essiccato che
pende dalle travi di legno del soffitto, e dalla piccola finestra
filtra la luce flebile del sole. Sente umidit e odore di bosco,
attorno a s.
Tra Neapolis e il Vesuvio...
Chi parla  una vecchia donna dal viso arabo e vestita in
maniera frugale. Non sembra neanche una contadina: piuttosto
una vagabonda che ha trovato un luogo dove fermarsi e
procurarsi cibo. Non le occorre altro.
Come ci sono arrivata?
Vagavi nelle campagne. Avevi le vesti inzuppate di sangue,
e la febbre alta. Nel delirio parlavi di Sinuessa, non so
nemmeno da quando tempo fossi in quelle condizioni.
Solo allora Calliope si accorge di avere la spalla fasciata
con una striscia di stoffa vecchia ma pulita. Se prova a sollevare
il braccio, le fa ancora male. La donna le versa dell'acqua
in una ciotola e la fa bere, Calliope ricorda qualcosa: la
fuga dalla villa del Verro, il cavallo trovato nel bosco, la corsa
durata tutta la notte ed infine la febbre. Ignora perfino quanti
giorni siano passati.
Non hai risposto alla mia domanda. Chi sei?
La donna si avvicina ad un braciere dove ha riposto una
pentola con dentro un pezzo di carne e del brodo.  quasi
cotto.
Una che ha deciso di fermarsi qui, lontana dai Romani e
circondata da una foresta che le dia protezione.
Nessun posto  abbastanza lontano da Roma. Sei da
sola? chiede Calliope.
La donna ammicca, dopo un istante di titubanza. Calliope
intuisce che c' dell'altro. La guarda meglio e si accorge che
non ha marchi o tatuaggi sulle spalle nude: di sicuro non 
una schiava.
Avevi un uomo?
Mio marito. Era un soldato nella guarnigione di Stabia.
Ma se lo sono portato via i banditi sei mesi fa.
Calliope inghiotte in silenzio. Ha la gola secca, ma anche
se beve dell'acqua avverte lo stesso fastidio.
La donna sposta la pentola dal braciere e ne versa il contenuto
in una scodella, poi aspetta che si raffreddi.
Calliope sente una scossa vibrarle gi per la spina dorsale,
come una smania di rimettersi in cammino: Silano e Camma,
i due infami, sono sopravvissuti alla sua trappola. E genereranno
altro dolore, uccideranno altri amori e condanneranno
all'infelicit altre donne. La prima battaglia  persa, ma la
guerra  ancora lunga. Deve trovare un modo per tornare in
azione ed avvicinarsi di nuovo all'accampamento.
I banditi sono gente pericolosa.
Gi... mormora la donna, persa nei suoi pensieri.
Poi afferra la ciotola e la accosta alla bocca di Calliope,
facendola bere. La carne  tenera, il brodo  ricco di verdure
e spezie.
 buono.
Ne sono felice. Ti far guarire prima dice.
Avrai il tuo risarcimento, questo te lo posso giurare. E
anche la tua vendetta.
E tu che ne sai?
Calliope alza una mano e accarezza impercettibilmente il
braccio dell'altra. Un sorriso le spunta all'angolo della bocca.
Lontano, il sole  spuntato dalle nuvole e fiammeggia nel
cielo.
Lo so. Me l'ha detto la dea sussurra.
...
Gladio.

La maggior parte dei mali che cpitano all'uomo
sono cagionati dall'uomo.

Plinio il Vecchio, Storia naturale VII, 5.

28.

Sul Vesuvio, un mese dopo. Estate 79 d.C.

Qualcosa  cambiato, alle pendici della grande montagna.
Da quando  rientrato, Silano si  fatto pi cauto e sospettoso.
Non a torto: i soldati pompeiani hanno mutato strategia
e ora rastrellano ogni notte una porzione diversa di territorio,
decisi a stanare e distruggere ogni avamposto ribelle. Sono
diventati accurati e meticolosi: sanno muoversi con circospezione
e riescono quasi a prevedere le mosse dei banditi,
mietendo vittime su vittime.
Cos, da circa tre settimane i banditi sono diventati una trib
nomade. Hanno abbandonato definitivamente il tempio
di Cibele e, assieme alle avvelenatrici, si spostano qua e l per
le vaste pendici del Vesuvio. Silano li costringe a cambiare rifugio
ogni quattro, cinque giorni. Non  semplice trascinare i
carri, i bambini e gli anziani gi per i sentieri del bosco,
spesso in grotte o edifici di fortuna. Ma  l'unico modo per non
venire annientati. C' come una mano invisibile che guida i
pompeiani e rende la loro tattica sempre pi efficace. Come
se non bastasse, il cibo scarseggia e in alcuni giorni procurarsi
dell'acqua potabile diventa decisamente un'impresa.
Ma c' dell'altro che affligge Silano, e lo lascia pensieroso
per ore a contemplare l'orizzonte dalla sua tenda.  Camma.
Non sa che fine abbia fatto, da quel giorno. Ricorda soltanto
le sue grida, lui che si apposta dietro un cespuglio e capisce
che non c' nulla da fare contro le decine di soldati della
guarnigione. Quando fa ritorno all'accampamento, chiede ai
gemelli Curzio di spingersi fino a Sinuessa e poi a Pompei,
cercando di raccogliere informazioni sulla donna: ma non
serve a nulla. Forse  stata venduta, forse uccisa; di Camma
sono sparite le tracce e Silano non si d pace. Pensa sia colpa
sua. Pensa che sarebbe stato meglio morire tentando invano
di salvarla piuttosto che sopravvivere con il rimorso e la mancanza
di lei. La schiava ordovica gli  entrata sotto la pelle,
dentro il sangue: era convinto che Giove in persona gliela
avesse fatta incontrare per alleviare le sue ferite di bandito e
disertore. Ora intuisce che Venere e Plutone, uniti nel sarcasmo,
si sono presi gioco di lui.
La donna  qua fuori...
Silano annuisce e scosta il lembo della tenda. Poi batte una
mano sulla spalla di Zeno e raggiunge la vecchia dall'altro
lato della radura. L'uomo  una delle nuove reclute.  molto
in gamba e ha un'attenta conoscenza del territorio e delle
strategie di guerra: fino a poco tempo prima era integrato
anche lui nell'esercito pompeiano, come centurione. Ricorda
di averci combattuto assieme in Britannia e di averlo visto tra
le guardie nel palazzo del prefetto. Cos, ha deciso di sincerarsi
della sua buona fede: il gigante Prometeo ha condotto
un'attenta opera di indagine, e ha scoperto che Zeno  stato
sbattuto fuori dalla legione per inadempienza. Il suo valore
militare si  subito convertito in odio per i soldati romani:
nell'attentato all'acquedotto, ne ha uccisi ben tre.
Pi tardi ci ritroviamo nella mia tenda, ti devo parlare.
Vorrei che tu e i gemelli Curzio formaste delle pattuglie
per setacciare il territorio: dovete prevenire le mosse dei
pompeiani.  l'unico modo per sopravvivere dice, ma non
farne parola con nessuno: solo voi tre conoscete l'obiettivo
della missione.
Zeno lo guarda entusiasta. Gli occhi intimoriti e remissivi
per un attimo hanno luccicato di gioia: come se finalmente si
sentisse accettato e tollerato. Come se finalmente fosse uno
di loro.
Grazie, Silano... riesce appena a rispondere prima che
l'altro sparisca nel bosco.
La vecchia lo attende seduta per terra, dietro un circolo di
pietre dalla forma rudimentale. Non ci sono occhi indiscreti
attorno, l'ombra e il silenzio invadono la macchia boschiva.
Che vuoi sapere?
Il destino... di una persona. La tua sorella Camma.
La donna stringe le labbra.  una delle avvelenatrici pi
anziane. Da quando ha saputo della morte di Lucrezia si 
come ritirata in se stessa: aveva cresciuto la ragazzina come
una figlia ed era convinta che la dea Cibele avesse riservato
per lei un destino luminoso.
Siediti di fronte a me e bevi dice lei, seccamente.
Silano osserva i lineamenti rugosi farsi pi densi. Il viso
della vecchia ha un che di serafico eppure di inquietante,
come se conservasse dietro la sua pelle chiss quali segreti.
Afferra la coppa e beve senza chiedersi cosa sia: sente un sapore
acido, come di mele stantie, e poi qualcosa inizia a fluttuare
nella sua testa. Senza che glielo ordini, chiude gli occhi
e stringe le mani della donna.
Mi dispiace che Lucrezia sia morta. E non do la colpa
solo a Calliope... La verit  che senza Camma non riesco a
vivere: questa cosa la sanno tutti, ma la confido solo a te.
Il cammino verso la verit conduce gli uomini e le donne
al tradimento od all'inganno. Solo la dea conosce in anticipo
le nostre mosse: ma nemmeno lei pu cambiarle. Il destino 
qualcosa di pi antico e potente.
Voglio sapere se  viva. E cosa posso fare per riaverla
dice Silano.
La donna intanto ha ravvivato il fuoco. Getta qualcosa,
forse una polvere, che scoppietta tra le fiamme. Improvvisamente
il cielo si fa scuro e il vento prende a sollevare le foglie
dal bosco. Silano si sente invaso da una strana inquietudine,
si guarda attorno e gli pare quasi che strane presenze prendano
vita tra i tronchi degli alberi e i sassi: sente delle voci,
dei sibili. Poi la testa vortica come se fosse sovrastato da un
oceano di acqua e melma.
Resta nella tua tana, leone dorato. E donaci il miele della
saggezza, affinch anche noi possiamo sopravvivere...
Che sta succedendo? chiede lui.
Ma la vecchia continua a cantilenare. Quando la sua voce
si  ridotta quasi a un mormorio, apre gli occhi e spinge via
le mani di Silano.
Le porte del futuro si sono spalancate per un istante. Ho
visto Camma, e l'ho trovata in buona salute. Ma so che non
durer. So anche che hai gi vissuto l'esperienza del sacrificio,
un tempo. E tutto quello che la dea mi permette di capire 
che presto dovrai replicarla, per salvare la persona che ami.
Ma come faccio a sapere dov'?!
Questo non posso dirtelo. Devi solo avere fiducia che le
vostre strade si riuniranno. Solo se non la cercherai...
Silano ripensa improvvisamente all'amico Rufo, alle sue
ultime parole: "Un vero cristiano non pu avere propositi
di vendetta". La vecchia ha ragione. C' stato qualcuno che
si  sacrificato per lui, un tempo. Ma in questo istante Silano
non riesce a capire come ci si colleghi al proprio destino, a
Camma, al tradimento di Massimo e al disperato tentativo di
sopravvivere all'esercito pompeiano. Sa solo che deve guidare
la sua trib alla lotta e alla felicit. E se gli di vogliono che
lui muoia, ben venga: purch gli consentano di portare con s
quante pi anime di Romani possibile.
Il vento si ferma. Nel bosco tornano il silenzio e la luce.
Il senso di morte e desolazione sembra cessare nello stesso
istante. Il capo dei banditi se ne resta l, inginocchiato per
terra, in preda ad una tempesta di dubbi.
Non riesce a capire se abbia avuto una visione o si sia trattato
di un prodigio reale.

Massimo  steso sul triclinio, con gli occhi chiusi. Camma
gli versa nell'orecchio destro cinque gocce di un preparato
che ha distillato dopo molte ricerche. Il prefetto si massaggia
il padiglione con le nocche ed aspetta che il liquido venga assorbito.
Poi si mette a sedere e sorride. Da quando ha iniziato
la cura, qualche giorno prima, sente che il suo udito  in parte
migliorato: ma soprattutto non ha pi giramenti di testa o
quella fastidiosa sensazione di vuoto.
Sei brava. La tua pozione  incredibile.
Grazie, mio signore.
Camma china la testa e ringrazia. Da quando si  trasferita
nella residenza del prefetto, in un solo istante ha recuperato
il linguaggio e le movenze che si addicono a una schiava. Le
disavventure e le esperienze vissute per mesi, dal tempio delle
avvelenatrici alle sortite dei banditi capeggiati da Silano,
fino a Sinuessa, le sembrano leggende confuse e vaghe. Come
se non fossero state decise e vissute da lei in prima persona.
In effetti, Camma sa di dover essere grata agli di per averla
scampata ancora una volta: l'uccisione del Verro ha contribuito
a sanare la sua ferita e l'ha aiutata a ritrovare giudizio
e parziale serenit. Ma la notte ancora scalpita, nei sogni.
Strane visioni le si affacciano nella mente. Visioni di morte,
di vendetta. Immagina di trovare la moglie del Verro a Roma
e di strapparle la verit, poi di rintracciare l'ufficiale che la
violent e consent lo sterminio della sua famiglia, e fargliela
pagare. Dopodich, potr anche morire: la sua vita sar lavata
dalla giustizia e dal sangue dei Romani.
Mi chiedo se tu non sia cos brava con l'alchimia da fare
qualcos'altro per me... dice Massimo.
La voce del prefetto  insinuante. Camma intuisce che questo
 il vero motivo per cui l'ha graziata: il motivo che cercava
da oltre un mese. Massimo ha voluto testare la sua affidabilit.
Evidentemente, la prova  stata superata a pieni voti.
Dimmi, mio signore.
C' una persona che non vuole fare una cosa che invece
dovrebbe fare. Diciamo che nella sua anima  in corso una
battaglia, e io vorrei indirizzarlo per il meglio. Ma dovrei
prima fare in modo che i miei consigli diventino per lui
importanti.
Vuoi una pozione per suggestionarlo?
Ecco, qualcosa del genere...
Massimo si alza in piedi. Sul tavolo imbandito, accanto alla
finestra, ci sono formaggi e frutta di ogni genere. Il prefetto
strappa qualche acino d'uva e lo infila in bocca, masticando
con gusto. Poi si avvicina a Camma e le sfiora impercettibilmente
la guancia.
Posso provarci... risponde lei, mentre avverte un brivido
e uno strano calore pervaderle il corpo.
Non la disgusta il contatto con il prefetto: nonostante la
faccia crudele ed i capelli crespi, non ha un brutto aspetto.
Nella sua precedente vita da meretrice ne ha visti di peggio...
E poi si  sempre comportato in maniera equilibrata e perfino
premurosa con lei: le ha donato abiti e gioielli. Se solo avesse
voluto, avrebbe potuto possederla fin da subito, come con
le altre schiave. Invece, la sua abilit da avvelenatrice la rende
inattaccabile o addirittura importante ai suoi occhi. Per
essere un soldato abituato alla violenza, appare fin troppo
gentile; se non fossero padrone e schiava, Camma direbbe
addirittura che la sta corteggiando. Forse pu volgere la cosa
a suo favore. Forse pu usare il compito affidatole come un
pretesto per inseguire i propri istinti: Roma, la moglie del
Verro. La vendetta.
Non avevo dubbi.
Ma sar un lavoro lungo e difficile, mio signore: occorrono
rose selvatiche, fiori di genziana e radici di mandragora.
E dove si trovano? chiede lui, avvicinandosi un po' di
pi al suo corpo, al punto che Camma pu avvertirne il respiro
tiepido.
In Gallia o anche... sulle montagne tra Frusino e Roma.
Il prefetto la fissa negli occhi, come a cogliere la verit con
uno sguardo. Poi passeggia tra i triclini e si siede di nuovo,
guardando il sole fuori dalla finestra.
Allora  deciso. Partirai domani stesso. Ti affider due
guardie a cavallo afferma.  inutile che ti rammenti che se
fallisci nel tuo compito non potr pi proteggerti.
Camma lo guarda, sul viso un misto di gratitudine e timore.
Mentre esce dalla stanza, si rende conto che ormai da
molti giorni non pensa pi a Silano.

29.

La pattuglia comandata da Quinto Curzio  formata da
cinque uomini in tutto. Hanno setacciato la vallata a nord del
Vesuvio, che si apre tra due boschi di pini e si affaccia sull'entroterra.
Tutto sembra tranquillo e non c' ombra di soldati
pompeiani: nel caldo torrido dell'estate, l'unico rumore che
invade il territorio  quello delle cicale. C' il rudere di un'antica
villa di campagna ai piedi della vallata. La pattuglia pensa
di sfruttarlo per riposarsi all'ombra dopo un'intera giornata
di sfiancante perlustrazione. Quando attraversano l'ingresso
diroccato, per, si accorgono della trappola: i Romani li stavano
aspettando.
Sembra quasi assurdo.
Hanno utilizzato tutte le precauzioni possibili. Nessuno
conosceva l'itinerario, a parte Silano, Publio Curzio, Zeno
e i pochi uomini al loro comando. Come potevano sapere
del loro arrivo? La battaglia  cruenta ma breve. Gli imperiali
vorrebbero catturarli, ma i banditi preferiscono morire
da eroi anzich sopravvivere da schiavi. Un centurione pompeiano
trafigge Quinto Curzio alla gola con la punta della
lancia, poi un altro legionario fa lo stesso con Marco Varrone.
Quando si fa notte e nessuno di loro ritorna al rifugio, Silano
capisce che qualcosa  andato storto.
Ci sono poche spiegazioni plausibili dice, seduto su uno
sperone di roccia mentre guarda a valle.
Il nuovo rifugio  in una porzione di bosco e terra pietrosa,
quasi sotto la cima dell'enorme montagna. Ormai la trib di
Silano  decimata: hanno perso molti uomini, i vecchi e le
donne sono stati uccisi dalle epidemie primaverili, altri hanno
abbandonato il campo e la speranza.
Un'imboscata? O hanno tradito? chiede Prometeo.
Silano ha convocato soltanto lui.  notte e le stelle vibrano
forsennate. Ogni tanto il terreno  scosso da lievi tremiti,
come se si stesse assestando. Il capo dei banditi  stranito: lo
interpreta come un presagio funesto.
D'altronde troppe cose stanno andando male. E lui non si
fida pi di nessuno: forse Prometeo, con la sua barba ormai
folta e i movimenti lenti,  l'unico che possa in qualche modo
sostituire il defunto Rufo, l'unico che Silano possa definire
amico .
Quinto non  uno che tradisce. Ci ho riflettuto, e la cosa
non mi piace affatto...
Che vuoi dire?
Secondo me nell'accampamento c' una spia.
 impossibile! Nessuno sapeva della missione. Nessuno a
parte noi, i gemelli Curzio, Zeno e gli uomini delle pattuglie.
Appunto.
Il grido di un'upupa o forse un gufo rompe il velo della
notte. Prometeo si immobilizza e sussulta, senza riuscire a
controllarsi. Poi scuote la testa, indispettito.
Li ho verificati io di persona.  gente fidata.
Di chi puoi fidarti di questi tempi? So solo che da settimane
ci stanno braccando e stanno prevenendo le nostre
mosse. Qualcuno tiene informati i pompeiani dei nostri piani
segreti.
Di lontano, qualche bandito russa, spossato dal vino e dal
sonno. Gli ultimi fuochi nel bosco si stanno spegnendo.
Una spia... ripete ancora incredulo Prometeo.
Dobbiamo restringere il cerchio e smascherarla, se davvero
si nasconde tra quelli che abbiamo nominato.
Allora potrei essere anche io. O tu.
Ormai passi pi tempo con me che con tua moglie.
Nessuno di noi due avrebbe avuto l'occasione di avvertire i pompeiani
prova a sdrammatizzare Silano.
Quindi restano i Curzio, Zeno e i loro uomini. Cosa vuoi
che faccia?
Silano raccoglie un sasso e lo lancia gi, a valle. Una stella
cadente sfila in alto, sfumando dopo lunghi secondi.
Organizziamo una trappola. Diamo a ciascuno di loro
una falsa informazione, magari che il prossimo spostamento
della trib avverr verso il mare, l'acquedotto o la periferia
di Oplonti. Poi mandiamo alcuni uomini scelti a presidiare le
zone: in base a quella in cui si apposteranno i soldati, sapremo
chi  il traditore.
Prometeo raccoglie a sua volta un sasso e lo scaglia lontano,
ancora pi gi di Silano. Il rumore che fa quando atterra
 quello del vetro sbriciolato.
 pericoloso...
Lo so. Ma  l'unico modo.

Silano la amava: forse la ama ancora. Ma con l'indole e
l'atteggiamento propri di un militare. Senza mai pronunciare
parole dolci n fare promesse.  stato un momento imprevisto
nella vita di Camma, che ora ricorda i giorni passati
nella sua tenda e, ancora prima, le visite che lui le faceva al
lupanare. La cosa che veramente le manca  l'energia che la
sua presenza trasmetteva: era un uomo sicuro di s, che le
dava fiducia. Si sentiva protetta, come con suo marito anni
prima.
Con il prefetto Massimo invece  diverso. C' qualcosa,
un fascino insolito con cui lui la investe, nonostante sia il padrone.
 chiaro che la sta usando: eppure quell'ambiguit di
comportamento la irretisce. Se solo lui avesse provato a possederla,
forse lei lo avrebbe lasciato fare con piacere.
Prendiamo quel sentiero che costeggia il bosco dice una
delle guardie.
Camma scuote la testa e tira le briglie del suo cavallo. Sono
arrivati alle porte di Frusino, dopo due giorni di viaggio. Il
terreno  umido e soffice, hanno percorso diverse miglia prima
di fare una sosta. Tra i boschi e le rive dei ruscelli che
hanno guadato, Camma  riuscita a racimolare solo qualche
erba minore. I soldati sono rudi, imponenti, ma non troppo
svegli: non sanno che la donna sta prendendo tempo. La
pozione che il prefetto le ha chiesto  realmente di difficile
preparazione, ma il suo vero obiettivo  comunque un altro.
No,  meglio attraversarlo. La mandragora cresce nelle
radure, qui dentro abbiamo pi opportunit di trovarla.
Il soldato guarda l'altro centurione, suo superiore in grado.
Il tempo  mite, nonostante nel bosco non ci sia molta
luce. Un odore di foglie secche per il caldo e di letame testimonia
la presenza di animali selvatici nascosti tra le frasche.
Camma vi si accosta con il cavallo e cerca di individuare le
tracce. Subito ha un'intuizione: un'idea che affonda le radici
nel suo passato, ormai arcaico, tra gli Ordovici.
D'accordo. Procediamo in fila, tu nel mezzo le risponde
il centurione.
Il bosco si riempie di colori grigi. I faggi, i pini, le querce
e gli altri arbusti crescono in maniera selvaggia e disordinata.
I tre devono pi volte muoversi come in una serpentina per
evitare di azzoppare i cavalli. Camma trova ancora tracce di
escrementi freschi e individua anche qualche masso disposto
in maniera tale da creare larghi anfratti. Forse si nascondono
in uno di quelli. Senza farsi scoprire, Camma rompe una delle
fiale che porta nella bisaccia, poi si taglia a fondo l'incavo del
braccio. Lascia gocciolare lentamente il sangue gi dal dorso
della cavalcatura, fino a fargli toccare terra. Per gli uomini 
pressoch inodore, il sangue: non per gli animali. Infatti, passa
poco pi di un'ora prima che si inizino a sentire dei latrati.
Le due guardie si straniscono, i cavalli sono ormai irrequieti.
Maledizione, sono lupi selvatici...
Sfila il gladio e tieniti pronto sussurra il centurione.
Non servir a granch se sono pi di cinque. Proviamo
ad affrettare il passo, il limite del bosco non dovrebbe essere
lontano.
Camma annuisce e tira le briglie del cavallo, ma sente le
belve avvicinarsi sempre di pi. Gli ululati diventano quasi
grida umane, si fanno insopportabili. Il centurione decide
di scendere ed appiccare il fuoco a quella parte di bosco
per rallentare il passo delle belve. Poi afferra una torcia e la
sventaglia davanti a s, appena un attimo prima che gli occhi
voluttuosi delle belve si affaccino dietro i tronchi degli alberi.
Sono in sei: di pelo scuro, mediterraneo. Il capobranco ha
la bava alla bocca e ringhia affamato. Il pelo sul dorso  irto,
pronto alla battaglia. Il centurione lancia la torcia in mezzo
al branco, poi sale a cavallo e brandisce di nuovo il gladio.
I lupi attaccano dai lati, si gettano sulle zampe del cavallo e
in breve lo abbattono. L'altro soldato interviene in soccorso
e ferisce due belve alla gola con un colpo netto della spada.
Intanto le fiamme divampano, il fumo copre gli odori e rende
l'atmosfera densa, quasi indecifrabile.
Camma scende dal cavallo imbizzarrito e lo lascia correre
a valle, inseguito da uno dei lupi. Lei fugge verso nord, saltando
sui massi e stando attenta a non ferirsi i piedi. I soldati
sono troppo impegnati nella mischia per accorgersene in
tempo.
Quando si volta, le fiamme ardono come agli inferi.

L'ordine era di dirigersi sulle alture di Stabia e perlustrare
la zona delle grotte e delle paludi per verificare che non ci
fossero soldati pompeiani appostati. Zeno lo conosce bene: 
un luogo pestilenziale e sperduto, dove perfino la vita animale
stenta ad affermarsi. A pochi passi scorre l'enorme cloaca
che convoglia verso il mare i rifiuti e le sporcizie delle citt
vesuviane.
I cavalli trottano tranquilli, ma i soldati sono colti da nausea
e conati di vomito. Ha solo sei uomini con s, Zeno: non
bastano nemmeno per circoscrivere la piccola area dove le
fogne scrosciano fetide nella palude. Nessuno si sognerebbe
mai di nascondersi in quelle zone n nelle grotte piene
di muffe e gas. Se l'ordine non gli fosse stato recapitato da
Prometeo in persona, Zeno avrebbe pensato a una trappola
o una missione suicida. I banditi sono irrequieti, preoccupati
dall'idea di contrarre una malattia.
Muovetevi in gruppi di due su ogni lato e state attenti.
Io andr da solo a esplorare quell'altura dice indicando il
grosso canale che forma una piccola cascata.
Gli uomini annuiscono e Zeno si incammina. L'acqua nera
invade di melma la lunga depressione, che poi si ricongiunge
a un ruscello e viene spinta verso il mare. Lega il cavallo al
ramo di un albero e risale per le rocce a piedi. Qualche topo
guizza fuori dalle foglie morte e si tuffa nell'acqua, lui sussulta
e poi si mette di nuovo in cammino fino a raggiungere la
sommit della collinetta. Lass, l'aria  fresca: il vento proveniente
dal Vesuvio spazza via i miasmi e gli riempie i polmoni
di gioia. C' silenzio e quiete, non una sola scorciatoia
nascosta, non un soldato appostato sul limitare della palude.
Finalmente, un po' di solitudine. Da giorni  cos indaffarato
da non avere neanche il tempo per bere una coppa di vino
sdraiato sull'erba. Lo hanno riempito di incarichi, come se
volessero tenerlo sotto stretto controllo.
Quando ha ripreso fiato, Zeno afferra la bisaccia e tira fuori
un frammento di pergamena che ha accuratamente conservato.
Lo srotola e vi d un rapido sguardo:  la mappa di una
necropoli, nel bel mezzo della campagna che separa il Vesuvio
dal mare.  il luogo in cui si recheranno l'indomani per
preparare poi un assalto a Oplonti. Ci saranno tutti e ci sar
perfino Silano.  un ottimo avamposto ma  rischioso: una
semplice coorte di soldati ben addestrati potrebbe nascondersi
tra la campagna e i boschi, e cogliere tutti di sorpresa.
Mentre sta ripiegando la pergamena per rimetterla a posto,
qualcosa di insolito attira la sua attenzione.
C' un'ombra, una macchia scura che si muove in basso,
sulla destra, trascinando tronchi d'albero secchi. Non ha
idea di cosa sia, forse un animale ferito in cerca di un luogo
dove morire. Zeno si accovaccia e si mette a spiare. Il suo
cavallo, a valle, sembra accorgersi di qualcosa e nitrire: la
macchia si ferma per un istante e si dirige verso la fonte del
rumore.
Per Giove... mormora.
Ora la vede meglio. Non  un animale:  un uomo, vestito
di nero e con i capelli scomposti, che cammina a passi lenti
e sicuri. Zeno si incuriosisce e discende attraverso le rocce.
Lo prende alle spalle e, con il gladio ben saldo in mano, gli
ordina di fermarsi.
Chi sei, di questo mondo o quell'altro?
L'uomo si volta di scatto. Ha un sorriso sardonico, quasi
colpevole sul volto. La bisaccia che porta sulle spalle, da cui
fuoriescono suppellettili d'argento e d'oro, fa capire che si
tratta di un ladro, non di un fantasma.
Ti ho fatto una domanda. Cosa ci fai qua? ripete Zeno,
innervosito.
Stavo... tornando ai miei campi.
E come fa un contadino pezzente ad avere in spalla tutta
quella roba di valore?
L'uomo si guarda attorno balbettando, ancora pi impaurito.
C' come un'aura, una strana vibrazione che proviene
dal suo corpo. Zeno non si lascia distrarre e gli punta la lama
in direzione della gola.
Suppongo che uno della banda di Silano possa intuirlo
facilmente insinua.
Come fai a sapere chi sono?
Ho visto laggi gli uomini che sono con te. Due di loro li
conosco.
Zeno ripone l'arma e va a sedersi su uno sperone di roccia.
Getta uno sguardo verso il basso, dove le paludi ribollono di
melma. Resta in silenzio e scruta attentamente i lineamenti
dell'uomo, quasi sperando di riconoscervi un volto amico.
Se mi lasci andare posso dividere con te questi miei pochi
averi scherza l'altro, sforzandosi di mostrarsi spavaldo.
Il bandito ridacchia. Chiss perch quel contadino gli ispira
simpatia. Ha i tratti rozzi e la pelle seccata dal sole, tipica
di chi  invecchiato tra campagna e mare. Prima che possa
ragionarci su, un'intuizione prende forma nella sua mente.
E se invece ti dessi io qualcos'altro, per compensare il tuo
disturbo?
Disturbo... per quale incarico?
Qualcosa guizza, nel bosco, a poca distanza da loro. Il
vento li investe con il fetore marcescente della sporcizia. Da
lontano si sentono le voci degli altri banditi che stanno tornando
indietro. Un furore rosso e repentino inonda gli occhi
di Zeno.
Nascondi il tuo bottino da qualche parte, non mi interessa.
Poi recati a Pompei dal prefetto e consegnagli questo, con
la massima sollecitudine dice, tirando fuori il frammento di
pergamena dalla bisaccia.
L'uomo lo afferra con la mano tremante. Ha intuito che sta
per prendere parte a qualcosa di inesorabile.
E come faccio a farmi ricevere al palazzo?
Mostra questo alle guardie. Massimo ti ricompenser per
la tua fedelt: ma prova solo a tradirmi o a tardare e mi prender
la tua testa! Zeno si sfila una sottile catenella che porta
al collo e gliela porge. All'estremit vi  fissato un anello su
cui  impresso uno strano marchio: un centauro trafitto da
una spada. Agli occhi di un profano pu apparire un semplice
bottino di guerra o al limite un talismano protettivo trafugato
a un soldato. Invece  ben pi di questo.  un simbolo
di riconoscimento: una chiave che mette in comunicazione
due universi.
Non capisco aggiunge il contadino, mentre afferra l'anello
e se lo infila al dito, non sei un uomo di Silano?
Zeno viene colto da un conato per una zaffata improvvisa.
Poi spinge il contadino ad avviarsi per un sentiero che taglia
in due le paludi, allontanandosi verso la costa.
Questo  quello che crede lui. E che credono tutti dice
con aria severa, indicando gli altri banditi che lentamente risalgono
per la collinetta.

30.

Roma, lo stesso giorno.

Ne aveva solo un vago ricordo.
La citt, vista dalla pianura, quasi spaventa: i colli con gli
insediamenti urbani, la distesa infinita di tetti, il Tevere che
come una piaga incide e spacca in due il territorio. E poi,
avvicinandosi, i templi e gli anfiteatri, simboli di una potenza
che non cesser mai. O, almeno, non prima che lei, la capitale,
sar caduta.
Camma avvolge la testa e il corpo nella sua tunica grigia.
Copre accuratamente il marchio a fuoco della sua schiavit,
cerca di passare inosservata attraverso le strade e la moltitudine
di gente. Nessuno sembra fare caso a lei: ci sono mendicanti
che si contendono anfore di vino, bambini che fanno i
loro bisogni all'angolo delle strade e soldati che marciano in
formazione verso il foro od il Circo Massimo. All'angolo con il
tempio di Venere c' il quartiere dei lupanari.
Camma si infila in un vicolo e penetra nella Suburra. Le
donne sono provocanti, volgari: molto diverse dalle prostitute
che, come lei, popolavano le strade di Pompei. Si sentono
cori osceni e risa ubriache, il fumo e il lerciume invadono ogni
angolo, gli animali si aggirano tra le botteghe emettendo versi
spaventati. Camma tira dritto e stringe nel pugno una delle
lettere del Verro. Si parla di un edificio nella Suburra appartenente
a un commerciante persiano di tappeti. La donna si
aggira per mezza giornata tra il Quirinale e i confini dell'Esquilino
prima di trovare le indicazioni utili: la gente sembra pretendere
sempre qualcosa in cambio, anche solo per un indizio.
Finalmente arriva al grosso edificio rossastro, dalle pareti
scrostate e zeppe di graffiti che inneggiano a gladiatori e alle
virt sessuali di alcune meretrici.
Cerco una donna di nome Attia, moglie di Decio Moreno
dice a un ragazzino seduto sui gradoni accanto a una
fontana.
Lass, sopra la bottega...
Il ragazzino indica una minuscola stanza cui si accede da
una scala esterna di pietra. Camma sale e si infila nell'uscio,
venendo subito assalita dalla calura e dall'umidit.
 un ambiente spoglio e povero, l'unico oggetto di un
qualche valore sembra essere un catino di bronzo, da cui una
donna attinge acqua per pulire e rinfrescare un vecchio steso
sul pagliericcio. Ha un'et indefinibile, ancestrale: il volto 
un'intera ruga e la bocca  scavata per la mancanza quasi totale
di denti. La donna lo accudisce con l'amore che non pu
non essere di una figlia. Anche lei ha il volto ferito, invecchiato,
nonostante sia bella e nel pieno della giovinezza. Camma
attira la sua attenzione con un sospiro.
Sei tu Attia? chiede.
La donna si gira e annuisce con consuetudine, come se
fosse abituata alle visite. Camma non riesce a immaginare il
Verro al suo fianco: la faccia orrenda e grassa dell'uomo 
troppo distante da quei lineamenti pacati e quasi eleganti. Se
solo sapesse che gli ha ucciso il marito, forse Attia si trasformerebbe
e le caverebbe gli occhi a morsi. Eppure, Camma
sente una sicurezza e una distanza incolmabile da quei giorni:
come se non fosse lei la responsabile di quegli eventi. Anzi,
come se il tempo si fosse fermato dal giorno della morte di
Lucrezia e del Verro. Forse  questo l'unico modo per affrontare
il destino: dimenticarsene. Anche perch  divenuta
di nuovo una fuggitiva, e se il prefetto di Pompei la scovasse,
questa volta non gliela farebbe passare liscia.
Di' al padrone che lo pagher domani.
Non sono qui per il denaro. Vengo a portarti notizie di
tuo marito.
La donna lascia cadere la spugna nel catino e si alza in
piedi. Ora il viso  pi bianco, forse perch illuminato dalla
luce calda dell'estate.
Che gli  successo?!
C' stato un incendio nella villa, ma lui sta bene.
Tu chi sei?
La moglie di un suo commilitone. Ci siamo trasferiti a
Roma e mi ha detto di venire a trovarti.
Hai un accento strano...
Vengo dal Nord dice Camma, stringendo le labbra in un
sorriso e sforzandosi di apparire credibile. Tuo marito mi ha
detto di darti questa.
Camma le porge una lettera, che ha falsificato accuratamente
pochi giorni prima. Attia rompe il sigillo e si siede a
leggere avidamente, il vecchio emette una sorta di lamento
ma lei non ci fa caso. Dopo pochi minuti un sorriso le
si apre sul volto, come se si sentisse rincuorata: nella lettera
c' scritto che verr a trovarla presto. Camma sente il rimorso
aggrapparsi al suo stomaco. Si maledice per l'inganno e
il dolore futuro che gi sta generando. Poi il pensiero corre
a suo figlio, alla sorella e al padre, e ogni emozione sembra
scomparire.
Ti ringrazio. Che posso fare per sdebitarmi? chiede.
Possiamo magari... bere del vino e parlare un po'. Ho delle
cose da chiederti.
... dopo la campagna in Britannia si  ritirato. Me lo aveva
promesso dice Attia sorridendo.
Camma ha preparato ogni cosa alla perfezione. Aveva intuito
che la donna, provata dalla fatica di accudire ormai da
mesi il padre malato, non avrebbe opposto barriere o resistenze.
Le ha confidato un segreto indicibile: le ha detto di
essersi invaghita di un soldato, un amico comune sia di suo
marito sia di Decio Moreno. Lo ha visto di sfuggita, ha saputo
che si trattava di un ufficiale che aveva combattuto proprio
in Britannia ma non ha osato chiederne il nome al marito:
feroce com', la ucciderebbe se solo sospettasse un suo interesse.
Ma Camma non pu farci niente,  un desiderio pi
forte di lei. Vuole scoprire l'identit di quell'uomo e magari
incontrarlo.
Non so chi possa essere... Magari il centurione Sallustio,
che ora vive a Mantua dice Attia.
Camma le versa ancora del vino. Dalla strada provengono
grida di ragazzini mescolate all'abbaiare di un cane. Il vecchio,
sul pagliericcio, ha ripreso a dormire.
No, si tratta di un ufficiale. Uno che ha combattuto gli
Ordovici con mio marito e il tuo.
Attia si sente imbarazzata.  una donna devota, che non ha
mai tradito il suo sposo e non conosce il significato della parola
trasgressione. Camma sente che non pu forzare troppo
la mano, per non destare sospetti. Pensa che forse le toccher
rintracciare il centurione Sallustio e provare a farlo parlare:
anche se questa volta non avr Silano dalla sua parte. Ma ad
un tratto Attia sembra illuminarsi. Come avendo afferrato al
volo un ricordo cos ovvio da farla sentire stupida.
Forse ho capito: pu trattarsi del tribuno Massimo.
Come?!
S, il tribuno Quinto Terenzio Massimo. Era quello che
dirigeva la coorte di cui faceva parte Decio. Ho sentito dire
che oggi  addirittura prefetto di una citt a sud...
La coppa di vino le scivola di mano e si frantuma al suolo.
Camma sente la testa vorticare, i muscoli contrarsi in uno
spasmo che assomiglia a quello di una malattia. Dal fondo
della coscienza risalgono alcune parole che sembrano un ricordo:
"Queste puttane mordono come cani, ma se le domi
sono docili come agnelli...". Quelle mani, quelle risate, quel
dolore mentre affondava il pene nella sua intimit e gli altri
stavano a guardare, picchiandola e ferendola. Quasi non riesce
a crederci: gli di le hanno fatto uno scherzo che  pi di
un'umiliazione.  una vera e propria punizione, per qualche
colpa commessa forse in altre vite.
Massimo, il suo attuale padrone,  l'origine delle sue
sciagure.
E ci ha convissuto per un lungo mese, lo ha perfino segretamente
desiderato, ignorandone l'identit.
Tu come... lo conosci? chiede, balbettando.
L'ho incontrato diverse volte con mio marito, in occasione
di banchetti qui a Roma. Come avrai potuto intuire, a Decio
piace molto bere in compagnia.
Gli piaceva anche mangiare, a dire il vero risponde
Camma istintivamente.
Perch parli al passato?  ancora abbastanza grasso
sorride la donna.
Sei sicura che Massimo comandasse la coorte del Verro ai
tempi della campagna contro gli Ordovici?
S, le storie di quella guerra sono circolate a lungo. Dicevano
di aver razziato e bruciato un mucchio di villaggi di quei
barbari, per volere dello stesso Massimo... risponde Attia.
Ma mentre le parole le escono di bocca, coglie qualcosa
nel volto di Camma, come un mutamento impercettibile delle
guance, degli occhi. E all'improvviso intuisce una verit
oscura e innominabile: forse addirittura di essere stata
ingannata.
Mio marito, comunque, non  un "verro"... E perch parli
al passato? ripete, protestando.
Ma Camma quasi non l'ascolta.  proiettata verso un tempo
lontano, vede davanti ai suoi occhi materializzarsi un budello
oscuro, che la mette di fronte alle proprie colpe ed alle
proprie scelte ineluttabili. La dea Cibele sembra averla abbandonata.
Attia retrocede di qualche passo, il vecchio sul
pagliericcio riprende a gemere ma lei tocca con la mano il
ripiano con le stoviglie ed afferra un coltello tremando.
Stai mentendo... cosa  successo a mio marito? mormora.
Dalla finestra della minuscola stanza si intravedono il Colosseo
e il Palatino, con l'enorme palazzo bianco dell'imperatore.
Pi in l, invisibile agli occhi, si distendono il foro e
la Curia romana, simbolo del potere e della violenza. Camma
si allontana verso la porta, ancora tempestata dalle domande
della donna. Le parole si trasformano in urla di rabbia disperate:
Cosa gli  successo? Che gli hai fatto, maledetta?!.
Camma scende di corsa per le scale e sparisce nella Suburra.
La confusione dei vicoli riflette interamente l'orrore che
prova dentro di s.
Quando si volta indietro, le grida di Attia ormai si confondono
con il brusio di fondo del quartiere pi povero di
Roma.

31.

Le pendici del Vesuvio, il giorno dopo.

Se il contadino ha portato a compimento la missione, sar
questione di ore. Silano ricever il colpo di grazia e lui potr
finirla con quell'orrendo vagare per boschi e campagne, dormendo
sul terreno umido e cibandosi di avanzi.
Le paludi ormai sono alle loro spalle. Le hanno perlustrate
in lungo e in largo per un giorno e mezzo, spingendosi fino
ai margini del declivio. Ora, mentre risalgono verso la montagna,
Zeno e gli altri banditi gettano un'occhiata a valle. 
uno spettacolo, vedere da lass il verde lussureggiante della
costa e le citt che brulicano come enormi formichieri.
Stanno quasi riallacciandosi al sentiero di terra battuta che poi si
inoltra nel bosco quando dall'altro versante della montagna
giungono in dieci. Sono banditi, alla loro testa c' Prometeo:
hanno l'aria di fuggire da qualcosa.
Anzi, di inseguire qualcuno.
Quando sono abbastanza vicini, Zeno li sente gridare e
convergere verso di lui, sguainando le armi. In un istante intuisce
che qualcosa  andato come non avrebbe dovuto.
Solo tu sapevi dove ci saremmo accampati! C'erano un
mucchio di soldati, l nella necropoli! gridano.
Zeno tira le briglie e il suo cavallo si solleva su due zampe.
In un attimo, il suo destino cambia come il cielo sul finire
dell'inverno. Prometeo scaglia una lancia che lo sfiora e va
a conficcarsi nel tronco di un albero. Prima che i suoi stessi
uomini possano capire cosa stia succedendo, Zeno si lancia a
rotta di collo gi per la scarpata.
Frmati, traditore!
Il vento gli sferza i capelli e gli punge gli occhi. Davanti
a lui si aprono le campagne, l'unico luogo sicuro  a poche
centinaia di passi sulla sinistra: un bosco che segna il
confine estremo delle paludi. Se riuscisse a raggiungerlo,
avrebbe ampio margine per nascondersi o sfuggire
all'inseguimento.
Le frecce gli sibilano a destra e a sinistra, per fortuna ha
un vantaggio di cinquanta passi che tende a crescere: la sua
cavalcatura  pi leggera e lui non indossa alcun tipo di armatura.
Crede che la cosa migliore da fare sia scendere ancora
un po' a valle, per guadagnare terreno sugli inseguitori, e poi
virare in salita verso il bosco. Ogni tanto si volta indietro e
segue con lo sguardo i suoi uomini che si sono uniti alla corsa:
qualcuno brandisce il giavellotto, ma la distanza  troppa
anche per un lanciatore esperto. Mentre si infila tra due collinette,
un'altra freccia gli passa a fianco e recide con la punta
una delle briglie.
Maledizione... impreca lui.
Poi, nascosto agli occhi degli altri, curva improvvisamente
e cavalca in salita, aizzando il suo animale a pi non posso. I
banditi lo intravedono quando  troppo tardi e sono obbligati
anche loro a compiere il tortuoso giro: Zeno guadagna
cento, poi addirittura duecento passi. Forse ha ancora una
speranza. Quando giunge al limitare del bosco e oltrepassa
l'olmo  quasi convinto di avercela fatta, ma sente una fitta
improvvisa al costato e ferma il cavallo di scatto prima di
scendere.
Non ha il coraggio di abbassare gli occhi.
Sulla tunica gli si allarga un'enorme macchia rossa.  stato
colpito: una freccia lo ha trapassato all'altezza della milza ed
 rimasta conficcata. Se respira sente la punta di mille aghi
infuocati che gli trafiggono il petto. Alza lo sguardo e si ritrova
davanti Publio Curzio, che brandisce ancora in mano
il suo arco: si  staccato dal gruppo degli inseguitori e lo ha
atteso dietro i tronchi degli alberi, prevenendo la sua mossa.
Il dolore  immenso, Zeno sa che non gli resta molto tempo.
Si maledice per non essere stato pi attento, poi sfodera il
gladio e tenta maldestramente di colpire il nemico. Ma i passi
sono lenti, pesanti. Nelle orecchie gli sembrano rimbombare
le voci dei morti. Che lo vogliono con loro, nel buio profondo
dell'Ade.
Questo era per mio fratello, maledetto bastardo!
mormora Curzio.
Zeno sente le forze abbandonarlo. Gli altri banditi li raggiungono
sul limitare del bosco, Prometeo scende da cavallo
con il gladio sguainato. Mentre il mondo vortica e perde di
colore e di luce, un sorriso ebete spunta sul viso del
traditore.
Non si pente di nulla, spera solo che i soldati pompeiani
spediscano quanti pi banditi possibile nello stesso oscuro
luogo che lui sta per raggiungere.
Muore come un animale ammalato, stramazzando al fresco
delle foglie rinsecchite.

Prometeo mi ha mandato di corsa a dirtelo: il traditore
era Zeno! Lo abbiamo raggiunto dall'altro lato della montagna
e lui si  messo in fuga.
Ora dov'?
... morto dice il bandito appena giunto all'accampamento,
con il respiro ancora corto.
Silano annuisce e gli batte una mano sulla spalla. Tenta di
dissimulare l'emozione, ma ci riesce a malapena. Le gambe
gli tremano e il volto  rosso al pensiero del pericolo appena
scampato. Ha sbagliato a fidarsi delle nuove reclute: ha dedicato
troppo tempo a occuparsi di Camma e dei propri desideri,
dimenticandosi di essere a capo di una trib che necessita
di ordine e dedizione. Ma per grazia degli di la sua trappola
ha funzionato. Il traditore  stato scoperto e l'occasione per infliggere
un duro colpo alle truppe pompeiane si  presentata.
Silano indossa i paramenti militari depredati settimane prima
da un deposito imperiale ed ordina ai banditi di prepararsi:
scenderanno a valle e coglieranno di sorpresa i soldati del
prefetto, ignari della falsa informazione che Zeno ha lasciato
trapelare. Chiss in che modo, poi. Per la maggior parte del
tempo il traditore restava di guardia nell'accampamento, sotto
l'osservazione attenta di Prometeo: forse ci sono altre spie
di cui si serviva, forse semplicemente si incamminava verso
Pompei a notte fonda, rinunciando alle ore di sonno per informare
il prefetto. Nessuno sapr mai la verit. Ma, per ora,
ci non rappresenta ancora un problema: baster usare pi
accortezza per il futuro e informare dei suoi piani solo Prometeo
e Publio Curzio. Nessun altro.
Fai schierare gli uomini in formazione. Andiamo a uccidere
un po' di Romani ordina al bandito.
Dove, Silano?
Lo saprai a tempo debito dice.
E del corpo di Zeno che ne facciamo? chiede l'altro.
Fallo scaricare davanti alle mura di Pompei. Ma sbrgati.
Il soldato annuisce e corre fuori. Silano si affretta a sistemare
le briglie del suo cavallo.
C' un avvallamento tra la montagna e la grande pianura
che conduce al mare o all'entroterra. La falsa informazione
fornita al traditore ha spinto i legionari pompeiani ad accerchiare
le rovine dell'antica necropoli ormai distrutta. Si sono
nascosti bene, ai margini dei boschi e tra le folte erbacce incolte.
Saranno almeno in quattrocento, forse un'intera coorte:
sono l da ore, convinti che i banditi siano appostati tra i
massi o le cavit dei templi in rovina. Aspettano in silenzio
che siano loro a fare la prima mossa. Ed  Silano ad averglielo
lasciato credere.
Quando gli uomini sono pronti, Silano li conduce gi per
l'altro versante della montagna: li fa dividere in tre schiere
da circa cento unit ciascuna. Aggireranno l'accerchiamento,
coglieranno di sorpresa i soldati e neutralizzeranno le armi a
lunga gittata, costringendo il nemico al corpo a corpo in uno
spazio ridottissimo. I banditi si muovono silenziosamente: il
sole di mezzogiorno alle loro spalle offre anche il vantaggio di
farli radunare indisturbati. Penetrano nel bosco e scivolano
tra la vegetazione incolta. Quando sono a poche decine di
passi dai nemici, Silano scocca una freccia infuocata che vola
sopra la pianura e si conficca nel terreno, quasi al centro della
necropoli.  il segnale.
Adesso! urla ai suoi pensando agli altri due manipoli,
che staranno facendo la stessa cosa.
I pompeiani si accorgono troppo tardi di essere stati presi
in trappola. I banditi gli sono addosso all'improvviso, rabbiosi,
indomiti. Il bosco e la pianura in breve si colorano di
sangue e budella romane. L'unico suono che esplode come
un temporale  quello delle spade contro gli scudi, e delle grida
di dolore. Poi, quando anche l'ultimo soldato della coorte
cade,  il silenzio.
Silano si avvicina alle rovine e raggiunge il corpo senza vita
del tribuno militare: gli mozza la testa con il gladio e la issa su
una lancia, sventolandola vittorioso davanti agli occhi della
sua trib.
Le grida di gioia vibrano a tal punto da far tremare la terra:
o forse  Plutone in persona, dalle viscere del Vesuvio, che
vorrebbe unirsi agli uomini per festeggiare la battaglia. Silano
si sente invadere da mille sensazioni contraddittorie. Gli ruggisce
il cuore di un barbaro, dentro, assieme alla felicit, alla
frustrazione, al dolore, al senso di perdita e di umiliazione
subto per mesi.
Ma, intanto, lui e la sua trib hanno vinto.
Almeno per il momento.

C' una donna che insiste per vederti, mio signore.
Oggi non  giornata di udienze.
Lo so, ma... dice di avere notizie di Camma.
Massimo si alza dallo sgabello e si avvicina alla guardia.
Qualcosa di simile a un'emozione gli morde il centro del
corpo.
Falla passare subito. E resta qua fuori dice.
Poi passeggia per la stanza, gettando occhiate furtive alla
finestra. La temperatura  aumentata, l'umidit pervade ogni
angolo della sua casa e sembra quasi sbriciolare i muri. Prova
a rinfrescarsi con dell'acqua e del succo di arance, ma il sudore
punge pi della canapa sulla pelle.
 inquieto, il prefetto: Zeno non si fa vivo da giorni e un'intera
coorte di soldati  stata sbaragliata alle falde del Vesuvio. 
una notizia che render scontenti molti tra i senatori che lo appoggiano,
e far ricredere altri che pure avevano offerto sostegno
alla congiura contro Tito. Massimo teme che i banditi abbiano
scoperto tutto e che si preparino a un'ulteriore offensiva.
Forse hanno torturato la sua spia e l'hanno costretta a rivelare i
loro piani, la collocazione degli arsenali, magari perfino il complotto
ai danni dell'imperatore... Se la notizia trapelasse anche
solo come diceria tra la gente, per lui sarebbe la fine: Tito non
aspetta che un pretesto per schiacciarlo. E pi passa il tempo,
pi le cose si mettono male. Ormai da settimane Domiziano e
i suoi amici bivaccano a sue spese. Non credeva, ma gli stanno
costando una fortuna. E, come se non bastasse, l'avvelenatrice
e i due centurioni di scorta ancora non hanno fatto rientro.
Grazie per avermi ricevuta, prefetto...
Massimo si gira di scatto, turbato dai suoi stessi pensieri.
Sulla soglia della stanza si  affacciata una donna. Sembra
una plebea, o forse una schiava: ha la pelle scura e sporca, i
capelli arruffati e le rughe che le tormentano il volto. Sembrano
rughe di rabbia pi che di saggezza.
Dici di avere notizie sulla mia schiava.
 esatto. Non so se ti piaceranno, ma se le usi in maniera
accorta potranno essere delle armi a tuo vantaggio.
E allora parla, per Giove!
Una leggerissima brezza spazza via la terra dal peristilio.
Massimo fa cenno alla donna di seguirlo sull'erba e prende a
passeggiare. In lontananza, l'anfiteatro appare in tutta la sua
magnificenza: ci sono voluti mesi e fatica, ma gli schiavi sono
quasi riusciti a ultimarne il restauro.
Camma era la donna del bandito Silano. Io e lei eravamo
sorelle devote alla dea Cibele, ma le nostre strade si sono separate...
Da lungo tempo sta cercando gli assassini della sua
famiglia: in Britannia le furono uccisi il padre, il marito e la
sorella. Solo il figlio si  salvato, ed  stato venduto in Gallia
a una famiglia ricca di Massilia. Ma lei non lo sa.
Il vento si ferma e lascia spazio di nuovo alla calura soffocante.
Il prefetto scaccia via una zanzara che gli si era posata
sul collo. Si accorge che la mano gli trema. L'emozione si 
trasformata in eccitazione.
Tu per s...?
Calliope annuisce, intuendo di essersi messa in buona luce
ai suoi occhi. Si sente forte, la ferita alla spalla  ormai guarita
e il viaggio fino a Pompei non ha fatto che ridarle vigore.
Me lo ha detto uno dei soldati che ha combattuto con
te in Britannia, prima di essere assassinato. Decio Moreno,
detto "il Verro": ha contrattato lui stesso la vendita di tutti i
piccoli schiavi ordovici durante il viaggio di ritorno a Roma.
E come l'hai scoperto?
Ho spiato Camma, l'ho seguita fino alla villa del Verro.
Sono quasi morta per questo.
Massimo la invita a sedere sulla panca di pietra e ordina ad
uno degli schiavi di portare due coppe e del vino. Poi si ferma
a riflettere, senza sforzarsi di nascondere il suo turbamento.
Massilia  grande. Uno schiavo  difficile da rintracciare.
Non se  il primogenito del capotrib e ne conosci il
nome dice la donna, scuotendo la testa. Me lo raccont
la stessa Camma: ai neonati del suo popolo vengono incise
le guance con un coltello per evitare che proliferi la barba,
da adulti. A eccezione di chi  destinato a divenire il capo.
Ovvero a suo figlio Conall.
Il prefetto ingoia un sorso di vino con avidit. Guarda la
donna ammirato, poi si asciuga il sudore dalla fronte con l'orlo
della toga.
Restano ancora due questioni aperte. La prima  cosa
vuoi in cambio della tua fedelt.
Calliope increspa le labbra in una maniera che quasi spaventa
il prefetto: l'odio e la follia vi sono scolpiti come se si
trattasse del sorriso di una Gorgone.
Nulla. Mi basta che quella cagna paghi tutti i suoi
tradimenti.
Sempre che i miei soldati riescano a catturarla...
Di questo non mi preoccuperei. Forse non lo ricordi,
ma fosti anche tu a violentarla, in quell'accampamento. E se
Camma ha strappato al Verro le informazioni che le servono,
prima o poi torner cercando di vendicarsi.
Massimo vuota la coppa e ordina che gli sia riempita di
nuovo. Non riesce a trattenere un sorriso di gioia. Gli di si
divertono a fare e disfare le sue trame: ma alla fine riescono
sempre a risarcirlo. E forse lui ha trovato il modo per servire
ai senatori titubanti la testa di Silano su un piatto d'argento.
Raccontami di pi... dice alla donna.

32.

Venti giorni dopo.

La prima settimana l'ha trascorsa in uno stato di semi incoscienza,
ipnotico. Non riesce a credere che la risposta alle sue
domande di vendetta ce l'abbia avuta davanti agli occhi per
tutto quel tempo. Sarebbe bastato un potente veleno od anche
solo un coltello affilato per soddisfare il suo desiderio: poi, gli
di e i Romani avrebbero anche potuto prendersi il suo corpo
e la sua anima...
Il meschino Massimo  l'ufficiale che quel giorno la violent
in combutta con i suoi soldati, picchiandola e calpestandola,
dando loro ordine di infierire sulla sua famiglia. Il piccolo
Conall, la sorella, il vecchio padre: tutte vittime di un tribuno
militare arrogante e violento, che ora si  impadronito di una
citt e ha finto di mutare pelle, come un serpente. Camma si
sente sporca al solo pensiero di aver fantasticato sulle gentilezze
di quell'uomo: si sente una debole, una traditrice. Ha
dimenticato Silano e le sorelle avvelenatrici, cedendo anche
se per un solo istante alle lusinghe di un potente. Ma  giunta
l'ora di rimettere ordine nella sua vita di schiava. Rispetter
il patto che ha stipulato con se stessa un'infinit di tempo
prima, a costo della vita o della dannazione eterna.
 mattina e Camma si affretta sul litorale laziale, a piedi.
La sabbia  soffice e rende faticoso il cammino, ma la spiaggia
 pi sicura delle grandi vie trafficate: non c' molta gente
e di soldati romani nemmeno l'ombra.
Quando il sole  cos alto da bruciarle la fronte, Camma
si spoglia e si immerge nel mare tiepido. La giornata  soffocante,
le isole all'orizzonte sono quasi cancellate da una foschia
densa come burro. Riesce a pescare uno sgombro grazie
a una rete che ha trovato abbandonata sulla battigia: non
 molto grosso, ma la sfamer almeno per la mattinata. Lo
consuma crudo, strappandone la carne con i denti, poi verifica
il contenuto della bisaccia.  riuscita a recuperare della
genziana e un discreto quantitativo di radici di mandragora.
Ma le mancano ancora i componenti essenziali: stramonio e
mancinella, con cui distiller un veleno capace di uccidere
anche un toro in pochi istanti. Le tornano in mente le parole
ascoltate al suo arrivo al tempio: "Un giorno troverai da te
la pozione che sapr riscattare la tua vita". Ha in mente un
piano, Camma.  pericoloso, e c' un'elevata probabilit che
possa portarla alla rovina prima ancora che sia messo in atto.
Ma  l'unica soluzione se vorr tentare di punire l'uomo che
ha causato le sue sciagure.
Dir di essersi persa nel bosco e aver rischiato di morire
soffocata per il fumo dell'incendio. Poi, di aver vagato per
giorni tra i boschi e le campagne, fino a essere stata accolta in
casa di contadini, che le hanno offerto aiuto e l'hanno rimessa
sulla strada per Pompei. Certo,  una storia poco credibile,
piena di buchi e omissioni: ma Camma conta di fare leva sulla
pozione, utile a soggiogare la volont dell'uomo cui Massimo
vuole somministrarla.  riuscita realmente a trovare tutti gli
ingredienti necessari. La porter al prefetto come pegno della
sua fedelt. E al momento giusto gli far bere il veleno, che lo
condanner a una morte rapida ma dolorosa.
Mentre i monti di Capua si profilano all'orizzonte, Camma
prega la dea Cibele di accogliere una sua unica supplica:
quella di poter assistere all'agonia dell'uomo che mesi prima
le ha strappato via il sorriso e il futuro.
Scegli la strada che ti conduce vicino al tuo destino. E
uccidili tutti.
Vuole esserci. Vuole guardarlo morire e scoprire cosa si
prova ad avere in mano la vita di un essere che non merita
compassione.
C' una strana calma, alle porte della citt.
Camma rientra costeggiando le mura a sud. Il bestiame
nei recinti sonnecchia agitandosi, i patrizi cercano di trovare
riparo tra le terme e la spiaggia, perfino i mendicanti della
via Stabiana sembrano tramortiti dal caldo. Camma passa
rapidamente davanti ai lupanari, poi arriva nei pressi della
palestra e oltrepassa i vigneti, ritrovandosi davanti alla villa
del prefetto. Controlla per un'ultima volta gli ingredienti nella
sua bisaccia e infine imbocca la scalinata che conduce alla
collinetta.
Le guardie la riconoscono e la scortano nelle stanze di
Massimo. Restano impassibili, non spiccicano una parola,
quasi fossero state preallertate.
Sono tornata, mio signore...
Camma lo trova grondante acqua, al centro di una vasca
per il bagno. Si sta rinfrescando, totalmente nudo, mentre
due schiave gli strofinano la pelle con spugne e foglie detergenti.
Non sembra sorpreso di vederla.
C' stato un incendio nel bosco, siamo stati accerchiati
dai lupi e sono stata presa dal panico dice lei, ma viene subito
interrotta dalla voce calma e profonda dell'altro.
So tutto, non c' bisogno che mi spieghi. Non sono adirato
con te... dice. Hai trovato gli ingredienti che ti
occorrevano?
Camma scuote la testa. Una schiava le porge una brocca
d'acqua e lei beve avidamente. Vorrebbe togliersi la polvere
di dosso e cambiarsi gli abiti, ma pi di tutto vorrebbe uccidere
in quello stesso istante l'uomo che le ha tolto il sorriso.
Finanche la nudit di Massimo le sembra offensiva: in qualche
luogo della sua memoria  nascosto un ricordo sfocato
di quel corpo, che la maltrattava e la violentava tra lo scherno
dei soldati. Ma deve dissimulare e pazientare. Solo pochi
giorni, forse ore. Poi gli di le regaleranno la vendetta che da
un tempo infinito agogna.
Ho di meglio: la pozione gi distillata. Ci ho lavorato lungo
il cammino, la radice di mandragora necessita la bollitura
poche ore dopo essere stata colta.
Massimo accarezza lascivamente una delle schiave, poi bacia
l'altra. Una leggera erezione gli spunta tra le gambe.
Mentre si asciuga con un panno di stoffa, salta fuori dalla vasca e
afferra l'ampolla con il veleno.
Non mi sbagliavo sul tuo conto. Sei stata brava.
Grazie... mio signore.
Per questo, ti ho preparato una sorpresa al di fuori delle
tue possibilit di immaginazione.
Camma si incuriosisce e sorride. Le viene facile, crede che
tutto si sia sistemato e che il prefetto non abbia dubitato per
un solo istante di lei. Ma quando lui fa un cenno e le due
guardie entrano nella casa trasportando un ragazzino a braccia,
sente la terra mancarle sotto i propri piedi.
Di dell'universo... mormora.
I capelli biondi, i lineamenti da bambino.  cresciuto, ma
 inconfondibile: sembra identico a suo padre. Le ginocchia
di Camma cedono, si accascia e procede carponi fino a ritrovare
le gambe del figlio. Non capisce come sia possibile:
 vivo! Gli occhi sembrano sereni, sulla spalla porta un marchio
a fuoco sconosciuto.  stato venduto come schiavo, ma
ora  l, davanti a lei. A sua madre. Reduce da chiss quali
esperienze in chiss quale terra. Camma si tira in piedi e lo
abbraccia.
Conall... dice, poi aggiunge nella loro lingua: Sei tornato
dal regno delle ombre?.
Il ragazzino la guarda.  un po' frastornato. La sua memoria
di sicuro ha cancellato i cattivi ricordi, per riempirsi di
nuove sicurezze: una casa, un padrone da servire, una vita da
ricostruire.
Sei tu... Sei mia madre?
S annuisce lei, con il pianto che le vela le pupille.
Era a Massilia, venduto a una ricca famiglia di commercianti
di grano si intromette Massimo, dopo aver dato ordine
di portare via il ragazzo.
Camma intuisce che qualcosa  andato per il verso sbagliato.
Si aggrappa al figlio, cerca di proteggerlo, di graffiare
le braccia dei soldati. Ma sono troppo forti: la strappano via
e la spingono a terra, dall'altro lato della grande vasca. Poi
spariscono con Conall fuori dall'abitazione.
Adesso parliamo un po' di noi due, stupida puttana ordovica,
amica del capo dei banditi dice il prefetto, sferrandole
un calcio che la manda a sbattere contro una colonna.
Il sangue le scorre dalla bocca e dal naso. Camma zoppica
con la caviglia malandata e cerca di ripararsi, ma non per il
dolore: la sua mente ha cancellato ogni altra immagine che
non sia quella di suo figlio.
Sono cos generoso da darti l'ennesima possibilit di evitare
la crocifissione, per te ed il tuo bastardo continua, sferrandole
un altro calcio all'altezza del ventre.
Questa volta, il colpo, lo accusa. Il prefetto le  addosso,
con un gesto rapido si sveste del panno che lo cingeva ai fianchi
e le blocca la testa con le mani. Poi le allarga le gambe e
cerca avidamente la strada verso le sue viscere.
Dimmi tutto quello che sai su Silano le ordina, mentre
le entra dentro.
Ma l'orrore non finisce qui.
Camma si dimena e prova a liberarsi, poi sente che l'unico
modo per farla finita presto  cedere. Gira lo sguardo, fissando
un punto indefinito verso l'uscita, pregando la dea Cibele
di farle rivedere suo figlio. Invece vi appare un'altra sagoma,
i capelli scomposti e il viso grondante rabbia, che la saluta
schernendola con la mano. Camma stringe gli occhi e mette
a fuoco la figura, che ora si staglia nitida contro il sole. No,
non  possibile.
 una donna.
 Calliope.

33.

Una settimana dopo.

Che dobbiamo fare con tutte quelle armi? chiede
Prometeo.
Distribuitele alle nuove reclute... Le altre le nascondiamo
qui.
Prometeo esce dalla grotta, eccitato.
Gli uomini si danno da fare con le carrucole, i secchi d'acqua,
il bestiame e le armi, aggirandosi tra i grandi lastroni di
pietra grigia e la boscaglia. Hanno trovato un nuovo rifugio,
pi confortevole e spazioso dei precedenti. La trib dei banditi
ormai  composta quasi esclusivamente da combattenti:
molti dei vecchi sono morti a causa delle sortite dei soldati
pompeiani, protrattesi per mesi. Le donne con i loro bambini
sono state imprigionate o fatte schiave. Restano gli ex soldati,
i truffatori e gli assassini di ogni risma, messi in riga da Silano
e integrati nella banda.
Dopo la vittoria alla necropoli la voce si  sparsa, le fila
dell'esercito ribelle hanno ripreso a ingrandirsi: fiaccati nel
morale, i soldati pompeiani hanno subto altre sconfitte, saccheggi,
devastazioni. Con il loro denaro e gli arsenali svuotati,
i banditi possono permettersi sicurezza e organizzazione. In
breve, si sono impadroniti di una rocca sperduta nella valle
che separa il Vesuvio dal mare. Ci sono costruzioni decrepite,
grotte, rifugi: qualcuno vocifera che lo stesso Spartaco si
serv dei cunicoli sotterranei per ingannare gli inseguitori e
prenderli alle spalle. La vista  eccellente e si pu controllare
il territorio tenendosi a debita distanza.
Ormai c' solo la guerra nell'orizzonte di Silano: guerra e
tristezza. Non potendo pi sognare un futuro in campagna,
con una donna da amare, gli resta uno scopo impossibile perfino
da immaginare. La vittoria contro Pompei. E l'assalto a
Roma. Una legione gigantesca, che raccolga tutti i diseredati
a sud dell'impero e li convogli contro lo strapotere dei patrizi,
degli arroganti generali e dei loro servi. Una missione suicida,
certo: ma che almeno dar un senso alla sua esistenza.
Gli di lo hanno messo in un vicolo cieco. E anche se adesso
 in una posizione di forza, Silano sa che non potr durare in
eterno: non si arriva alla vecchiaia da ribelli... Ci sono solo
due soluzioni, la morte o la vittoria. E Roma  troppo grande
per essere sconfitta, tantomeno da un manipolo di folli.
Silano raggiunge Prometeo, che sta dispensando ordini e
suggerimenti all'esterno. Il sole di inizio agosto picchia sulle
teste come fuoco degli inferi. In pi, si  aggiunto un nuovo
strano fenomeno: dalla terra, ogni tanto, provengono sbuffi
e nuvole di fumo. Come se vi fossero pozze d'acqua nascoste
sotto il suolo, che forse evaporano per il caldo. Il problema
per  l'odore: sembrano esalazioni di gas da combustione. E
nessuno riesce a capirne la causa.
Ho avuto una notizia, Silano dice Prometeo, avvicinandosi
a lui e indicando qualcuno in lontananza. Quell'uomo
laggi...  una delle reclute che mando spesso in avanscoperta.
Ieri ha perlustrato i boschi, non lontano dal vecchio tempio
di Cibele.
E...?
Dice di aver visto una donna dall'aspetto nordico, che
vagava quasi senza meta. Era sporca, coperta di stracci. E
zoppicava vistosamente.
Come? Sei sicuro?!
Forse non te lo dovevo dire... Ci ha scambiato due parole,
poi l'ha lasciata andare risponde Prometeo, annuendo con
aria contrita.
Silano trattiene l'emozione. Non pu farci nulla, ogni volta
che riesce anche per poco tempo a liberarsi dall'immagine di
lei, giunge qualcosa a rigettarlo nel calderone dei ricordi. Il
pensiero corre ai giorni nel rifugio del tempio: la pelle bianca,
i capelli lisci, lo sguardo barbaro e fiero, poi i loro corpi che
si univano, le risate... Tutte le vittorie di questo mondo non
significano nulla senza di lei. Non ha mai vissuto un periodo
cos bello e forse non lo vivr pi.
No, hai fatto bene dice lui.
E ora che hai intenzione di fare?
Silano fissa il suo unico amico negli occhi, che si stagliano
contro la luce del sole. Poi si siede sui gradoni di pietra osservando
gli altri banditi continuare il lavoro di fortificazione.
Vorrebbe aggiungere qualcosa ma non trova le parole.

Sono seduti sugli spalti, tra anfore di vino, formaggi e
uva. Nella palestra  stato organizzato uno spettacolo esclusivo
in loro onore. Si fronteggiano due dei migliori lottatori
pompeiani, reduci da molteplici vittorie a Capua, Roma, Cartagine
e Siracusa. Ma c' una novit, quest'oggi: sar un combattimento
all'ultimo sangue. Non come i gladiatori nell'arena,
ma con le mani nude. Nestore e Pollione si affronteranno
finch uno dei due non cesser di respirare.
Che la lotta abbia inizio! grida Massimo, sedendosi accanto
a Domiziano.
Gli altri amici ridono, qualcuno chiede a Marziale di intonare
uno dei suoi epigrammi licenziosi, ma il poeta  cos
ubriaco da storpiare le parole. I lottatori si studiano, si avvicinano,
poi iniziano ad afferrarsi e provare mosse per atterrarsi.
Dagli spalti volano croste di cacio e qualcuno sputa perfino
grandi boccate di vino.
La tua citt  splendida, Massimo... Potrei trasferirmici
per sempre: devo ringraziarti per avermi fatto riscoprire la
vita! grida il fratello dell'imperatore.
Il prefetto sorride. Nella mano ha nascosta l'ampolla con il
veleno, piena per met. Il beccuccio  gi stato spaccato e una
scheggia di vetro preme contro il suo palmo nudo.
Pensa piuttosto a quale meraviglia sar l'impero quando
tu siederai a Roma dice l'altro.
Ne abbiamo gi discusso:  pericoloso anche solo nominarla,
una cosa del genere...
Domiziano si raffredda, come se il vino e le parole attivassero
i suoi meccanismi difensivi anzich disinibirlo.
Ho dieci coorti pronte a salpare. Plinio ha la sua flotta,
gli altri senatori metteranno assieme uomini per un totale di
quasi due legioni. Con quelle chiuderemo Tito a tenaglia e
non gli daremo neanche modo di ragionare.
I lottatori sono per terra, Nestore stringe Pollione per il
collo e le sue possenti braccia assomigliano a una mola per
lavorare il ferro. La palestra  grande, ma vuota. I mosaici
sui muri ritraggono scene dell'Eneide, il calore  cos intenso
da far evaporare l'acqua dai catini e dalle vicine vasche.
Massimo approfitta del momento di particolare concitazione
dell'incontro e svuota il contenuto dell'ampolla nella coppa
di Domiziano. Poi alza lo sguardo verso il basso soffitto,
fingendo di divertirsi.
E come la mettiamo con... quella tua coorte sconfitta alla
necropoli? Non  una buona immagine per il futuro proconsole
della Betica.
Silano  solo un piccolo problema, che tra breve sar risolto.
Ho gi un piano.
Il fratello dell'imperatore beve e poi si volta a guardarlo
con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Vorrebbe schernirlo,
ma non trova le parole. Il volto gli si colora di bianco,
poi di rosso. Nessuno ci fa caso, nell'atmosfera di euforia che
regna sugli spalti. Ma Massimo sa che la pozione sta facendo
effetto: e che per qualche giorno la volont di Domiziano
dipender dalle sue parole. Gli baster convocare i senatori
in un incontro segreto e fargli esternare le sue vere intenzioni.
Quando l'effetto nefasto dell'intruglio terminer, sar gi
troppo tardi.
Sei... sicuro di questo?
Massimo annuisce.
Come sono sicuro della tua volont di diventare imperatore.
Il tempo di Tito  finito.
Domiziano tentenna, la testa che ciondola.
Non... mi sento bene balbetta, ma credo che tu abbia
ragione.
Domani notte lo dirai anche agli altri senatori.
D'accordo... ribadisce Domiziano, con lo sguardo
smarrito.
Sta per aggiungere qualcosa, ma un boato fa voltare entrambi
verso i lottatori. Nestore ha stretto la gola di Pollione
tra le gambe. L'altro prova a fare un cenno con la mano, come
di resa. Nestore guarda verso Massimo, che si affretta ad abbassare
il pollice.
Lo schiocco del collo che si spezza risuona per la palestra
con il fragore di una cascata. Gli amici di Domiziano sono in
estasi: soltanto lui guarda fisso al suolo con aria stranita, come
se gli stessero sfilando davanti tutti i demoni della sua vita.

Da giorni Camma vaga per la citt in uno stato di confusione
mentale assoluto. Balbetta frasi senza senso: le pare di
vedere il viso di suo figlio in quello di ogni bambino o ragazzo.
 vestita di stracci e sporca di sangue.
Dopo averla violentata per tutto il giorno, il prefetto l'ha
costretta ad ingurgitare un terzo della pozione che aveva preparato.
Camma si  sentita invasa da un calore ed un senso di
sconforto: la dea l'ha abbandonata, piegandola alla volont
di Massimo. Trova Silano e portamelo. Altrimenti non rivedrai
pi tuo figlio le ha ordinato. Lo aveva a pochi palmi
da s, non si  trattato di una visione. Conall ha bisogno di
protezione, proprio ora che si  ricongiunto a quello che resta
della sua famiglia, del suo popolo... Non riesce a togliersi
dalla mente il volto sardonico di Calliope, che la guardava
urlare di dolore, quasi posseduta da un demone maligno. Se
lei morisse o scappasse, non osa pensare cosa l'avvelenatrice
farebbe a suo figlio.
Il compito che le  stato affidato  odioso e le ripugna,
nonostante la sua mente sia confusa da una sostanza velenosa
che lei stessa ha generato. Non amava Silano: ma  stato il suo
compagno, l'unico uomo dal cuore puro, oltre suo marito,
che abbia mai conosciuto in quel continente infestato dalla
vigliaccheria e dal desiderio di sopraffazione. E anche se volesse,
non riuscirebbe a trovarlo. I banditi cambiano rifugio
ogni settimana, forse anche meno. Ma Camma non ha tempo.
Il prefetto le ha concesso solo dieci giorni.
Si trascina allora dalle bettole ai confini di Pompei fino
alle altre citt. La gente  inquieta, da qualche giorno il terreno
sotto i loro piedi trema a qualunque ora, perfino nella
notte. Si sparge la voce che gli di vogliano punirli per la
loro condotta immorale e la loro tracotanza. Cos, agli angoli
delle strade si iniziano a celebrare strani rituali, esorcismi o
purificazioni. Si sacrificano animali, ci si accoppia all'aperto
in un'orgia di vino e sesso che assume il sapore della fine del
mondo. Camma non sa se sia il proprio delirio o l'altrui follia
a riempire le strade polverose: a Oplonti viene agganciata da
un mercante che prova a portarla con s per rivenderla in
Oriente. A Stabia sono le puttane di un lupanare a tentare
di derubarla, e lei pu solo fuggire e recuperare vaghe informazioni
su una battaglia appena vinta dai ribelli, nei pressi
dell'antica necropoli sulla montagna.
Quindi si incammina nella campagna, non sapendo nemmeno
alla ricerca di cosa. Recupera alcune erbe curative, che
per non riescono a farle metabolizzare l'effetto del veleno. I
suoi occhi vedono cose che non esistono e le orecchie ascoltano
parole che spaventerebbero perfino Plutone. Di notte
la necropoli si popola di fantasmi e di persone morte: c'
sangue, un mare di sangue. E corpi smembrati, viscere, teste
decapitate e bulbi oculari ovunque vada. Camma fugge via
urlando, con le visioni che non le danno tregua. Teme di impazzire
e si inoltra nel ftto del bosco, al buio.
Quando si risveglia, al mattino, la mente intorpidita le
concede tregua. Riconosce alcuni sentieri, gli alberi, le rocce
disposte in fila... La terra trema ancora, ma gli uccelli sugli
alberi sembrano essersi calmati e cos le nuvole. Ritrova il
sentiero che un tempo era stato nascosto dai rovi, poi il corso
del ruscello deviato dalle mani degli uomini. Giunge infine al
vecchio tempio delle avvelenatrici. Quasi nulla sembra cambiato
da quando l'ha lasciato: ricorda il giorno in cui vi mise
piede con quella che ora  divenuta la sua nemica giurata.
Tutto  iniziato in qualche modo l.
Camma si aggira tra i cocci delle ampolle ed i residui di
piante bruciate. Poi spinge il grosso portale che si apre a fatica,
cigolando. Ritrova il suo giaciglio di un tempo, ammuffito
e rosicchiato dai topi. Ma la statua della dea  sempre l,
intatta dall'usura dei giorni. Nel suo sguardo benigno e nelle
immagini del carro e dei leoni legge un orgoglio e un amore
che credeva ormai tramontati.
Si inginocchia davanti a colei che le ha infuso speranza e
scoppia in un pianto dirotto, abbracciata al basamento della
statua. Poi, una volta che si  ricomposta, solleva le braccia al
cielo, chiude gli occhi e prega.

34.

 notte e Silano si aggira come un vagabondo gi per gli
stretti dirupi della montagna. Pensa all'ironia della vita: uno
come lui, nato nella Suburra, che ora domina le citt romane
ed incute terrore dall'alto dei suoi rifugi. Chiss la vecchia madre
cosa star pensando, nei Campi Elisi. Forse lo maledir,
forse sar indifferente. Per i morti le questioni quotidiane del
mondo terreno sono forse risibili.
A pochi passi da lui inizia la boscaglia e, oltre, c' il tempio
delle avvelenatrici. La geografia del territorio sembra immutata,
tra il corso d'acqua deviato e i recinti per il bestiame.
Sopravvive addirittura qualche baracca di legno, mai smobilitata.
Silano scende da cavallo e sorride: trova alcune statuette
votive sparse al suolo, ampolle di vetro, cocci calpestati e
frantumati, perfino una piccola daga arrugginita. La raccoglie
e la fa roteare in aria, poi si avvia per lo stretto sentiero
un tempo infestato dai rovi.
Non sa bene cosa sia venuto a fare quaggi:  un impulso
irrefrenabile che lo spinge. Si  mosso di sera, da solo, quando
nessuno prestava attenzione. Ha nostalgia di qualcosa che
non esiste, di innominabile: forse l'amore, forse semplicemente
il passato. Dove tutto, sempre, sembra migliore. Non
crede di avere speranze di ritrovare Camma. Probabilmente
si trattava di una somiglianza sfuggente, che ha tratto in inganno
la recluta. Seppure la donna fosse sfuggita ai soldati
romani, di certo non si sarebbe ritrovata a vagabondare per le
campagne. D'improvviso gli tornano in mente le parole della
vecchia, quel giorno nella radura: "Devi solo avere fiducia
che le vostre strade si riuniranno. Solo se non la cercherai".
Invece darebbe un braccio, forse la propria vita, per avere
ancora notizie di lei.
Il sentiero illuminato dalla luna si arrampica fino al portale
del tempio di Cibele. Silano  indeciso se entrare. Trattiene
il fiato e resta in silenzio ad ascoltare i movimenti impercettibili
delle foglie e degli insetti. Sta quasi pensando di tornare
indietro al suo cavallo, quando sente un sospiro. Anzi, una
specie di rantolo, che subito si trasforma in tosse. D'istinto
mette mano al gladio e si piega in posizione di combattimento.
Ma poi il suono ritorna regolare, attestandosi sul ritmo
del respiro.
C' qualcuno, forse una donna, che riposa nel tempio.
Silano si guarda attorno intimorito, poi si infila tra il
muro e il portale, senza far cigolare i cardini, ed entra.
Trova dei carboni ancora caldi nel braciere: ne afferra uno, ci
soffia sopra e lo accosta alla lampada ad olio per accenderla.
La luce rischiara subito l'enorme navata, immersa nell'incuria
e nella polvere. Molte piante sono appassite, mucchi
di foglie secche formano al suolo un folto tappeto e anche i
tavoli da lavorazione sono disordinati e sporchi. Sul fondo,
la donna dorme sul pagliericcio, poco distante dalla statua
della dea.
Silano si avvicina, riponendo il gladio nella cintura.  stranito,
come se una forza impalpabile lo avesse condotto fin
l. La sua mente  obnubilata, il cuore non si aspetta nulla:
proprio perch forse, in fondo, gi sa.
Quando arriva all'altezza del giaciglio, per poco non scoppia
a piangere prima ancora di avere la forza di parlare. La
lampada rischiara un volto bianco e capelli chiari. Pur avvolta
in pesanti coperte, i lineamenti del corpo sembrano delineati
come in un bassorilievo.
Camma... sussurra lui.
La donna apre gli occhi quasi ridestandosi da un sogno.
Sbatte le palpebre e le stropiccia, poi incrocia lo sguardo del
suo vecchio uomo.
Di del cielo! Sei proprio tu!
Silano le getta le braccia al collo, Camma lo stringe piangendo.
L'effetto della pozione malefica  svanito, ma l'ha lasciata
spossata e disillusa.
Non so chi o cosa mi abbia guidato qui. Disperavo anche
solo di avere tue notizie.
Sono state le... mie preghiere balbetta lei.
Lui scuote la testa e sorride.
 stato uno dei miei soldati, ti ha visto girovagare per le
campagne quaggi, non lontano dalla necropoli.
Non lo ricordo.
Ho avuto paura che fossi morta. Quando i soldati ti hanno
presa, non ho saputo...
Camma gli mette una mano sulla bocca e gli fa il gesto di
tacere. Poi lo bacia.
Sono io ad averti detto di andare via. Era inutile farsi catturare
in due. E subirne le conseguenze.
Restano cos, abbracciati nella notte in cui la luna  stata
appena oscurata dalle nuvole. Finch i loro corpi iniziano a
fremere, sudare, ansimare. Si ritrovano avvinghiati in un amplesso
che ha il sapore dell'addio o del rimpianto. Quando
tutto  finito, Silano afferra un ramoscello di eucalipto ormai
secco e prende a giocherellarci.
Cosa ti  successo, dopo? le chiede.
Camma si riveste e si stringe a lui.
Delle cose brutte. Mi hanno portata nel palazzo del
prefetto.
A Pompei? Da Massimo?!
Mi ha ordinato di preparare una pozione per soggiogare
la volont di un suo nemico. Ho dovuto obbedire, per attendere
il momento giusto e avvelenarlo. Sono stata a Roma
e... ho scoperto che l'uomo che ha sterminato la mia famiglia
 lui.
La terra trema sotto i loro piedi, come se la montagna si
stesse rivoltando a un destino gi segnato. Silano sussulta,
Camma piange, ma ha un'espressione indifferente. Si stringono
forte finch non  tutto passato e riprendono a parlare.
E come hai fatto a scappare?
Non l'ho fatto risponde lei, respirando a fondo.  stato
Massimo a liberarmi. Ha in mano mio figlio:  vivo, si trovava
schiavo in Gallia, e Massimo l'ha rintracciato, non so come
abbia fatto.
Maledetto Giove! sibila lui, senza riuscire a trattenersi.
C' qualcosa di strano nell'intera faccenda. Come la mano
invisibile di qualcuno che ha unito le loro vite solo per divertirsi
a dividerle.
Se non ti consegno a lui, non rivedr pi Conall...
Ecco il motivo. Silano l'allontana per un istante. Si sente
ferito, ma non stenta a comprendere le ragioni di Camma. Lei
ha un figlio e d'altronde non lo ha mai illuso: c'era trasporto
fisico, senso di protezione, mai vero amore. E dal canto suo,
lui non ha pi nulla da perdere. L'unico motivo per cui gli di
lo tengono in vita, lo sa,  guidare i suoi banditi in battaglia e
offrire loro un giorno in pi su questa terra.
Ho poco tempo. E non so cosa fare.
Ci inventeremo qualcosa, fosse l'ultima cosa che faccio
dice lui.
Si stringono di nuovo, in un abbraccio doloroso che lascia
lividi sulle braccia e sul collo. Fanno l'amore fino all'alba.
Quando lei si sveglia, lo trova gi rivestito, sull'uscio del
tempio.
Silano alza la mano in un cenno di saluto, entrambi non
hanno parole per salutarsi.
Ti trover io. Presto...  l'unica cosa che riesce a dire.
Poi ridiscende per il sentiero di rovi, ma non trova il cavallo.
Le briglie sono state tagliate, e giacciono a terra. Prima
che possa intuire l'accaduto e afferrare il gladio, due uomini
gli piombano alle spalle e lo atterrano con una pesante mazzata
alla testa.
Finalmente, ecco il bastardo! mormora uno di loro.
Silano ha la vista annebbiata. Capisce che lo hanno catturato.
Venti soldati pompeiani, mandati dal prefetto in persona.
Camma grida, di lontano: gli uomini schiaffeggiano anche
lei e le legano le mani, facendola montare su un piccolo carro
che  appena sopraggiunto all'altezza del ruscello.
Sono stati ingannati entrambi, dalla loro ingenuit e forse
dal loro amore. Silano ha solo il tempo di realizzare che lei
non lo ha tradito. Poi, appena il sole gli trafigge le pupille con
il suo calore, sente le forze venirgli meno e perde i sensi.

Porto di Miseno, tre giorni dopo.

Il mare  un'immensa distesa d'argento, appena fuori Miseno.
Il vento che soffia dal promontorio rinfresca il volto e
gli animi. Non quello di Silano, incatenato come un qualunque
schiavo nella stiva, accanto alle merci e alle provviste.
Sono salpati dal porto di Pompei molto presto e, ora che il
sole  alto, ad attenderli vi sono Plinio e gli altri senatori romani.
La legione si  radunata a breve distanza, sulle sponde
del lago di Patria, dove Scipione l'Africano venne a trascorre
gli ultimi anni della sua vita. In pochi giorni sar pronta per
partire alla volta di Roma e realizzare un'impresa che prima
d'ora fu solo del divino Cesare: piegare il Senato alla volont
di un nuovo imperatore, riportare l'ordine. Detronizzare un
tiranno.
O almeno  questa l'idea che aleggia tra le menti, e le bocche,
dei senatori, preoccupati delle proprie prebende o dei
tornaconti futuri. Massimo ha in mente altro, ma per ora si
guarda bene dal dirlo. Nemmeno il suo pi fidato alleato,
comandante della flotta di Miseno, lo sa: Plinio, d'altronde, 
pi interessato allo studio delle pietre e dei fenomeni naturali,
come non manca di ricordargli a ogni loro nuovo incontro.
Stanno avvenendo cose misteriose: una forza segreta unisce
la mia terra alla tua citt dice, accogliendo la nave appena
sbarcata nel porto.
I senatori sono radunati sotto la tettoia della grande locanda
sulla spiaggia.  stato allestito un sontuoso banchetto:
frutti di mare, cacciagione, ostriche e fiumi di Falerno.
Mancano Marziale ed altri poeti, ma Domiziano  presente:
o, almeno, lo  con il corpo. La sua mente latita ancora sotto
l'influsso della pozione velenosa. Che durer per lo meno altri
tre giorni.
Anche tu fai il poeta, ora?
No, non intendo in senso figurato: ci sono strane crepe
nel terreno, perfino nel giardino della mia villa. E poi un odore
nauseabondo, sbuffi di vapore. Credo si prepari qualche
evento epocale...
Su questo ti do ragione, stiamo per muoverci alla conquista
di Roma! dice Massimo a voce bassa, ma in tono solenne.
Plinio sembra un po' deluso dalla risposta dell'amico. Il
prefetto d ordine di far sbarcare Silano ed esporlo, nudo,
alla vista dei senatori. Poi prende posto al banchetto assieme
agli altri.
Benvenuto, proconsole! dice qualcuno.
Le urla di giubilo invadono la spiaggia, pi forti delle onde
del mare. Intanto gli schiavi versano vino e servono le portate.
Ogni promessa per me  un patto di sangue. Vi avevo garantito
che avrei catturato il flagello del Vesuvio, quello che i
plebei chiamano il "novello Spartaco". Eccolo qua, ora, per
aver osato sfidare noi e l'impero!
Silano ha un colorito pallido, chiazzato di tumefazioni e
grumi di sangue incrostato. L'occhio destro  aperto a malapena,
ha escoriazioni sulle guance e solchi che gli attraversano
la schiena.  stato flagellato e torturato, ma non ha parlato.
Uccidiamo questo bastardo traditore! propone
qualcuno.
No! Che serva da mnito! Questo cane dovr morire,
ma alla maniera dei ribelli, sbranato dalle belve nell'area di
Pompei. Il tributo di sangue al popolo e agli di battezzer la
nostra impresa. Propongo che dopodomani venga celebrata
una giornata di ludi gladiatori, e che la notte stessa i legionari
salpino alla volta della foce del Tevere!
Il vino riscalda l'atmosfera gi infuocata. Gli schiavi portano
acqua mista ad aceto per dissetare gli ospiti. Silano  legato
a un palo, ad abbrustolire al sole di mezzogiorno. Massimo
gli va vicino sorseggiando la sua coppa di vino.
E con te moriranno pure la tua puttana e suo figlio. In
questo stesso momento  la vostra vecchia amica Calliope che
se ne sta prendendo cura...
Silano solleva la testa impercettibilmente.  stremato, ma
non cede alle lacrime. Prova a sputare sul volto del prefetto
ma la bava gli ricade debolmente sul petto.
La tua ambizione e la tua crudelt saranno punite dagli
di... riesce a mormorare.
Il maestrale prende a soffiare dal mare. La terra sussulta
per un breve istante. Massimo ne sembra inquietato.
Forse risponde, tentando di dissimulare lo spavento,
ma ci non mi impedir di vederti morire.
...
Risveglio.

Molti alzavano le braccia agli di, altri pi numerosi
dichiaravano che non v'erano pi di e che
quella era l'ultima notte del mondo.

Plinio il Giovane, Lettere ai familiari VI, 20.

35.

Pompei, due giorni dopo, 24 agosto 79 d.C.

Silano trema, ma non per la paura. Si trova in una cella sotterranea
interna al nuovo anfiteatro. Fa freddo e la sua carne
nuda  arrossata e gonfia. Un'infinit di pensieri gli vortica
nella testa dolorante: ripensa ai passi falsi, a ci che avrebbe
potuto fare, alla trib di ribelli, che era una maledizione eppure
anche una ragione di vita, a Camma...  strano, ma perfino
adesso darebbe chiss cosa per stringerla a s. Gli imperi
crollano e la vita degli uomini  troppo fragile per le tempeste
della storia. Eppure basta cos poco per riempirla: un sorriso,
un sussurro. A volte perfino un'immagine.
Sopra di s sente la gente urlare e dimenarsi. Le grida
sono attutite dallo scalpiccio di piedi e a volte addirittura dal
clangore del ferro. Passa cos non sa quante ore, finch due
guardie vengono a prelevarlo. Silano si risolleva a fatica, ha
paura di respirare a fondo o di sondare lo stato delle proprie
costole. Dei lividi sulla schiena e sul petto non si preoccupa,
quelli sono cos grossi da aver anestetizzato il dolore. I soldati
lo spingono su per le scale: non c' odio nei loro gesti,
solo la stanchezza e la meccanicit procurata dal caldo estivo
soffocante.
Quando la grata si spalanca, Silano viene accecato dalla
luce. Il silenzio dura pochissimi istanti e poi un boato risuona
per l'enorme anfiteatro e lo fa sussultare. Sulla sabbia dell'arena,
resti di sangue ed interiora umane: i combattimenti si sono
protratti dal mattino. La parte di gradinata crollata mesi prima
 stata ricostruita. La gente affolla festosa gli spalti, urlando
frasi sconce, dimenandosi, applaudendo o fischiando.
Il sole  alto e il prefetto  seduto l, sul suo scranno,
circondato da guardie ed amici. Ci sono anche Domiziano, Marziale
ed altre persone di cui ignora l'identit. Manca Plinio,
rimasto a controllare i preparativi per la sua flotta. E poi c'
Calliope: Silano la intravede in un angolo, con la sua capigliatura
folta e la pelle scura. Gli pare che sorrida, illuminata dal
sole o dall'orgasmo per il male che ha causato. La sua mente
corre indietro nel tempo e torna a quel giorno nella radura,
alla profezia sul sacrificio fattagli dalla vecchia: chiss ora
dove si trova, e chiss se la sua gente si  riorganizzata o si 
smarrita per la disperazione. Sa di essere sul punto di morire,
eppure vorrebbe aver fatto di pi: vorrebbe aver usato la propria
vita per far ottenere alla sua trib una libert definitiva, e
non soltanto pochi mesi con i polsi privi delle catene romane.
Massimo si alza dallo scranno, la plebe sugli spalti ammutolisce:
le stesse persone che fino a poco tempo prima lo invocavano
come salvatore, oggi lo scherniscono. Ma  il destino
del mondo a essere fatto in questo modo, e lui non se ne
rammarica. Ha combattuto troppe battaglie in tutto l'impero
per non aver sondato a fondo l'animo umano.
 venuto il momento di restituire giustizia al popolo di
Pompei. Un traditore, un vigliacco che ha infangato il nome
del sacro esercito e si  scagliato contro la sua stessa gente,
 stato finalmente catturato. E ora pagher il suo tributo di
sangue per aver distrutto, rapinato, ucciso centinaia di innocenti.
Morte a Silano! Viva l'imperatore! urla il prefetto.
Il boato dagli spalti fa tremare il suolo. O forse non  solo
il boato. Silano non sa decidere:  troppo preso dall'emozione
per ragionare. Uno dei soldati gli lancia un gladio e indica
un portale alle sue spalle; il capo dei banditi si gira a guardare,
temendo il peggio, ma  di nuovo il prefetto a urlare
qualcosa.
Assieme a lui, la sua concubina con il figlio, che hanno
cercato di attentare alla mia vita. E solo il volere degli di lo
ha impedito.
La grata sfila lentamente verso l'alto e Silano vede apparire
i volti sporchi e insanguinati di Camma e Conall. Tremano,
spauriti sotto la selva di fischi e il lancio di oggetti della plebe:
li hanno picchiati, forse torturati. Silano non sa se gioire o disperarsi
della loro sorte: quantomeno, gli di hanno esaudito
il suo ultimo desiderio di rivederla viva.
Io... noi... balbetta la donna.
Silano le tappa la bocca con la mano e la stringe a s. I
mormorii di disapprovazione del popolo sono interrotti da
un ruggito feroce, che assomiglia all'esplosione di un'onda
sulle rocce. Prima che possano prepararsi, si accorgono di
due leoni appena liberati dalle loro gabbie.
Restate dietro di me, qualsiasi cosa succeda dice lui.
Ne ha visti a Cartagine, molti anni prima. Sa che si tratta
di bestie potenti, se affamate. Non pu sperare di sfiancarle:
l'unica speranza che ha di sopravvivere  colpire per primo.
L'adrenalina pompa nelle sue vene e gli fa dimenticare il dolore
e le ferite. Silano si sposta sulla sinistra, cercando di levarsi
dalla traiettoria che lo costringe in mezzo alle due belve,
seguito da Camma e dal ragazzo. Poi si avvicina lentamente,
dicendo loro di rimanere a cinque passi di distanza. Uno dei
leoni ruggisce all'indirizzo della folla, distratto dal lancio di
oggetti e cocci di anfore. L'altro invece ringhia: ed  un suono
osceno, terribile, come se una catapulta si preparasse a sventrare
una piccola capanna di legno con tonnellate di marmo.
Silano impugna il gladio con due mani e si avvicina fino quasi
a sentire il fiato della bestia. Un attimo prima che scatti, le
calcia la polvere negli occhi d'ambra e si accovaccia come in
posizione di difesa.
Puntami alla gola! dice, battendosi la mano sul collo.
Il leone ruggisce infastidito e si strofina il muso con una
zampa, Silano gliela squarcia con il gladio e colpisce con un
secondo fendente al ventre. L'animale geme di dolore, con
una tonalit quasi umana, coperta solo in parte dalle grida
della gente. Il sangue schizza fuori con volutt, ma il leone
non muore sul colpo. Avanza ancora, cerca di mordere l'aria
e lacerarla con gli artigli della zampa sana. Silano indietreggia
osservando l'altra belva, attratta dall'odore della morte.
Arretrate senza trascinare i piedi... sussurra a Camma e
Conall, che hanno i volti contratti dall'orrore.
Il ragazzino si china per raccogliere un coccio di anfora
piovuto dagli spalti. Camma non ha il coraggio di alzare gli
occhi, ma sa che la sua vecchia amica, ora aguzzina, la sta
osservando dalla tribuna delle autorit.
L'altro leone fiuta qualcosa, oltrepassa il corpo del compagno
morto e poi si avvicina strisciando sul terreno. Ha la
criniera irsuta, lucente:  magro e muscoloso, sicuramente a
digiuno da due o tre giorni. Silano affonda il piede nudo nella
sabbia e si prepara a calciarla negli occhi della belva, che
questa volta, per, schiva di lato la polvere e si getta su di lui
con forza inaudita, lacerandogli il petto e mandandolo gambe
all'aria. Silano  sconvolto dalla violenza dell'animale, che
gli  subito addosso e prova ad azzannargli la testa. Lui rotea
il gladio a mulinello, riuscendo a ferire il leone di taglio ma
non a tenerlo a distanza. I muscoli sono tesi fino allo spasimo,
in una manciata di secondi le fauci affonderanno nelle sue
carni, togliendogli la vita.
 quasi deciso a lasciarsi andare, sperando che il proprio
corpo sazi la fiera, quando Conall prende il coraggio a due
mani e infila il coccio aguzzo di terracotta nell'occhio del leone.
La belva fa un balzo all'indietro e ruggisce disperata, il
popolo sugli spalti sembra divertirsi, forse addirittura cambiare
preferenze. Silano si rimette in piedi mentre il sangue
gli sgorga dal petto ferito, aumentando l'eccitazione della
belva. Sa che non gli restano le forze per un ultimo assalto:
il pensiero si focalizza sulla morte, facendogli sperare che sia
rapida e meno dolorosa possibile.
Restate immobili mormora in direzione di Conall,
accarezzandogli di sfuggita la testa.
Intanto il leone si  avvicinato, contorcendo a tratti la coda.
Sta quasi per spiccare l'ultimo e definitivo balzo, quando accade
qualcosa di inaudito.
La terra trema.
Ma non  il solito sussulto. C' qualcosa, una potenza che
aspira a forare la crosta terrestre ed uscire in superficie. Come
se Plutone desiderasse liberarsi dalle catene degli inferi e
sterminare gli di del cielo.
La polvere si spande per l'aria e il suolo nudo dell'arena si
squarcia. Silano, Camma e Conall vengono sbattuti dieci passi
pi in l, cos come il leone. Dalle gradinate si levano urla
di panico, gli spalti cedono sotto le spinte della terra che non
smette di vibrare. Il prefetto e i suoi ospiti restano pietrificati,
con le coppe di vino ancora strette nelle mani.
Poi il terremoto raggiunge il suo acme e, dietro di loro,
l'orrenda cima appuntita del Vesuvio esplode con la forza di
mille giganti, proiettando fuoco, massi e cenere nell'atmosfera.
Il cielo diventa nero. Silano osserva la gente precipitare tra
le spaccature della roccia e intuisce che il giorno della fine 
arrivato.
 un cono nero rovesciato, come un imbuto od un tornado
che risucchia l'aria e sputa fuori fumo e distruzione. Le pendici
della montagna si sfaldano sotto la furia delle fiamme e
dei lapilli. Il fungo maligno si allarga fino ai cancelli dell'universo
e oscura il sole, sommergendo anche Ercolano, Oplonti
e Stabia di esalazioni nefaste.
Il prefetto Massimo assiste impotente allo spettacolo terribile,
mentre pietre e mattoni volano sopra la sua testa, esplodendo
dalle fenditure dell'anfiteatro. Le scosse sono a bassa
frequenza, ma i detriti incandescenti brillano come fuoco a
contatto con le pupille.
Di del cielo!  un vulcano! esclama, facendosi largo
verso l'uscita.
Marziale, Domiziano e perfino Calliope sono finiti chiss
dove. Nel caos generale fatto di grida, corse, gente calpestata
dalla ressa e militari impreparati ad affrontare l'emergenza,
Massimo riesce a intravedere i tre condannati a morte fuggire
via dall'arena, scavalcando la carcassa del leone morto. La
sua citt cresceva sulle pendici di un vulcano senza che nessuno
lo sospettasse: gli tornano in mente le parole di Plinio e
gli avvertimenti del suolo, tremolante da settimane. Ma ormai
 troppo tardi perfino per pentirsi. La pioggia di detriti e cenere
si abbatte sulla citt, cancellando i colori e distribuendo
la sua puzza di zolfo ovunque. Ma Massimo si accorge con
terrore anche di qualche altra cosa: dall'alto della collina su
cui sorge l'anfiteatro, vede scendere dal Vesuvio centinaia di
uomini armati. Sono i banditi, la trib di Silano: scappano
dalla nube di gas e pomici eppure puntano proprio verso
la sua citt. Attraversano correndo la pianura sterminata e
penetrano nelle mura di Pompei, sicuramente intenzionati a
salvare il loro capo, a morire se necessario. Falciano uomini,
mercanti, soldati: approfittano del panico per muoversi come
formiche tra le strade ed i vicoli, seminando morte e distruzione
pi dello stesso vulcano.
Massimo tenta di radunare gli ufficiali pi alti in grado,
esce dall'anfiteatro e si dirige verso la porta di Nuceria, a
sud-est. Ma mentre cammina viene fermato, spinto, calpestato
dal popolo che fino a poco prima governava. Tutti corrono
a rinchiudersi nelle loro case, convinti di trovare scampo.
Qualcuno pi furbo si precipita verso la costa, sperando poi
di rubare un'imbarcazione o anche solo un pezzo di legno
per spingersi lontano da quella landa infuocata. Il Vesuvio
spruzza nuovamente la sua rabbia nell'etere ed offusca il cielo,
questa volta con violenza inaudita: i gas della combustione,
pi densi dell'aria, rotolano gi come pezzi di ghiaccio in un
calice. Gli occhi bruciano, la tosse convulsa trafigge la gola
con la puntura di mille spilli.
Per la prima volta, il futuro proconsole della Betica si rende
conto di trovarsi davanti a una forza pi grande di s.
Nessun complotto, nessuna strategia potr fermarla. L'unica cosa
che gli resta da fare  tentare di salvare la pelle.
Che cosa sta succedendo? Cosa esce da quella maledetta
montagna?!

Camma  nel panico, stringe per mano il figlio, al punto da
fargli quasi male. Attraversano i vigneti calpestando i tralci,
poi corrono verso le mura pi vicine. Il fumo nero scende a
valle minaccioso, come una valanga di neve maligna: le urla
della gente sono ormai assordanti. C' chi saccheggia mercanzie
dalle botteghe, convinto di poter scampare al disastro
chiudendosi nella propria casa; c' anche chi cammina imbambolato
per lo spavento, scosso dal vento acido o dalla
corsa dei passanti. Per terra c' un mare di cadaveri, morti
nella zuffa o schiacciati dai carri che sfrecciano trainati da
cavalli imbizzarriti.
Cenere e lapilli, il Vesuvio  un vulcano. Ne ho visto un
altro quando ero in Africa, ma nessuno dalla potenza cos
devastante. Dobbiamo raggiungere il mare.
L'aria si fa irrespirabile, Silano tossisce, gli occhi arrossati,
e si infila in un vicolo. Sta quasi per spingere Camma all'ultimo
scatto, fendendo la folla che si accalca attorno alle mura
sbrecciate, quando intravede qualcosa. All'inizio non gli sembra
possibile: lui, cos solo e privo di guardie. Poi pensa ad un
favore o alla giustizia degli di.
Massimo! urla con tutta la forza che ha nei polmoni.
La gente si volta inorridita. Silano afferra una vanga che
trova sull'uscio di un'abitazione e si lancia contro il suo rivale.
Il prefetto  spiazzato: ha provato a coprirsi alla meno
peggio, ma la toga avvolta attorno al collo non impedisce ai
suoi occhi anneriti di mostrarsi in tutta la loro malvagit.
Silano lo colpisce al fianco, poi gli  addosso, tentando di
afferrargli il collo con le mani. Massimo reagisce e gli tira una
ginocchiata al ventre. Si rotolano per terra, calpestando cocci
e mattoni. Il corpo di Silano  martoriato dalla fatica e dai segni
delle torture, ma la sua anima attinge alle riserve dell'esistenza
per compiere ci che secondo lui  il volere degli di.
Andate verso il porto, vi trover io! grida di rimando a
Camma, che annuisce e trascina Conall oltre le mura.
Moriranno... E morirai pure tu... balbetta il prefetto.
Silano gli blocca il polso con un ginocchio, glielo spezza.
Poi afferra un grosso masso e lo sbatte sulla sua faccia pi
volte. Il sangue spruzza fuori come la nube dal vulcano. Nella
mente di Massimo scorre in un istante tutta la sua vita pompeiana:
e il desiderio di vendetta  cos forte da farlo rammaricare
per la spedizione dei legionari che senza di lui non
avverr, piuttosto che per la sua morte ingloriosa. Silano sta
per assestargli un ultimo pesante colpo sulla fronte, quando
sente una forza misteriosa sballottarlo contro il muro di una
casa. Le urla e la cenere piovono gi copiose: un altro urto
tellurico ha ribaltato il suolo, aprendo enormi ferite nel terreno
della citt. Dentro la voragine precipitano donne, bambini,
anziani, soldati, schiavi e patrizi.
Lo squarcio si apre proprio sotto le gambe del prefetto
che, intontito dai colpi ricevuti, quasi non si accorge di nulla.
Riesce a malapena a reggersi al tronco di una colonna spezzata.
Silano con un gesto istintivo corre ad afferrarlo per un
braccio. Il volto sfigurato di Massimo fa spavento. Ormai il
cielo ha le tonalit del tramonto, anche se  pieno giorno: i
lapilli e la cenere proiettati a dieci miglia di altezza ora veleggiano
sulle citt vesuviane, pronte a prendersi la vita della
gente.
Silano cerca di resistere, ma il prefetto si lascia andare.
Lancia un'ultima occhiata gi con gli occhi gonfi: l'abisso
nero lo aspetta, ingoiando destini.
Ci rivedremo presto nei Campi Elisi... ne sono sicuro... O
pi probabilmente agli inferi mormora con un sorriso agghiacciante
disegnato sulle labbra.
Poi Silano lo abbandona, mentre un'altra frana fa chiudere
la terra sul corpo del prefetto, ormai ingoiato nel vuoto.

Camma zoppica ma cerca di affrettarsi. Stringe la mano del
figlio cos forte che quasi gliela stritola. Le mura di Pompei
sembrano polverizzate: la gente scappa avvolta nella fuliggine,
che cancella i lineamenti e li colora di una tinta demoniaca.
Il mare  molto mosso, ma Camma sa che dovr raggiungerlo
per sperare di trovare una via di scampo. L'enorme bocca del
cratere erutta fumo e fuoco che, rapido, si propaga verso la
citt, colmando le vallate con lunghe rughe incandescenti. Le
ferite delle torture subite da Calliope sono dolorose, ma l'eccitazione
del momento e della morte appena scampata nell'arena
ha cancellato temporaneamente ogni cosa. Le torna alla
memoria il tempio di Cibele, dove ha passato i momenti migliori
della sua vita romana: e le viene da pensare che forse
 stata proprio la dea a gettare quella sciagura addosso agli
uomini, infastidita dai loro tradimenti e vigliaccherie.
Un branco di cavalli selvatici le taglia la strada, lanciandosi
verso la pianura aperta. Camma gira per un istante lo
sguardo in direzione di Pompei e la vede ormai affogare nella
cenere. L'aria  pungente ed acre. Quando si volta per riprendere
a camminare spedita, trova una brutta sorpresa ad
aspettarla. Come un fantasma, una donna le si para davanti
brandendo una lunga falce tra le mani: sembra Proserpina
stessa, che si  fatta largo in mezzo a tutto quel caos per cercare
proprio lei.
Gli di hanno ascoltato le mie preghiere, in ogni senso. E
per ringraziarli verser il vostro sangue dice ridendo.
Camma capisce che Calliope ha ormai perso totalmente
il senno. Intorno, la gente fugge e la terra continua a vibrare.
Ma alla sua vecchia amica interessa solo toglierle la vita,
perfino a rischio della propria. Mentre si avvicina, Camma
spinge Conall lontano e si getta a testa bassa, riuscendo ad
afferrare il manico della falce un attimo prima che la punta la
colpisca al volto. Le due donne si contendono l'arma urlando,
Calliope assesta un calcio al ventre dell'altra e le graffia il
petto con le unghie luride. Ma Camma non desiste: entrambe
continuano a stringere l'impugnatura di legno cos forte da
spezzarla e far schizzare via la lama. Poi si ritrovano a terra,
rotolandosi e ferendosi con pugni e morsi.
Camma  esasperata, la rabbia di anni di soprusi e inganni
sembra esplodere all'improvviso. Ma il corpo non risponde:
la stanchezza prende il sopravvento, i muscoli sono contratti
e le frenano i movimenti. Calliope, dalla sua, di sicuro avr
assunto qualche potente droga per aumentare l'agilit. Infatti
riesce a bloccare l'avversaria inchiodandole un ginocchio sul
petto, mentre con l'altra mano afferra una pietra piovuta gi
dal cielo nella landa desolata, e ancora calda. La solleva per
colpire Camma al volto una, due volte: dalla narice fiotta un
lungo rivolo di sangue. Nessuna delle due si accorge di Conall,
che intanto si  rimesso in piedi e ha recuperato la lama
della falce, volata via tra le sterpaglie. Calliope sta per vibrare
la terza e forse letale sassata, quando il ragazzino le infila
urlando il ferro appuntito nella schiena. Il tutto dura appena
un istante. La lama le trapassa il cuore e le fa sputare fuori
un copioso fiotto di sangue. Calliope fissa sbigottita il cielo,
un attimo prima che la vista le si annebbi e l'anima nera lasci
definitivamente il corpo.
Cos'hai fatto?
Ti ho... salvata, madre dice il ragazzo.
Camma si tira su e si tampona il naso con un lembo della
veste ormai logora. Poi gli afferra un braccio e riprende a
camminare. Al mare mancano ormai poche centinaia di passi.
Si vedono gi le barche pronte a salpare, prese d'assalto dai
tanti pompeiani accorsi in cerca di speranza.
La locanda in riva al mare  crollata, facendo esplodere
le anfore e spargendo vino e provviste sulla sabbia infuocata.
Le fiamme ormai hanno raggiunto la pianura. Non si
arrestano il fumo e la cenere che si sono infilati nei polmoni
dei pompeiani sterminandoli durante la folle corsa verso la
salvezza.
Camma e Conall trovano una nave che sta quasi per salpare.
Vi si sono imbarcati diversi soldati, che sembrano scortare
un uomo dalla barba bianca e lunga e un altro individuo che
ha tutta l'aria di essere un nobile. Camma lo osserva meglio e
si accorge che si tratta di uno di quelli che sedevano accanto
al prefetto durante lo spettacolo all'anfiteatro.
Fateci salire, vi prego! li implora la donna.
Il vecchio ha l'aria turbata e quasi tentenna, ma i soldati
tengono a distanza con le lance lei e gli altri disperati, che si
sono affollati sulla banchina di pietra.
Un altro enorme boato esplode sulla cima del Vesuvio,
divenuta ormai trapezoidale. Ne zampilla materia marrone,
come se la temperatura dei detriti si stesse mano a mano
abbassando. La gente assembrata sulla banchina  irrequieta,
preme per montare sull'imbarcazione: qualcuno si tuffa,
qualcun altro trattiene le funi per impedire allo scafo di prendere
il mare. I soldati faticano a manovrare le lance acuminate,
e tre di loro vengono sbattuti in acqua dalle onde e dall'insistenza
della folla.
Fate salire le donne ed i bambini! grida il vecchio.
Non possiamo, Plinio: c' posto solo per quattro o cinque
persone.
I soldati si fermano per un istante, sufficiente a far correre
la folla all'assalto. Camma scivola per terra lasciandosi sfuggire
il braccio di suo figlio che stringeva forte: nella confusione,
urla disperatamente mentre la nuvola di fumo fa tossire e
contorcere la maggior parte della gente.
Conall, dove sei finito? piange in preda al panico.
Ma all'improvviso intravede un volto conosciuto, qualcuno
che si fa largo tra la cenere e le macerie per venirle incontro.
Le sembra un'apparizione divina, un regalo insperato.
Siamo qui... dice Silano, che ha agguantato il ragazzo e
lo ha trascinato verso la banchina.
Altre navi intanto sono attraccate sulla spiaggia, lungo tutta
la costa. I pompeiani superstiti e i sopravvissuti delle altre
citt si lanciano all'arrembaggio cui solo la forza del terrore
pu spingere: schiavi, patrizi, mendicanti e prostitute. Tutti
alla ricerca di una via di fuga.
Silano afferra un bastone di legno dal suolo e fa spazio a
Camma e a suo figlio: c' un enorme gladiatore che pretende
di salire sull'imbarcazione a discapito di tre bambini. Silano
lo affronta senza mezze misure. Lo morde sulla nuca senza
preavviso, poi lo colpisce alle ginocchia e gliele spezza.
Clonall e gli altri bambini possono montare sulla nave di Plinio
con le loro madri.
Ma un altro imprevisto subentra inaspettato. Da lontano,
una nuvola di polvere indica che qualcuno sta giungendo alla
spiaggia. Sono uomini a cavallo, soldati della guardia pompeiana
sopravvissuti al massacro. Silano recupera la daga dalla
cintura del gladiatore e si prepara alla lotta. Gli basta solo
una manciata di secondi per consentire alla nave di partire.
Gli tornano in mente le parole della vecchia avvelenatrice,
l'antica profezia: gli tornano in mente Rufo e gli amici morti
con lui nelle guerre ai confini dell'impero. Ha vissuto abbastanza
per poter dire che ne  valsa la pena, almeno fino a
quel momento.
Taglia quell'ultima cima, Domiziano! urla il vecchio.
Le donne si sono sistemate a prua dell'imbarcazione. Il
vento e le onde sbattono feroci e rischiano di farla scontrare
con le rocce. Il fratello dell'imperatore impugna un pezzo di
legno appuntito, poi riesce a segare la fune. Camma e Conall
urlano il nome di Silano, implorandogli di saltare a bordo.
Ma il capo dei banditi si prepara a combattere quella che
forse  la sua ultima battaglia.
Grazie per quello che hai saputo darmi. Forse per te non
era molto: per me  valso una vita... dice, sfiorandole il viso.
Poi corre in avanti, colpisce il cavallo del primo soldato
alle zampe e lo fa rotolare per terra. Solleva la daga e lo infilza
dritto al cuore. Ma gli altri militari lo circondano e studiano il
modo per finirlo senza rischio. Uno di loro gli scaglia contro
il suo gladio e lo ferisce alla gamba, lacerandogli i legamenti.
Poi, mentre stanno per dargli il colpo di grazia, la terra sussulta
un'ultima, terribile volta.
Il Vesuvio sbuffa fuori una boccata di fumo gelido, poi si
ferma, come sazio del proprio eccidio. La sabbia del litorale
forma voragini, le rocce si sgretolano e la collinetta che sovrasta
il mare frana gi, trascinando alberi, massi e detriti.
Silano sente l'ondata di terra travolgerlo, assieme ai cavalli e agli
altri uomini. Annaspa, scava con le unghie nel terreno che lo
sovrasta e che vorrebbe imprigionarlo per sempre. Finalmente
la sua testa raggiunge la superficie, appena in tempo per
cogliere un'ultima immagine: quella della nave con Camma e
Conall, che urlano disperati il suo nome mentre si allontanano
verso il mare furibondo. Poi il fumo denso e irrespirabile
sigilla il litorale vesuviano in una notte nera e velenosa. Silano
riesce a rotolare fuori dall'imbuto di terra e detriti, ma solo
per scivolare in mare, privo di fiato e di sensi.

36.

Le onde sono alte, i flussi di pomici e gas ribollenti esplodono
a contatto con l'acqua. Il fumo invade la costa, come se un
meteorite fosse caduto dal cielo e avesse distrutto ogni cosa,
immergendo gli uomini e le loro vite in un silenzio mortifero.
Non aveva mai visto Neapolis n gli altri insediamenti dal
largo del golfo. Ogni cosa appare irreale, in quel pomeriggio
buio come una caverna senza fuoco. Il vecchio Plinio tossisce
in preda agli spasmi, accasciato tra le provviste di cibo e acqua:
il colorito rossastro del suo volto non promette nulla di
buono. L'amico Domiziano prova ad alleviargli il dolore con
vino e miele, mentre l'ultimo dei soldati superstiti governa la
nave, tenendola lontana dalle coste e puntando verso Roma.
Volevo assistere da vicino... ma la curiosit quasi sempre
uccide... dice Plinio, tossendo con un filo di voce.
Stai tranquillo, ormai siamo in salvo. E anche Marziale,
l'ho visto imbarcarsi su un'altra nave gli fa eco Domiziano,
cullando il vecchio amico e accarezzandogli i capelli.
Gli di forse ti hanno risparmiato per un motivo. Non c'
nessuno pi che sappia del complotto o vi abbia preso parte...
le legioni accampate vicino a Miseno sanno che si trattava
di un'esercitazione... Sei salvo e inattaccabile: e un giorno
regnerai su Roma...
Il vecchio respira a fatica. Di sicuro non arriver vivo alla
terraferma. La nave esce finalmente in mare aperto. Le alture
delle isole svettano tra le nuvole, e perfino la furia di Nettuno
sembra essersi calmata.

Madre, ho paura... dice Conall, stringendosi alla donna.
Non devi averne.
Tra le lacrime, Camma intravede il sole, che filtra di soppiatto
ai margini dell'ombra oscura che ha avvolto la regione.
Chiss se  sopravvissuto. Ha visto la collina franare e travolgere
il corpo del suo uomo: o, meglio, di colui che ha tentato
in ogni modo di esserlo. Chiss se lo rivedr mai, in questo
mondo o nell'altro.
Ora, tutto sembra lontano. Tutto sembra irrimediabilmente
perduto: perfino gli di, che hanno giocato un brutto
scherzo agli uomini, come cpita sempre quando i mortali si
macchiano di presunzione.
Dove stiamo andando? chiede ancora il ragazzo.
Camma si strofina la tunica ormai logora sugli occhi. Poi
si massaggia la caviglia malandata e respira il profumo della
brezza marina, che ora non brucia pi i polmoni.
A casa dice. Stiamo andando a casa.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Nota dell'autore.
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Pompei  pi di un genere letterario o di un'idea narrativa:  un luogo della mente, un universo in cui a ogni nuova esplorazione si scoprono inediti spunti, richiami, suggestioni.  chiaro che la ricostruzione storica di un contesto cos remoto e denso di avvenimenti non pu non puntellarsi con l'esercizio della fantasia: sia dunque indulgente, il lettore, nel soppesare alcune libert narrative quali per esempio il complotto contro l'imperatore Tito e la morte di Plinio il Vecchio.
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Una bibliografia ragionata o anche solo parziale dei volumi utili alla comprensione di una civilt cos ricca come quella pompeiana sarebbe sterminata. Andrebbero annoverati centinaia tra saggi, cataloghi, riviste, guide archeologiche, romanzi, film e finanche serie televisive aventi come tema l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
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Per cui, tralasciando anche le opere di Marziale, di Plinio e le biografie sugli imperatori della dinastia Flavia, non si pu che rimandare a pochissimi tra i volumi consultati durante la scrittura di questo romanzo: MARY BEARD, Prima del fuoco. Pompei, storie di ogni giorno, Laterza, Bari 2011; EVA Cantarella, Luciana Jacobelli, Nascere, vivere e morire a Pompei, Mondadori Electa, Milano 2011; FILIPPO COARELLI (a cura di), Pompei. La vita ritrovata, Magnus, Udine 2002; EGON CAESAR Corti, Ercolano e Pompei. Morte e rinascita di due citt, Einaudi, Torino 1957; ANTONIO Virgili, Culti misterici ed orientali a Pompei, Gangemi, Roma 2008.
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Si tratta di titoli saggistici, da cui ciascuno potr partire per poi proseguire a piacimento il viaggio nella Roma pompeiana.
Lo stesso viaggio che mi ha consentito, qui da Napoli, di compiere un balzo all'indietro di circa duemila anni e di dimenticare, per qualche mese, telefoni cellulari, automobili, carte di credito e armi da fuoco semiautomatiche.
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FINE.